Penne e pennivendoli molisani

martedì, 27 gennaio 2004

Sant’Elia come l’euro, Termoli no

Bucare, ignorare o censurare un avvenimento come la dimostrazione di Termoli contro l’installazione della centrale turbogas lascia allibiti. E bene ha fatto Giovanni De Fanis a stigmatizzare il comportamento dei media molisani.

Ci si chiede: se non si parla e non si scrive della più importante manifestazione termolese dal dopoguerra a oggi, di che cosa si parla e si scrive?

Una risposta assai convincente l’ha data “Nuovo Molise” di lunedì 26 gennaio 2004. Per il quotidiano molisano di Ciarrapico, è la notizia dei 400 anni del convento cappuccino di Sant’Elia a Pianisi, dove soggiornò Padre Pio cent’anni fa, una di quelle che meritano di essere gridate in prima pagina. E con un titolo che lascia il segno: “Sant’Elia e Padre Pio, un evento europeo”.





Giacomo Donati 18:27 |
giornali tv e web

Scherzi della reteWeb


Toto e Peppino a MilanoA volte, gli archivi elettronici sanno essere meglio di Michele Serra.

Il lettore, che se ne andava un giorno a ricercare la famosa intervista di Turzo a Giostra su @ltroMolise, si è imbattuto in un accostamento comico. La segnalazione dell'intervento di Caterina Sottile molto serio e importante, intitolato The show must go, del 18 novembre 2003, è posto proprio sotto il rimando a Nui vulevom parlar inglisc di Barbara Bertolini (25 novembre), dove si legge: "L’italiano giovane frikkettaro think, of course, che nella futura Europa somebody and everybody have to speak English".

Cliccare per credere e, ovviamente, per sorridere.








Giacomo Donati 17:35 |
giornali tv e web

Fuori dalle didascalie

erba volant - «Era un po' di tempo che non facevamo visita a Quintino Pallante. Nonostante il più classico dei mali stagionali, il capogruppo di AN alla Regione Molise non ha rifiutato di rispondere alle nostra domande. Come abbiamo avuto modo di sottolineare in passato, chiacchierare con il consigliere Pallante è sempre un piacere e non per le inclinazioni politiche del cronista che restano e devono restare fuori dalle didascalie...»

A. A., Parola di consigliere regionale, in "Corriere del Molise on line"






Giacomo Donati 14:14 |

sabato, 24 gennaio 2004

Il viaggio di Giose Rimanelli


Viandante sul mare di nebbia by Caspar David FriedrichIl viaggio è il titolo dell’ultimo volume di Giose Rimanelli, il prolifico scrittore italoamericano, pubblicato nel 2003 da Cosmo Iannone a Isernia.


Parla di cose presenti e lontane, svelando l’incredibile avventura umana dell’autore, da quel giorno che si mise a percorrere le strade del mondo col suo bravo sacco sulle spalle, le strade irte di ciottoli aguzzi, lasciandosi dietro la schiena, come un occhio scuro nella notte, il paese natio, Casacalenda, e con esso il Molise, una galassia spenta nell’universo, il grembo petroso e ruvido che accolse il fanciullo nella sua pelle amara: e amore e rifiuto furono immediati; scappare da quelle valli aride per scoprire il mondo, fuggire dal padre per diventare adulto da solo, dare un senso alla sua immaginazione fluida.

 

Fu così che divenne viandante sul globo colui che all’età di trent’anni aveva già un po’ viaggiato. Aveva visto le Montagne Rocciose canadesi, le Ande peruviane, il Mato Grosso, il Gran Canyon, i fiumi melmosi dell’Amazzonia, le Alpi degli osservatòri svizzeri. Ma non era mai stato in Abruzzo.


Era diventato adulto il ragazzo di pochi mesi che sguazzava nella propria acqua, reclino sul selciato come un fagottello di cenci, vedeva muto una palla di fuoco adagiata sul suo ventre incipiente. Poi un tuono frantumò la cima degli alberi, e anche le cicale zittirono. La palla di fuoco rotolò sulla camionale, e il fagottello di cenci si alzò in piedi per correrle dietro.

 

Si trattava di un arancia, come seppe dopo. Ma da quel momento iniziò a camminare, assai presto assai presto, irrobustendo le caviglie nella polvere, battendo i tratturi e i vicoli, poi i paesi del Basso Molise, poi i paesi dell’Alto Molise, poi la guerra feroce, poi le città italiane, poi le città del mondo, inseguendo sempre quella palla di fuoco, quel mondo rotondo e profondo, fatto di quell’acqua che da ragazzo non aveva, fatto di quella gloria che da ragazzo non aveva, fatto di fiele e miele che da ragazzo non aveva, fatto di amore che da ragazzo non aveva.


Quella palla di fuoco lo portò più di quarant’anni fa a traversare l’Atlantico. A testimoniare di università in università, canadesi e statunitensi, di questo suo anelito alla fuga, che oltre Atlantico sembrò finalmente placarsi. Da allora Rimanelli è tornato più volte nel Molise con la pelle intatta che gli hanno lasciata i cicloni e ha baciato e singhiozzato su questa terra meravigliosa. È rimasto vero e splendido come questa terra, il suo Molise. Perché la sua religione sono queste radici. E per questa religione ha potuto viaggiare e anche morire. Ma non è mai morto per se stesso, non è mai morto per queste contrade. Il sacro che lo circonda è azzurrissimo anche dentro di lui, perché non l’ha mai perduto.


Ma attenzione. Le righe precedenti non foggiano una recensione. Per stilare una recensione è necessario procurarsi e leggere il libro. A dispetto dell’apparenza, sono piuttosto una scommessa. Estrapolate a caso dalla prefazione di Gian Battista Faralli e dal testo di Molise Molise (Marinelli editore, Isernia 1979), pretendono di indovinare cifra stilistica, riferimenti mitici e contenuto de Il viaggio e di offrirne una degustazione di prova con venticinque anni di anticipo. Già, perché sono svariati decenni che i libri di Rimanelli non sono che variazioni dello stesso tema. E Il viaggio, questa è la domanda alla base della scommessa, non risuonerà degli stessi medesimi accordi e delle stesse medesime modulazioni?







Giacomo Donati 22:27 |
letteratura

giovedì, 22 gennaio 2004

Dopo gli alberghi, le pubblicazioni a ore

Pochi giorni fa ho inviato all'amico Sorbo la recensione non particolarmente benevola di "Altromolise magazine".
Sorbo, pur non pubblicandola, è stato cortese al punto di pubblicare invece il biglietto d’accompagnamento con il rimando automatico a questo sito su cui era possibile leggere "Sfogliando Altromolise magazine". Tutto questo accadeva nel pomeriggio di sabato 17 gennaio.

Francamente non mi aspettavo tanto. La segnalazione mi ha procurato un centinaio di visitatori e più, che hanno letto quel che a me premeva far leggere loro e in aggiunta hanno preso visione di questa mia pagina elettronica. Ero semplicemente ammirato e mi sembrava tutto troppo bello, raffinato, improntato a rapporti di cortesia e civiltà.

Poco è mancato che mi rimproverassi di aver avanzato riserve e annotato che “A scanso di equivoci, Sorbo la stoffa del giornalista ce l’ha. Se solo riuscisse ad astenersi da prese di posizioni che con il giornalismo hanno poco a che fare e invece spesso assume, specialmente quando entra in polemica con i colleghi della carta stampata o della televisione (si veda il recente trattamento riservato a colei che ha ribattezzato Jessica Rabbit o, la scorsa estate, al Comitato di Redazione del TG3 Molise). Atteggiamenti che tra allusioni e ammiccamenti suggestivi non disdegnano il nudo e crudo “preavvertimento” (è stato lui stesso ad averlo definito così)”.


Senonché (come dice Cechov, c'è sempre un senonché nella vita), nello spazio di qualche ora la segnalazione sul sito di Sorbo è scomparsa. Dolcemente e serenamente. Senza che nessuno della redazione mi abbia fatto sapere niente, a riscontro della mia specifica richiesta di chiarimento.

Sapevo dell'esistenza degli alberghi a ore, anche grazie a Jacques Brel. Ma ignoravo le pubblicazioni a ore. Ora, grazie a Sorbo, conosco anche questo precario ritrovato della comunicazione moderna.







Giacomo Donati 13:54 |
giornali tv e web

domenica, 18 gennaio 2004

“Diario”: tanto rumore per nulla
E-mail indirizzata a G. B. (Firenze), da un suo cugino residente in Molise.

Carissimo cugino,

al primo apparire dell’inchiesta su “Diario”, anche a me fu detto da certi letteratuzzi in un bar, che tutto il Contado di Molise s’era levato a rumore, e che tutti i suoi intellettuali e uomini politici, dichiarandosi ferocemente chi pro e chi contra “Diario”, erano in procinto di venire alle mani con uno scompiglio e un tumulto orribile. Questa notizia, caro cugino, non mi piacque affatto, perché io sono uomo di studio e di pace come te.

 

Corsi dunque precipitosamente al palazzo di Giustizia, ma con mia inesprimibile allegria vidi ognuno attendervi con la solita gravità e saggezza ad amministrare la giustizia, né si sentiva altro vociferare intorno al tribunale, se non quello d’alcuni veementi avvocati intenti a vincere le cause che patrocinavano.

 

Uscito dal Palazzo, volli entrare nella cattedrale, e neppure qui trovai il minimo segno di perturbazione e di guerra. C’era il pingue don Terenzio che si dilettava con l’organo e alcune donne che l’ascoltavano con molto silenzio e quiete. Gli uomini, cugino mio, tu sai che non sono in generale tanto devoti quanto il bel sesso; perciò non mi meravigliai se, essendo giorno di lavoro, non ve ne trovai, eccetto due grami vecchierelli.

 

Visto così il Palazzo e la chiesa in quella piena tranquillità che desideravo, me ne andai in giro per il mercato, e non potetti scorgere, tra le bancarelle e nelle botteghe di scampoli e tessuti, altro che padroni e commessi tutti affaccendatissimi a misurare chi panni di seta, chi panni di lana, chi tele, chi nastri: e tutti insomma a vendere le loro infinite bagattelle ai loro pacifici clienti. Pensa, cugino, se mi rincuorai tutto nel vedere con i miei occhi che ognuno seguiva oggi a fare con sicura calma tutte quelle stesse stessissime cose che faceva ieri e ieri l’altro! Per tranquillizzarmi definitivamente l’animo, volli andare ad esaminare la piazza.

 

Vi trovai, a dire il vero, un po’ di scompiglio e di tumulto; ma sta’ certo, cugino carissimo, che il “Diario” non c'entrava niente. C'entrava il collerico Pulcinella che dava a Papiluccio Naso di Cane suo odiatissimo rivale una buona razione di bastonate. Tanto può amore in petto umano, come dicono spesso i poeti e ripetono nel loro teatrino i fratelli Ferraioli.

In conseguenza di queste scoperte da me fatte in Palazzo, in chiesa, nel mercato e nella piazza, conclusi che tutto quel disperato fracasso, di cui quei letteratuzzi mostravano tanto timore nel bar sopraddetto, non era altro che un effetto delle loro immaginazioni alquanto riscaldate dalla lettura del “Diario”; perciò, caro cugino, rasserenati, e non aver paura per te e per l’amico tuo. Invitalo, anzi, a seguitare insieme valorosamente a combattere il malcostume, a deprimere i vizi, ad esaltare la virtù, e a procurare quanto potrà di accrescere il numero dei giornalisti e dei buoni lettori.

 

Dal Contado, addì 29 novembre 2003

Tuo affezionatissimo cugino

A. S.


Giacomo Donati 22:31 |
racconti

venerdì, 16 gennaio 2004

Cane che abbaia alla luna

Sforzo futile
È notte e il cane che mira la luna
s’illude che stia in cielo un altro cane.
I suoi latrati se li porta il vento
mentre la luna avanza e non li sente.









Inanis impetus
Lunarem noctu, ut speculum, canis inspicit orbem,
Seque videns, alium credit inesse canem,
Et latrat: sed frustra agitur vox irrita ventis,
Et peragit cursus surda Diana suos.

Giacomo Donati 23:27 |
letteratura

mercoledì, 14 gennaio 2004

Sfogliando "@ltroMolise magazine"


Il secondo numero di “@ltroMolise magazine” presenta diversi motivi d’interesse. A cominciare dalla sfavillante copertina con foto (o fotomontaggio) di Iorio in scuro, cravatta appena estratta dal kit berlusconiano e, all’angolo della bocca, un mezzo toscano, invece del classico Avana, forse per suggerire che siamo davanti a un Mister Bond sì, ma un Bond di provincia, casereccio.


 

Peccato poi che le firme di prestigio chiamate a illustrare, ossia dare lustro al mensile, di faville ne facciano poche. O non ne facciano affatto. Come Federico Orlando che, giusto per aggredire la cronaca di questi giorni, se la prende (ma non troppo, non si sa mai) con il "fascista" Ciarrapico, non perché avversario della svolta finiana in Alleanza Nazionale, ma perché reo di non aver fatto di “Nuovo Molise” il giornale che poteva e doveva diventare, con un direttore dello stampo di Sorbo e la collaborazione dell’Orlando stesso (tu guarda!)…

 

O come Luigi Biscardi che discetta di “politica senza qualità”, accentuando il lato tromboneggiante (sia detto senza offesa) del suo eloquio mentre, per colmo di ironia, il suo “Osservatorio” accoglie una emblematica illustrazione di Raphael. Una lampada è sospesa su due studenti, il primo dei quali scrive, prende appunti, intanto che gli occhi vagano sull’amico, che riverso con la testa sul banco se la dorme di grosso. Il dubbio tremendo è che non si tratti proprio dello stoico e malcapitato lettore caduto nelle grinfie di Gigino nostro.

 

O come (ma ci siamo spostati qualche spanna più in basso) Antonio Ruggieri che continua a strologare con il sempiterno ritornello del Molise e dei molisani quali sono, quali furono e sono, appunto perché furono e non sono stati e quindi non potranno che essere e saranno…

O come i Tabasso, i Pommier, gli Abiuso…


Non si capisce perché uno come Sorbo debba far ricorso a simili mallevadori, lui che invece è capace di stare sui fatti, lavorare anche su argomenti che secondo alcuni rappresentano i suoi nervi scoperti, come il caso Patriciello, il conflitto di interessi dell’Aldo venafrano, e confezionare un’editoriale di cui andare fiero: ben scritto, teso, godibilissimo nella tesi paradossale di Iorio mandante di Giostra per ridurre a più miti consigli il suo ingombrante vicepresidente.

 

Non si capisce perché Sorbo non si conceda un gesto di coraggio e chiuda una volta per tutte la porta a chi oramai ha ben poco da dire. E quel poco per sopraggiunta lo dice in maniera così soporifera. Perché non punti tutto su Baretti, su Colagiovanni, e su qualche giovane cui non faccia difetto la voglia di imparare a raccontare i fatti e scoprire i retroscena.

 

A scanso di equivoci, Sorbo la stoffa del giornalista ce l’ha. Se solo riuscisse ad astenersi da prese di posizioni che con il giornalismo hanno poco a che fare e invece spesso assume, specialmente quando entra in polemica con i colleghi della carta stampata o della televisione (si veda il recente trattamento riservato a colei che ha ribattezzato Jessica Rabbit o, la scorsa estate, al Comitato di Redazione del TG3 Molise). Atteggiamenti che tra allusioni e ammiccamenti suggestivi non disdegnano il nudo e crudo “preavvertimento” (è stato lui stesso ad averlo definito così).

 

Un ultimo appunto. Non sottovaluti, Sorbo, i lavori di mera compilazione che si palesano a volte trappole infernali. Giuseppe Di Feo sarà un’ottima persona, ma la storia molisana probabilmente non è mai rientrata tra le sue attenzioni. Solo a essere benevoli si può definire tortuoso il suo ampio excursus su quattro secoli (!?) di rincorsa all’autonomia regionale molisana. Vi si trovano disseminate perle di questo fulgore: “Zurlo [Giuseppe, ministro degli Interni] era fratello di Biase all’epoca [siamo nel 1811] intendente della provincia di Molise. E questo attirò sul ministro le accuse di aver riordinato le circoscrizioni amministrative con l’allargamento del Molise, proprio per il fratello. Giuseppe Zurlo, in quella occasione, trovò un valido e convinto difensore in Francesco D’Ovidio”. Tutto alla lettera, a parte il corsivo, cui abbiamo fatto ricorso per significare che non facciamo nessuna difficoltà a credere a Di Feo, anche se “in quella occasione” il senatore D’Ovidio (classe 1849) non era ancora nato (ammesso che fossero nati i suoi genitori).


Sventura ha voluto che il mite Di Feo sia incappato in un titolista che è riuscito a superarlo. Dopo l’ampolloso titolo, “Una battaglia durata quattro secoli”, il sommario spiega: “La questione dell’autonomia regionale cominciò ad essere sollevata nel Seicento da un gruppo di riformatori molisani”…


Ora, il caro Sorbo provi a farci un nome, anche un nome solo di questo preteso gruppo di secenteschi riformatori molisani e porteremo un cero a San Francesco di Sales che, come patrono, non ci faccia mai mancare giornalisti di tale vaglia.






Giacomo Donati 22:47 |
giornali tv e web

lunedì, 12 gennaio 2004

Solidarietà ad Alberico Giostra
(Lettera Aperta)

Caro Alberico Giostra,
come molisano voglio innanzitutto dirti grazie per l'inchiesta sul "viceré del Molise". Tuttavia, la franchezza mi porta a confidarti che non ho molto apprezzato il dito puntato contro i molisani che di tanto in tanto hai fatto balenare nella successiva intervista a Rossano Turzo, ripresa da Altromolise. L'annuncio di un mondo nuovo, un Molise nuovo, cui i molisani hanno l'obbligo di aspirare, un mondo a portata della loro mano se solo avessero fiducia e puntassero su uomini nuovi da inserire in entrambi gli schieramenti politici, resta una meta ideale, facile da fissare sulla carta, nella pratica difficile non dico da raggiungere ma finanche da perseguire.

A te, caro Giostra, era capitato di imbatterti solo in alcune tipologie caratteriali dei molisani e lo hai annotato giorni addietro nel forum di Telemolise: “1) quelli che Patriciello è un sant'uomo che dà da mangiare a 1200 famiglie. Gli irrecuperabili. 2) quelli che Patriciello è sì poco raccomandabile ma in fondo che ha fatto di male? I pigri, gli indifferenti. 3) quelli che Patriciello non è l'unico ad avere un conflitto di interessi. Gli ipocriti. Sanno di averlo anche loro un conflitto di interessi, ma tra Patriciello e la loro coscienza. Pericolosi assai. 4) quelli che Patriciello è un mostro ma che appena posso mi ci metto d'accordo. I figli di Iorio. 5) quelli che Patriciello va combattuto senza esitazioni e senza compromissioni. La minoranza illuminata e destinata a sicura sconfitta, come a Napoli nel 1799”.

Ma ben altre tipologie ti sono passate accanto senza che tu le riconoscessi. In primis “quelli che Patriciello... Patriciello, e chi sarebbe costui? Purtroppo la maggioranza, la stragrande maggioranza dei molisani, destinata a restare tale per anni, forse secoli”, come ti segnalava un Liberato da Castropignano. E poi “quella dei cittadini rispettosi delle leggi, quali che siano, perché è troppo facile rispettare solo le leggi che sembrano giuste”, secondo l’indicazione di Michele Tuono. C’è infine la categoria, forse la più "a rischio" ed anche la più esposta: QUELLI CHE DI PATRICIELLO SI METTONO PAURA!, per riprendere il dettato crudo di un forumista anonimo.

Insomma, caro Giostra, la "realtà molisana" presentava e presenta qualche sfaccettatura che tu non avevi preso in considerazione e, purtroppo, ha costretto anche te ad abbassare il dito accusatore e ad abbandonare la cattedra del sociologo. Ha costretto anche te a farti piccolo e nudo, "molisano" come tutti noi.
Come molisano, ti dovevo solo gratitudine. Permettimi ora di aggiungere anche la piena solidarietà. Ti sono profondamente solidale e resto convinto che anche il tuo cuore accoglie ora un pizzico di solidarietà in più per i "tuoi" fratelli molisani.
Auguri e a tempi migliori.
Giacomo Donati












Giacomo Donati 22:31 |
giornali tv e web

sabato, 10 gennaio 2004

Caro Giacomo Donati, scusami.

Pietravalle è come gli altri soprintendenti

di Franco Valente

Vasco Tortelli, AFFRESCO, 1988Quando Vittorio Sgarbi fece nominare (tramite il Ministro Urbani) Nicoletta Pietravalle Soprintendente del Molise fui l’unico a fare pubblici salti di gioia. Andava a sostituire la famosa altoatesina Marilena Dander ed io ne ero particolarmente contento. Ritenevo che qualcosa nel Molise potesse finalmente cambiare, specialmente perché sapevo che alla Pietravalle forse solo Giulio Andreotti avrebbe potuto mettere la capezza per farla stare brava.

Invece, dopo averla vista in azione, devo fare pubblica ammenda e devo, come un pecorone, inserirmi nella pletora di coloro che alla sua nomina torsero il muso.

Giacomo Donati (con il quale tengo un piacevole dialogo telematico dopo aver chiarito alcuni equivoci per colpa degli pseudonimi e degli pseudo-anonimi) da solito scassapalle mi ha fatto notare questo mio strano cambiamento di opinione.

Ovviamente poiché le mie private opinioni sono diventate pubbliche come le lenzuola private che la dott.ssa Pietravalle ha esposto (a pagamento) nel castello di Venafro, cerco di spiegare il motivo per cui ritengo che sia scaduto il termine temporale della fiducia che io avevo dato alla giornalista di Salcito.

Notoriamente io sono un antifemminista. Prima di tutto perché la maggior parte delle femministe sono brutte, isteriche e scostumate. In secondo luogo sono convinto che quando ad una donna metti in mano il potere diventa l’essere più pericoloso della terra. Ovviamente questa regola ha moltissime eccezioni.
Non credo che la Pietravalle, fortunatamente, sia una femminista, e quindi la prima motivazione del mio antifemminismo non la riguarda. Ma da quando ha il potere in mano lo esercita a suo piacimento. E come lo sta esercitando nel Molise non mi piace.

Pietravalle ha buttato alle ortiche una grande occasione: non solo non ha fatto guadagnare una sola simpatia verso quel costoso carrozzone ministeriale che è la Soprintendenza del Molise, ma ha pure fatto pure allontanare definitivamente quei pochi che credevano in qualche cambiamento positivo, tra i quali mi mettevo pure io.

Pietravalle, non appena si è messo il cappello in testa, si è convinta di essere la proprietaria dei Beni Culturali del Molise, confondendo il suo ruolo istituzionale con le personali aspirazioni. Così facendo si è posta nel più completo isolamento. Nessun contatto con la politica attiva e con le associazioni culturali, nessuna nuova idea, nessuna apertura alle istanze della cultura regionale che avrebbe potuto costituire la sua task-force per dare una sterzata alla gestione clientelare che caratterizzava quest’organo molto periferico dello Stato.

Nessun coordinamento costruttivo con la Soprintendenza Regionale della quale, credo, non condivida neppure l’esistenza in vita. Al contrario, totale condivisione metodologica con la sua collega archeologica nonostante la nota assoluta incomunicabilità tra le due.
Dopo che per anni ha protestato contro il modo di operare degli architetti-geometri della Soprintendenza, quando ha preso in mano il barcone nessuna iniziativa per correggere i restauri ignobili del passato.

Insomma buio totale per un Soprintendente che, essendo di nomina politica, avrebbe dovuto prima di tutto interpretare le istanze della democrazia e conseguentemente aprirsi all’esterno, se non altro per portare acqua al mulino dello sponsor politico.

Pietravalle non è Soprintendente per carriera. E’ rappresentante politica in quota a Forza Italia e come tale il Ministro Urbani l’ha nominata. A questo si aggiunga che da quando Sgarbi, giustamente, ha contestato Urbani, anche Pietravalle è caduta in disgrazia e si comprenderà perché ormai non c’è più speranza di novità.
Adesso il suo mandato si avvia stancamente alla conclusione. Nulla resterà del suo passaggio. Alla Soprintendenza molisana deserto c’era e deserto c’è. Anche la grinta che mostrava nel passato è diventata semplicemente arroganza burocratica.
Caro Giacomo Donati, faccio ammenda. Mi ero sbagliato!!!













Giacomo Donati 11:32 |
contributi di terzi