Penne e pennivendoli molisani

venerdì, 27 febbraio 2004

La ragazza con il cane

L'ho immaginata come se fosse una mail scritta ad un amica, non vuole essere un messaggio di presunzione e non vuole essere neanche una polemica o un fanatismo... E' solo una sensazione, un pensiero che grazie a questo forum posso esprimere, vorrei condividerlo con chi forse lo leggerà...

Ciao Lucia, è da qualche giorno che non ti scrivo ma non ci sono grandi novità, lo studio prosegue ed anche il brutto tempo a CB è sempre lo stesso e come te lo ricordi dall'ultima volta che sei venuta a trovarmi eh eh;) però non nevica!

Vorrei raccontarti una cosa che è successa e la cosa mi ha colpito molto... E' una storia triste ma mi piacerebbe se la sentissi lo stesso:). C'era una ragazza (ho saputo dopo che aveva 27 anni) che viveva alla giornata in città, chiedendo l'elemolisa in centro... Venerdì mattina sono andata all'università e al ritorno invece di andare a casa, prima ho voluto fare un giro in centro... Piovigginava e sai che mi piace camminare quando piove quindi l'ho deciso così, subito;).

Ricordi Villa Flora? Da lì mi sono avviata verso l'Upim per farmi il solito giro nel reparto CD, ma sul marciapiede, sotto un portone ho visto per la prima volta una ragazza bionda, con un cane, un pastore tedesco che le stava vicino... Appena l'ho vista ho capito che non era una di quelle persone che chiedono soldi per prendere in giro la gente (sai che le mie sensazioni non sbagliano mai;)). Fortunatamente in tasca avevo qualche euro che per scrupolo prima di uscire avevo preso dalla scrivania.... Inizialmente le sono passata davanti senza darle niente perchè l'avevo vista che si era alzata e cercava di ripararsi meglio dalla pioggia...

Intanto la vedevo da un portone lì vicino... Ho aspettato che si sedesse di nuovo e quando l'ha fatto mi sono avvicinata e le ho dato quello che avevo... Oddio mi ha fatto un sorriso così dolce che in quell'attimo ho capito che quel sorriso era forse sprecato per me che le stavo dando solo quei quattro soldi....

Lunedì sarei dovuta tornare all'università per sapere il risultato dell'esame di botanica di cui ti ho parlato nell'altra email, avevo quindi già progettato che la stessa mattina sarei tornata da lei e avrei cercato di parlarle un po', di avvininarmi a lei, per sapere se viveva con qualcuno in una casa ecc. e...

Eh eh, ora ti dico una cosa un po' comica, mi ero preparata una frase semplice da dirle, visto che non sapevo se conosceva un po' di italiano, sai com'è, volevo evitarci imbarazzi;), (ricordi? in genere altre volte ho cercato di avvicinarmi a queste persone... ma solo se avevo la sensazione che veramente avessero bisogno...).

Ah, sabato poi sono andata al concerto di piano al Savoia (molto bello,te lo racconto un'altra volta) e mi erano rimasti dei soldi di resto, così a casa ne ho aggiunti altri e li tenevo pronti nella tasca del cappotto per l'incontro di lunedì;) ;) ;).

Ero felice!:). Passato il week-end sento al TG regionale: "Muore una ragazza per overdose, una ragazza tedesca che viveva abbandonata, che viveva in città ma era come un fantasma, nessuno sembrava accorgersi di lei ecc...".

L'ho subito riconosciuta dalla descrizione e mi è preso un colpo... Questa ragazza, Melanie (ho sentito il nome dal giornalista), viveva da mesi sotto un garage aperto per macchine in una via della città...

Io la mattina non vado mai in centro e quando ci sono andata non l'ho mai incontrata!! E in questa via non ci passo mai!!!!!!!!!! Ma ti rendi conto che coincidenze????????? Mi sono fatta questa domanda: "Ma dico io, neanche il tempo di conoscerla che lei muore ????????" Le ho detto in mente: "Non si fa così... dovevi aspettarmi!!!!".

Cavolo, la vedo per 1 giorno, decido che ci dovrò parlare e sento al TG che muore!!!!! Lucia, ci sono rimasta malissimo... Qualche mese fa è morto mio zio e mi è dispiaciuto ma non come la morte di questa ragazza... Non so perchè questa storia mi ha colpito così tanto ma ti confesso che ancora ci penso e sembra tutto così incredibile...!

Ho iniziato poi anche a darmi colpa del fatto che sarei potuta andare da lei a parlarle domenica, o sabato... o che chissà, forse l'avrò anche vista in passato e ora non mi ricordo... Se così fosse mi vergogno di me, mi ricordo tutto delle proteine, so tutto riguardo l'esame che ho fatto di agraria e so i minimi particolari del PC e non mi ricordo di una persona? E se lei mi ha visto quando forse le sono passata davanti senza notarla!!!?

Dicono che non sia morta per il freddo ma per un'overdose di droga...

Ti ho raccontato questa storia perchè in questi giorni questa è la cosa alla quale penso più spesso... Pensavo poi anche a Stefania, sì sì proprio lei, la mia amica di chat che ha litigato con me per delle sciocchezze... E sinceramente tutto l'affetto che ho dato a lei potevo darlo a quella ragazza se soltanto l'avessi vista prima...

Penso a questi giorni in cui sono stata davanti al PC in casa a pensare a cosa scrivere a Stefania, ed invece potevo camminare per strada ed incontrare veramente qualcuno che aveva bisogno di me...

Ok, mi fermo qui... Sai, facevo soltanto un'ultima riflessione... I soldi che le avrei dovuto dare lunedì mi sono rimasti in tasca e non riesco ad utilizzarli... Non voglio usarli per comprarmi nulla, erano per lei quei soldi... E' come se stessero ancora aspettando di rivederla... Sono per lei, come sono per lei tutti i sorrisi che le avrei voluto dare e che ora sono rimasti dentro di me...

:( A presto
celtic <hireland@email.it>

(Dal forum di Telemolise.com)

Giacomo Donati 21:27 |
contributi di terzi

mercoledì, 25 febbraio 2004

Pseudonimi e letteratura /5
Da un canovaccio inglese di Tracy Pomerinke

Doris Lessing           9. Nome compromettente

Chi ha alle spalle un esordio fallimentare e ritiene di aver imparato dagli errori, può essere pronto a tentare di nuovo. C’è un aspetto che gli conviene considerare: e cioè che la distribuzione conserva traccia delle vendite del primo libro. Con il secondo, le ordinazioni delle librerie si baseranno senza meno sulle vendite del precedente. Perciò se il libro d’esordio non è stato proprio un best-seller, lo scrittore potrebbe decidersi a pubblicare sotto un nome diverso per godere del beneficio di un lancio editoriale non compromesso.

 

Gli scrittori, cui è concesso il piacere e la responsabilità di inventare personaggi, perché non dovrebbero includere se stessi nel novero, specie se il loro passato è ben conosciuto dagli editori da contattare?

Oltre al fallimento di un libro, potrebbe esserci un atto sconveniente dal quale prendere le distanze. Si racconta che Theodor Geisel, nei guai per aver ecceduto nel bere a scuola, cominciò a pubblicare con il nome della madre, Seuss, così da poter continuare a scrivere per la rivista del college. Più tardi, aggiunse un titolo distintivo in onore del padre che avrebbe voluto fare di Theodor un dottore. I suoi lavori furono rifiutati da almeno trenta case editrici diverse prima che assumesse lo pseudonimo di Dr. Seuss, da allora in poi godette di un successo straordinario.

 

10. Provare un punto

Scrittrice acclamata, Doris Lessing volle investigare il processo terribile della pubblicazione di un libro e rivelare l'influenza che vi ha il nome di un autore affermato. Con lo pseudonimo di Jane Somers, inviò due romanzi al suo abituale editore britannico. Si trattava di The diary of a good neighbour e If the old could…, che l’inflessibile corrispondente cestinò senza pensarci due volte.

 

Come abbiamo annotato, Stephen King ha usato lo pseudonimo di Bachman per vedere con quale probabilità di successo uno scrittore ignoto possa sfidare uno scrittore affermato. Naturalmente le vendite dei libri di “Bachman” non si sono potuto nemmeno lontanamente comparare con quelle di “King”. Ma sparsasi rapidamente la voce che i libri erano scritti dalla stessa persona, anche Bachman è divenuto un autore di successo.

 

11. Espressione creativa

L’habitué delle chat-line sa che la maggior parte degli interlocutori scrivono sotto pseudonimo. Si tende a sentirsi meno interdetti quando si assume un'identità che non è la propria, perciò è probabile che un nome d’arte offra maggiori possibilità creative. È risaputo come molti scrittori erotici riescono a beneficiare della massima libertà di espressione quando fanno ricorso allo pseudonimo.

 

Coniare un nome d’arte può essere divertente. Per partecipare compiutamente alla vita fantastica del libro, forgiandone caratteri e nomi dei personaggi, lo scrittore può includere se stesso nel novero. È ciò che fece Edwin A. Abbott, quando scrisse Flatland (1884) un classico di fantascienza ante litteram, una satira sociale di un mondo a due dimensioni, dove in obbedienza a una rigida scala gerarchica basata sul numero e sulla regolarità dei lati vivono cerchi, poligoni, quadrati, triangoli e (categoria infima) linee rette, che come è lecito aspettarsi rappresentano le donne. Il racconto, fatto in prima persona da un quadrato che scopre la terza dimensione, ne dà notizia ai concittadini, ma non è creduto e finisce in carcere, fu pubblicato da Abbott sotto lo pseudonimo allegro di A. Square (tra gli altri significati: un quadrato).

 

Merle Oberon e Lawrence Olivier in Cime Tempestose          12. Paura di pregiudizio 
               o
persecuzione

Nel diciannovesimo secolo – mentre A. Square scriveva sulle donne come creature a una sola dimensione – alcune scrittrici usarono nomi maschili per essere pubblicate. George Sand era il nome d’arte della signora Amandine Lucile Aurore Dudevant, con il quale mise in discussione le norme sociali imperanti e promosse l'indipendenza delle donne. Nel frattempo, Mary Anna Evans si firmava come George Eliot, mentre Charlotte, Emily ed Anna Brontë pubblicarono un libro di poesie con gli pseudonimi maschili Currier, Ellis e Acton Bell. I lettori del tempo erano più sensibili alla voce di uomini, e le idee controverse trovavano almeno un pubblico quando le donne scrivevano sotto pseudonimi maschili.

 

Il discorso potrebbe apparire datato, ma non lo è del tutto. Per esempio, lo stile di Natalia Ginzburg si avvale di due “armi”: l’ironia e la malvagità, in quanto da lei ritenute caratteristiche della scrittura maschile. “Desideravo terribilmente – spiega la scrittrice - di scrivere come un uomo, avevo il terrore che si capisse che ero una donna dalle cose che scrivevo. Facevo quasi sempre personaggi uomini, perché fossero il più possibile lontani e distaccati da me…”. Tuttavia le sue prime prove furono pubblicate con uno pseudonimo sì, ma uno pseudonimo femminile, quello di Alessandra Tornimparte, che comunque manifesta la volontà di mascherare il proprio io, di velare la sua presenza nella propria opera letteraria, tendenza che manterrà anche successivamente, almeno nelle principali opere narrative degli anni Sessanta, attraverso il suo inconfondibile stile che le consente quasi di scomparire come “corpo” nello svolgersi del racconto pur assumendo il ruolo di voce narrante.

 

Nel citato saggio su Stendhal, Starobinski ipotizza che la volontà di utilizzare lo pseudonimo sia legata sì ad una serie di problemi politici, ma anche e soprattutto alla volontà originaria di negare il patronimico: “…Assumere uno pseudonimo, significa innanzitutto ripudiare, per vergogna o risentimento, il nome trasmessoci dal padre. Il nome, come la figurina di cui si trafigge il cuore, contiene sostanzialmente la vita che si vuole annientare. Se il nome è davvero un’identità, dove può essere raggiunta e violentata l’essenza di un essere umano, il rifiuto del patronimico equivale all’assassinio del padre ed è la forma meno crudele dell’uccisione in effigie…”.

 

Un discorso analogo vale per Umberto Saba, le cui continue incomprensioni con la madre, sfociarono poi nel rifiuto del cognome paterno (Poli) e nell'adozione dello pseudonimo (Saba) in omaggio alla sua nutrice slovena.

Natalia GinzburgSe è vero, dunque, che per Stendhal e per Saba la negazione del patronimico può corrispondere ad una sorta di Edipo ideale, tutto muta di segno se si considera che la stessa azione viene compiuta da una donna. Sottrarsi all’autorità del padre, sorta di simbolo del potere della classe maschile, darsi un nome, “ri–nascere” a se stessa, ha per una scrittrice un valore rivoluzionario, nel senso originario del termine: ritornare indietro per mutarsi di segno, per dare nuovo valore alla propria esistenza, alle proprie parole (significativa in tal senso la testimonianza di Joyce Lussu, già ricordata). Ma ri–nominarsi ha anche un altro significato, quello della sottrazione: darsi un nuovo nome per sottrarsi alla vista, per difendersi da un “Potere” del quale si ha paura, da uno “Sguardo” che fa arrossire. E’ indubbio che tale sguardo, nel caso di una scrittrice sia quello della critica, quello della comunità letteraria istituzionalizzata, che è per lo più maschile, che giudica, condanna, esclude. Il desiderio di “scrivere come un uomo”, e quindi in senso traslato di darsi una nuova identità sessuale, corrisponde per la Ginzburg al tentativo di farsi ascoltare, di dare valore al proprio lavoro, di sottrarsi ad una discriminazione ancora fin troppo diffusa.

 

Anche Aron Hector Schmitz fu vittima di un pregiudizio e adoperando lo pseudonimo di Italo Svevo cercò di porvi riparo: il pregiudizio che confessarsi scrittore (e scrittore nel suo caso di insuccessi editoriali quali Una vita e Senilità) attentasse alla onorabilità e alla rispettabilità del commerciante Aron Hector Schmitz. Racconta lui stesso che nel corso di trattative di affari gli fu chiesto se fosse l’autore di due romanzi. E lui arrossendo, finì per negare e indicare nel fratello (che non gli sarà grato per questo) il letterato. Ma la professione di scrittore ha modo di rifarsi: nel prosieguo della sua vita, a Italo Svevo capiterà piuttosto di rinnegare di essere Aron Hector Schmitz, impiegato di banca, “figlio di un incauto commerciante rovinato”.

 

Più recentemente, The best little boy in the world è stato pubblicato sotto il nom de plume di John Reid, per la paura dell’autore di confessare al mondo (e ai genitori) la sua giovanile esperienza di omosessuale. Il racconto, ormai un classico del genere, è stato pubblicato nel 1973 e da allora più volte ristampato, in ultimo associando allo pseudonimo anche il vero nome dell’autore, lo scrittore finanziario di successo Andrew Tobias.

 

***

 

Conclusione

Oggi, si annette grande importanza all’identità di colui che sostiene questa o quella opinione particolare, forti della tolleranza con cui si accolgono i più disparati punti di vista. Gli scrittori non devono temere i contraccolpi della riprovazione pubblica (sebbene è probabile che Salmon Rushdie non sia d'accordo). Generalmente si crede che chiunque abbia il diritto di dire la sua e, contraddetto, a difenderne la fondatezza. Si fa strada la convinzione, inoltre, che non è nell’interesse di nessuno avere scrittori omogeneizzati, laddove sono naturalmente divisi dal genere, dalla cultura di origine e dall'ideologia. Queste considerazioni e la saggezza tradizionale suggeriscono a chi scrive di concentrarsi sul lavoro di qualità e lasciare che la scrittura parli per lui. Ma se c’è chi convinto dell’esistenza sta cercando un ulteriore margine creativo e vuole lo pseudonimo perfetto, perché negarglielo?

(Fine)





Giacomo Donati 11:31 |
letteratura

lunedì, 23 febbraio 2004

Pseudonimi e letteratura /4
Da un canovaccio inglese di Tracy Pomerinke

Ritratto di Ugo Foscolo, by Francois Xavier Fabre, olio su tela          7. Sentirsi un altro

Nel panorama letterario italiano il caso di Ugo Foscolo è estremamente interessante. Foscolo si affida a “personaggi schermo”, ovvero si identifica con i personaggi che sono al contempo autobiografici e non. I personaggi di Jacopo Ortis, il più noto, e di Didimo Chierico rappresentano le due “anime foscoliane”. Il primo è chiamato a dar voce agli slanci del poeta e alla sua volontà di creare un “mito” della propria vicenda. La seconda “anima” è contrassegnata da un calore di fiamma lontana, come dice l’autore stesso nella Notizia intorno a Didimo Chierico, nella quale traccia un ritratto ironico e insieme fremente del suo personaggio. Jacopo Ortis non è Ugo Foscolo alla lettera, e tanto meno lo è Didimo Chierico, ma ne rappresentano una immagine e una maschera. Non si dimentichi che la pubblicazione della Notizia intorno a Didimo Chierico risale al periodo dei primi tentativi foscoliani di traduzione de Il viaggio sentimentale di Sterne, autore umoristico, dissolutore dell’io, e comico per eccellenza. Foscolo riesce a essere al contempo tragico e tempestoso come Jacopo Ortis, e leggero, sfuggente, e ironico come Didimo Chierico. D’altra parte, in una lettera a un’amante, Foscolo arriva a scrivere chiamami romanzo tanto giunge a tendere alla vaghezza del personaggio.

 

Ma l’anelito foscoliano non ha inciso né incide sugli esibizionisti e i presenzialisti odierni, che sgomitano per accaparrarsi i primi posti e apparire su qualsiasi ribalta, meglio ancora se televisiva. Ci vorrebbe la penna aspra e amara di un Thackeray per fissare i protagonista di questa disgustosa fiera della vanità sull’unico palcoscenico degno di loro: la berlina. Magari firmandosi con uno pseudonimo per sfuggire alla contraccusa di esibizionismo ai danni degli esibizionisti.

 

Samuele Langhorne Clemens cominciò ad usare il nome d’arte di Mark Twain dopo l’esperienza di apprendista pilota di battello sul Mississippi. Con l’espressione “Mark twain” i barcaioli indicavano due tese di acqua (quattro metri), la profondità necessaria per il passaggio sicuro di una barca lungo il fiume. Ma Clemens era tanto accurato da distinguersi da Twain sempre. Mentre Clemens dava l’impressione di un narcisista emotivamente instabile, Twain risultava affascinante, generoso e divertente. Un Sig. Hyde negli affari quotidiani, ma armato di carta penna e calamaio, emergeva il Dott. Jekyll che c’era in lui.

 

Eugenio Cirese (Foto A. Trevisani 1910)Si parva licet, difficile ipotizzare in Eugenio Cirese, nello svenevole cantore dei rassicuranti costumi del Molise campagnolo dei primi del Novecento, regno delle lucciole e degl'ingenui sentimenti della contadinotta al chiar di luna, il signor Hyde che albergava in lui e che, anonimamente o con il battagliero pseudoninmo di Tamerlan, affidava alla pagina il più assoluto disprezzo classista per gli abitanti del suo falso mondo poetico.

 

Chi si sente di essere un'altra persona quando scrive, è probabile che la voglia onorare con un nome suo proprio. Ma sappia: la persona che è stata battezzata con uno pseudonimo può rappresentare un presenza inquietante. Dal punto di vista letterario Stephen King ha trattato il tema del doppio nel romanzo La metà oscura (1988). Questo romanzo è basato sul rapporto tra scrittore e pseudonimo ed è un’analisi approfondita sui disturbi della personalità di matrice freudiana. È una sorta di rivisitazione del Dr. Jekyll e Mr. Hyde di Stevenson in chiave moderna, ma attinge anche all’opera di Dostoevskji e di Poe. La vera capacità dell’autore è di trattarne il contenuto, secondo un progetto autobiografico, che a prima vista appare assolutamente originale e finisce per porre lo scrittore davanti ad un dilemma: “e se lo pseudonimo fosse migliore di me?” A questa domanda King da una risposta celata nel finale del libro quando George Stark, l’alter-ego cattivo viene eliminato dal suo stesso creatore, Thad Beaumont, in una lotta abbastanza cruenta in cui lo stesso creatore si trova di fonte ad una scelta decisiva: “continuare a far rivivere il proprio pseudonimo o distruggerlo definitivamente anche a costo di rovinarsi la carriera?”. La domanda è pertinente dal momento che vi sono alcuni scrittori che con la loro firma hanno venduto pochissime copie, ma firmandosi con uno pseudonimo hanno visto il loro conto in banca aumentare a dismisura grazie ad un considerevole aumento delle vendite.

 

8. Rinnovarsi

Quando un scrittore è affermato in un genere o stile e vuole scrivere in un altro, un nome d’arte può facilitare la transizione.

 

Primo Levi, resta e forse sempre resterà indissolubilmente legato a Se questo è un uomo e, in misura minore, a libri come La tregua e I sommersi e i salvati; eppure esiste una sua produzione in cui riesce ad accantonare il motivo logorante del lager per approdare alla narrativa pura. Storie Naturali uscirono presso Einaudi nel ‘66 sotto lo pseudonimo di Damiano Malabaila. Levi, è certo, non ebbe il coraggio di mettersi subito allo scoperto, quasi temesse di profanare il ruolo che gli era ormai stato attribuito di “scrittore della memoria”.

Stephen KingTra il 1977 e il 1984 Stephen King pubblicò cinque romanzi sotto lo pseudonimo di Richard Bachman. Erano Ossessione (1977), La lunga marcia (1979), Uscita per l’inferno (1981), L’uomo in fuga (1982) e L’occhio del male (1984). Il motivo per cui King decise di firmarsi con uno pseudonimo non è molto chiaro, ma si può fare qualche ipotesi. Tutti i romanzieri sono incorreggibili mistificatori e fu divertente per King essere qualcun altro per un po’ di tempo. Lo stesso autore diede al suo pseudonimo un’immagine reale e addirittura fu messa una foto falsa di Bachman in compagnia della moglie, anch’essa creata ad arte, Claudia Inez Bachman, sulla copertina di L’occhio del male. Alcuni sostengono che egli lo abbia fatto perché il mercato era saturo di libri firmati King, e Bachman forniva un buon compromesso per gli editori. Altri affermano che si sentisse ormai stufo della definizione di scrittore horror. Ora bisogna dire che ognuno cerca di dare un senso alla propria vita, le persone straordinariamente fortunate o sfortunate sono portate a farlo più degli altri; ci sono quelli che vogliono credere, o almeno ipotizzano, di essere stati fregati dal cancro perché sono dalla parte dei cattivi, ci sono quelli che vogliono pensare di essere stati degli indefessi o dei veri signori, per non dire santi, per essersi trovati a ‘cavalcare la tigre’ in un mondo dove la gente muore di fame, ammazza e s’ammazza, si brucia, si frega, s’imbottisce e scoppia. Ma ci sono anche quelli che propendono per l’ipotesi lotteria, una versione vissuta di uno spettacolo a premi molto diverso da La ruota della fortuna o Ok il prezzo è giusto (guarda caso due dei libri di Bachman raccontano gare di questo tipo). È per qualche ragione deprimente pensare che sia stato tutto, o anche solo per la maggior parte, un caso. Così ci si ritrova forse a cercare di sapere se lo si possa fare di nuovo o nel caso specifico, se Bachman potrebbe rifarlo. La domanda resta senza risposta.

I primi quattro libri di Richard Bachman non hanno venduto molto bene, forse in parte, perché usciti senza clamore. Lo stesso King aveva chiesto al suo editore un profilo basso da mantenere su Bachman, ciò non ha impedito a quest’ultimo di guadagnarsi un suo seguito sotterraneo. Il suo ultimo libro L’occhio del male, aveva venduto 28.000 copie in edizione cartonata che non sono molte, ma sono sempre 4.000 in più di quelle vendute nel 1978 dal libro A volte ritornano firmato da Stephen King. Richard Bachman, sopravvissuto a un tumore al cervello, è morto infine di una malattia molto più rara, ‘cancro dello pseudonimo’. Ed è morto lasciando una domanda ancora senza risposta: è il lavoro che ti porta alla vetta o è tutto solo una lotteria? Ma il fatto che L’occhio del male ha venduto 28.000 copie quando il suo autore era Bachman e 280.000 copie quando l’autore era Stephen King dà da pensare.

Nel 1996 King ha resuscitato Richard Bachman e si è cimentato con lui testa a testa in uno strano parto gemellare. Stephen King ha firmato il nuovo Desperation e con lo pseudonimo I vendicatori. In quello stesso anno, King ha affermato che la vedova di Bachman aveva trovato una scatola piena di manoscritti, dove c’è ancora molto da leggere e da verificare ma chi (autore e/o lettori) credeva di essersi definitivamente liberato di Bachman stia in guardia.

(Continua)




Giacomo Donati 23:27 |
letteratura

domenica, 22 febbraio 2004

Pseudonimi e letteratura /3
Da un canovaccio inglese di Tracy Pomerinke

        3. Nome soffocante

Ovviamente chi si chiama Giacomo Leopardi, ha il problema inverso: ha un nome già memorabile, ma corrisponde ad un “altro” molto famoso. In questo caso, è meglio, anzi è necessario usare uno pseudonimo o almeno variare parte del nome per evitare confusione; non solo, ma anche per non vedere frustrata sul nascere la legittima aspirazione al riconoscimento del “proprio” nome e della “propria” personalità.

 

Prima che i romantici esaltassero la singolarità del “creatore”, l’arte era spesso un mestiere di famiglia. Prendiamo i Bach, a esempio paradigmatico: i figli di Johan Sebastian Bach seguirono le orme paterne e perpetuarono il mestiere di famiglia senza lasciarsi annichilire dal confronto con il genio paterno. L’Ottocento romantico mandò a morte le tradizioni artistiche familiari: padri, figli, fratelli e nipoti finirono tutti preda di un moderno narcisismo artistico, se così si può dire. E se in famiglia si era già toccata l’eccellenza in questo o quel ramo dell’arte, fu giocoforza per gli altri cambiare percorso, per non confrontarsi e correre il rischio di sentirsi annullati all’ombra del familiare eccelso.

 

Alberto Savinio (Andrea De Chirico), pittore, musicista e scrittore l’”altro De Chirico”, il fratello minore del più ingombrante Giorgio, ha cambiato il suo nome con uno pseudonimo mutuato dal cognome della madre per differenziarsi e provare a ritagliarsi uno spazio tutto per sé.

 

Il matrimonio con il più grande e celebre studioso e critico d'arte dell'epoca, Roberto Longhi, aveva messo in ombra la carriera della scrittrice Lucia Longhi Lopresti, che cambiato il suo nome in quello di Anna Banti si è poi affermata.

 

4. Selva di nomi

Abbiamo già citato Omero: non dimentichiamo che per alcuni l’effige e il nome del cantore cieco altro non sarebbero che una maschera e uno pseudonimo, con i quali la tradizione ha indicato la indistinta serie di rapsodi anonimi, ognuno per la sua parte autore dei cicli epici dell’Iliade e dell’Odissea.

 

Dovendo lavorare su un progetto collettivo di scrittura, è del tutto lecito che alcuni scrittori assumano uno pseudonimo. Più che un caso letterario Luther Blisset, nome derivato da un centravanti del Milan non proprio stellare, ha costituito negli anni scorsi un evento mediale. A parte le complicazioni derivanti dalla complessità del progetto cui si è dato vita, la strategia è basata più o meno sull'assunto che un nome (e quel nome) è semplicemente più comodo e facile da ricordare.

 

Esiste anche il caso inverso: un singolo scrittore che sceglie di firmarsi con più pseudonimi, per accreditare l’idea di un lavoro a più mani. Lo strano settembre 1950, il volume satirico che mise alla berlina De Gasperi, Missiroli, Paletta, Scelba, Secchia, Togliatti e altri personaggi politici dell’epoca, in comica agitazione per una fantomatica presenza di Stalin a Roma, fu firmato con i nomi di Donato Martucci e Uguccione Ranieri da quel bel tomo di Leo Longanesi.

 

5. Nome rivelatore

Nel libro di Carroll, Attraverso lo specchio, Alice incontra Humpty Dumpty, l’uovo filosofo, che vuole conoscere il significato del suo nome.

“Un nome deve avere significato? “ chiese Alice dubbiosa.

“Certamente”, rispose Humpty Dumpty, con una risatina. “Il mio nome significa la forma che ho, una gran bella forma, tra l’altro. Con un nome come il tuo, potresti avere qualsiasi forma”.

 

In verità, gli pseudonimi “significano” sempre, anche se non sempre chi ne fa uso si preoccupa di metterne a parte i lettori. Lasciando da parte la i fracassata, Italo Svevo, nel Profilo autobiografico, argomenta in maniera più seria sulle ragioni che lo hanno spinto a fare uso di quello pseudonimo “che sembra voler affratellare la razza italiana e quella germanica” e si appella alla sua città a Trieste che da secoli adempie, come porta orientale dell’Italia, alla funzione di “crogiolo assimilatore” di elementi eterogenei: il nonno, funzionario asburgico a Treviso vi sposò una italiana, così il figlio (il padre dello scrittore) si considerò italiano, sposò a Trieste una italiana e ne ebbe otto figli, quattro maschi e quattro femmine. Tuttavia Svevo rigetta la radice germanica a motivo dello pseudonimo e lo mette in relazione diretta con un suo prolungato soggiorno in Germania e con la filosofia di Schopenhauer, il suo autore preferito.

 

Joyce LussuInoltre, alcuni nomi possono essere ritenuti eccessivamente domestici: si capisce benissimo perché Gioconda Salvadori, con ascendenze inglesi e marchigiane abbia optato per il più esotico e suggestivo e perfino equivoco Joyce Lussu, anche a prescindere dalla spiegazione: “Mi chiamo Joyce Lussu perché le donne non hanno un nome proprio. Le donne devono sempre portare il nome di un uomo, o è il padre o è il marito. Il padre me lo sono trovato, il marito me lo sono scelto [è stata per quarant'anni la compagna di Emilio Lussu]: c'è un briciolo in più di autonomia”.

 

Molti scrittori scelgono un nome d’arte che oltre a rimandare alle loro personalità circoscrive l’oggetto dei loro interessi.

George Arnold (1834-1865), poeta molto apprezzato e giornalista versatile, uno dei principali esponenti della bohème letteraria newyorkese di metà Ottocento, insieme a Thomas Bailey Aldrich, Henry Clapp, William Winter e altri, fece uso di diversi pseudonimi, tra cui quello di “McArone” (Maccherone), che utilizzò, dopo una serie di articoli “italiani”, anche per una più lunga serie di finte corrispondenze dai fronti della guerra civile, continuata fino a pochi giorni dalla morte prematura.

 

Tra il 1924 e il 1925, sulla rivista umoristica “Il becco giallo”, che non risparmiava critiche al regime fascista, Corrado Alvaro tenne con lo pseudonimo di V. E. Leno la rubrica “Sfottò”.

 

Carlo Fruttero, in veste di direttore della rivista di fantascienza “Urania”, che all'inizio degli anni Sessanta, con l'esclusiva dei racconti pubblicati su “Galaxy” la famosa rivista americana, diventò di colpo una pubblicazione d'avanguardia, inventò e curò un’appendice, “Il Marziano in cattedra”: si trattava di brevissimi testi dei lettori giudicati per l’appunto dal “professor Marziano”.

 

Senza ingiuria per la letteratura: Bettino Craxi, il potente leader del Partito Socialista Italiano, che il sentire popolare aveva giudicato essere un covo di ladri, ha firmato i suoi interventi su “L’Avanti” con il nome di Ghino Di Tacco, un brigante gentiluomo, una sorta di Robin Hood delle cronache medievali italiche, generoso con i poveri e gli studenti, che prima di estorcere si informava sui reali possedimenti della propria vittima, lasciandole sempre di che vivere.

 

Giacché siamo in argomento, un esponente della classe politica dispersa dall’inchiesta giudiziaria “Mani pulite” nell’ultimo decennio del secolo scorso, Paolo Cirino Pomicino ha firmato e continua a firmare i suoi corsivi e i suoi pamphlet con il nome d’arte di Geronimo, il leggendario epico capo indiano. “Con il furore di chi si sente vittima assai meno colpevole di tanti altri; ma anche con la dovizia di informazioni che vengono da una rete straordinaria di relazioni e dalla lettura di quintali di carte giudiziarie”, Geronimo Cirino Pomicino scaglia le sue frecce avvelenate contro tutti a cominciare dai personaggi più noti e influenti della ribalta italiana: padri della patria, politici, industriali.

 

A scavare nel filone promettente non poteva non accorrere il “picconatore” per eccellenza, Francesco Cossiga, che disprezzando pseudonimi bellicosi ha optato, invece, per quello più anodino di Franco Mauri. Forse inconsapevolmente, l’ex capo dello Stato ha scansato il pericolo di cadere nel cliché e di scadere nel ridicolo degli pseudonimi roboanti. Il rischio, sempre in agguato in casi simili e in riviste o periodici a torto o a ragione ritenuti di “rottura”, fu nitidamente avvertito a fine Ottocento dal battagliero Andrea Costa che, a un amico che gli aveva inviato un articolo per il suo giornale, rispose: “Caro M., domenica prossima sarà pubblicata la tua breve corrispondenza: alla quale non ti meraviglierai se non appongo il [sic] pseudonimo di Ribelle perché altri collaboratori avendo voluto firmarsi chi Dinamite, chi Cotone Fulminante, chi Marat, chi Spartaco; io che sono del parere che tali pseudonimi tolgano serietà agli scritti, ho stabilito di non accettare pseudonimi”.

 

6. Ragioni legali

Alcune case editrici assumono autori cui impongono lo pseudonimo, quasi come un marchio di fabbrica, allo scopo di impedire loro di affermarsi con il nome proprio e non correre il rischio che possano in futuro portare i loro lettori a un’altra casa editrice. Inoltre ricorrendo a clausole contrattuali per proibire a un autore di pubblicare con lo stesso nome per un certo periodo di tempo, introducono ragioni legali e irresistibili per spingerlo a optare per uno pseudonimo.

 

Giose Rimanelli seminaristaD'altra parte, non è una buona idea ricorrere a un nome d’arte per evitare la responsabilità di quello che si scrive. Uno pseudonimo non esiste come entità legale e non protegge da eventuali azioni giudiziarie. A prescindere dalla firma, è chi ha firmato con quel nome a risponderne. Degli ignominiosi apprezzamenti riversati dalle colonne dello “Specchio” su alcuni scrittori italiani (Pasolini per tutti), verso la fine degli Anni Cinquanta del secolo scorso, non fu responsabile il fantomatico A.G. Solari, ma Giose Rimanelli, che nascondendosi sotto quello pseudonimo li volle finanche raccogliere in un volume con il titolo Il mestiere del furbo, e se non altro per la perdurante responsabilità ben meritò la replica di Giovanni Titta Rosa che lo bollò come dedito al “mestiere del fesso” o se si preferisce “del cojon”.

(Continua)


Giacomo Donati 22:44 |
letteratura

sabato, 21 febbraio 2004

Pseudonimi e letteratura /2
Da un canovaccio inglese di Tracy Pomerinke

Polifemo, cammeo del Museo Archeologico di NapoliNel mondo letterario antico si registra un caso celeberrimo di un uomo che si “ammanta di uno pseudonimo” nell’Odissea di Omero, quando Ulisse, per ingannare il Ciclope Polifemo, si fa chiamare Nessuno. Differenziandosi degli eroi dell’Iliade, tasselli di un mosaico epico collettivo, Ulisse o Odisseo è uno dei primi eroi ad affermare la propria personalità, è il primo vero “io” della letteratura occidentale. Tuttavia, costretto a presentarsi come Nessuno, ci induce a riflettere sul nome, sul rapporto tra l’identità, la costruzione dell’io, e il nome. È indicativo che Odisseo riesca a fuggire dall’antro del Ciclope e a liberarsi dalla prigionia, proprio negando sé stesso, ossia facendosi chiamare con una negazione dell’identità, Oudeis, Nessuno. Naturalmente con le successive traduzioni si perse l’equivoco voluto e determinato dalla fonetica della lingua arcaica usata da Omero, per cui Odisseo era Odysseus e Oudeis significava appunto Nessuno. Si potrebbe perciò dire che Odisseo è un nome che afferma la sua consistenza, ma al contempo la nega, perché è quasi Nessuno. Fin dalle origini la consistenza dell’io, che è nel nome, si associa sempre alla sua stessa negazione. Nell’episodio di Ulisse e Polifemo, la negazione dell’io è addirittura utile ad affermare la personalità dell’eroe.


In Seneca, invece, si affaccia l’idea di una personalità multipla, di un soggetto che recita la sua parte perché ha una maschera, cui si contrappone la figura del sapiente, il quale costruisce un “io” saldo, che non muta nel tempo. Si potrebbe dire che la personalità è sempre frammentata, che l’io nasce già come frammentato e, in qualche modo, contraddittorio a sé stesso e all’universo collettivo. La risposta dimora nel fondo più oscuro della psiche collettiva se si pensa ai miti del “doppio” e del “sosia”. Il “doppio” e il “sosia” sono figure retoriche già ampiamente trattate dalla letteratura arcaica. Il nome “sosia”, infatti, deriva da un personaggio di una commedia di Plauto, l’Amphitruo. Sosia era il nome del servo di Anfitrione.


Affidando il proprio io alla pagina, l’autore ne fa un altro da sé. Da questo punto di vista l’”io” è sempre un altro, e si può costruire anche soltanto attraverso una “maschera”. La letteratura moderna e del Novecento, compresa quella italiana, ricorre spesso alla figura della “maschera”. Da questa discende quel motivo del “doppio” pirandelliano che fa tappa fondamentale ne Il fu Mattia Pascal. Mattia Pascal è il personaggio che, per consistere, deve assumere sempre altre identità. Mattia Pascal muore due volte, e continua a vivere sottratto a sé stesso, con una personalità che gli viene costantemente negata, proprio perché si deve sempre mostrare agli altri.


Certo far ricorso a pseudonimi nel mondo d’oggi risponde sempre più a esigenze di scelta interiore piuttosto che a necessità imposte da circostanze esterne. Nessun redivivo Ippolito Nievo si costringerebbe a firmarsi Todero, per gabbare la censura austriaca, e prepararsi a indossare la camicia rossa di garibaldino dei Cacciatori delle alpi e della spedizione dei Mille in Sicilia. Nessun Carlo Lorenzini a battezzarsi Collodi, con il nome del paese della madre, per fondare riviste satiriche e combattere le guerre d'indipendenza. Nessun Bassani a travestirsi da Giacomo Marchi per sfuggire alle persecuzioni razziali e nessun Pincherle da Moravia, quindi addirittura da Pseudo, per aggirare la censura fascista. Gli scrittori moderni, godono di una libertà straordinaria per esprimersi, a cominciare dal nome proprio. Ma allora perché optare per un nom de plume?


II


 

God Eyes His Creation... by Joe BergeronSi scrive in incognito per diversi motivi, personali e professionali.

 

1. Omaggio alla privacy

È noto che in alcune culture primitive la persona trova consistenza nel nome. Conoscere il nome è conoscere la persona, confidare il proprio nome comporta il rischio di mettere la propria persona nelle mani dell'altro. Di più. “La sostanza della mitologia romana, come dell'ellenica” spiega un'autorità come il Mommsen, “è l'astrazione e la personificazione... e anche al Romano come al Greco ogni nume apparisce sotto forma di persona, e ne fa prova il concetto che ogni deità è maschio o femmina, e l'invocazione al nume ignoto: - Sei tu dio o dea, maschio od anche femmina?”. “Quindi - conclude lo storico - la profonda convinzione che si debba gelosamente conservare segreto il nome del vero genio tutelare del comune, affinché non lo apprenda il nemico, e chiamando il dio col suo nome, non l'adeschi al di là dei confini”. 

In tempi più vicini a noi una identica posizione culturale è stata registrata nei confronti della fotografia, fino a cristallizzarsi nel luogo comune della ritrosia dei “selvaggi” a farsi fotografare. Il nome o l'immagine, quindi, come essenza dell'uomo. Niente di strano se tracce di queste concezioni ancestrali resistono ancora oggi. Alan A. Milne considerava il nome assolutamente personale e privato, arrivando a pensare che la semplice menzione del nome operata da altri “porta per un momento un senso vago di disagio, come se una libertà fosse minacciata”.

Oggi, noi vogliamo proteggere la nostra libertà per rimanere relativamente ignoti: il Grande Fratello incombe (incidentalmente, George Orwell era il nome d’arte di Eric Arthur Blair). Sempre più a disagio per il numero delle informazioni che gli altri possono sapere su di noi, e per la spaventosa molteplicità delle strade e dei ritrovati tecnici per arrivare a impossessarsene, gli scrittori scelgono di tenere riservati i loro nomi privati come tentativo di protezione personale.

 

2. Nome difficile o sconveniente

I nomi possono essere difficili da sillabare o pronunciare. Se fossero occorsi più di otto anni per imparare a sillabare il proprio nome, o se quel nome utilizza più di mezzo alfabeto, è vantaggioso scegliere uno pseudonimo più corto. Dopo tutto, se il nome è facile da ricordare, i lettori saranno capaci di ricordare meglio i libri firmati con quel nome. Più o meno sarà stata questa la ragione o una delle ragioni per cui Aron Hector Schmitz ha rinunciato al suo nome teutonico e scelto il più tranquillo Italo Svevo per presentarsi ai lettori italiani. Accreditando questa tesi, l'autore stesso confidò ironicamente di aver fatto ricorso allo psudonimo perché gli faceva pena in Schmitz quella i fracassata da consonanti.

Sulla strada indicata da Svevo, si è messo anni dopo anche Curzio Malaparte, “arcitaliano” di Prato, uno degli scrittori più discussi del secolo scorso, che ricavò il suo nom de plume da un pamphlet pubblicato a Torino dal titolo “I Malaparte e i Bonaparte”, e seppellì l’impraticabile Kurt Erich Suckert.


Non per questo un nome lungo o difficile da pronunciare deve essere visto sempre come un ostacolo sulla strada del successo. Un buon esempio è dato dai libri dello psicologo Mihaly Csikszentmihalyi su “flow” (flusso creativo) e creatività.


Infine, ci sono nomi oggettivamente brutti e capaci di evocare immagini sgradevoli: non c’è bisogno di calarsi nei panni di un personaggio decadente ed estetizzante come Gabriele D'Annunzio per sentire ripugnanza a firmarsi con il nome di Gabriele Rapagnetta.

(Continua)

Giacomo Donati 21:29 |
letteratura

venerdì, 20 febbraio 2004

Pseudonimi e letteratura /1
Da un canovaccio inglese di Tracy Pomerinke


Il Caso è lo pseudonimo scelto da Dio

quando non vuole firmarsi di persona

(Anatole France)



In Baudolino, di Umberto Eco, è posta la questione su che tipo di piacere si prova a vedere le proprie creature poetiche attribuite a un altro, sia pure un se stesso anonimo o nascosto dietro uno pseudonimo.

Baudolino risponde che il destino di una poesia tabernaria è passare di bocca in bocca, la felicità e sentirla cantare, e sarebbe egoismo volerla esibire per accrescere la propria gloria. Ma - spiega - non è umiltà la sua: gli piace far accadere le cose ed essere il solo a sapere che sono opera sua. Insomma, è spinto da qualcosa che ha meno a che fare con il principe della menzogna e più con la volontà di sentirsi Domineddio.

I

Appare inconcepibile che uno scrittore non ancora affermato possa essere sfiorato dall'idea di usare uno pseudonimo. Dopo aver lavorato diligentemente per anni, nessuno può disdegnare la notorietà e vedere il suo nome a stampa. Viceversa, chi pubblica da anni è probabile che guardando indietro ai vecchi lavori pagherebbe chissà che cosa per cancellare il suo vero nome da quelle prove d’insipienza.

Sfogliando una rivista o consultando una bibliografia, capita di imbattersi in scrittori che appaiono sconosciuti. Ma conviene stare in guardia. Per sfuggire alle persecuzioni razziali, Giorgio Bassani pubblicò i suoi primi lavori con il nome di Giacomo Marchi. E gli oscuri Andrzej Javier, Stanislaw A. Gruda e Piotr Jasien non sono che gli pseudonimi prescelti dal giovane sacerdote Karol Wojtyla, il futuro papa Giovanni Paolo II, per firmare gli articoli che andava pubblicando all'indomani della Seconda Guerra Mondiale sulla “Settimanale Universale” e per firmare, nel 1960, il dramma “La bottega dell'orefice” e sfuggire alla censura comunista.


Un altro Carlo, Charles Lutwidge Dodgson, è celebre con lo pseudonimo di Lewis Carroll derivato dal suo vero nome (Charles in latino è Carolus mentre Lutwidge è l'antico nome tedesco di Lewis). Carroll fu affascinato dai nomi e dal significato dei nomi, e non si lasciò scappare occasioni per trattarne in molte delle sue storie. Nelle Avventure di Alice nel paese delle meraviglie, per esempio, il Coniglio Bianco trova un foglio di versi non firmato. Il Fante di cuori compare di fronte alla corte e nega di esserne l'autore, tanto più che nessuno può dimostrare il contrario, essendo il foglio per l’appunto privo di firma. “Ah, tu non hai firmato il tuo scritto? “, disse il Re. “Questo peggiora la situazione. Certamente avevi qualche cattiva intenzione, altrimenti avresti firmato come ogni galantuomo”.


Effettivamente, si considera che il nome di una persona sia il marchio dell'integrità. Se si è disposti a “mettere il nome” su qualche cosa, si è disposti a riconoscerla ed esserne responsabili. Di norma i giornali cestinano i messaggi non firmati o (o almeno così dicono di fare) e le procure non prendono in nessuna considerazione le denunce anonime. L'uso di un nome fittizio comporta l'idea di un essere abietto o equivoco che tenta di raggiungere mete altrettanto abbiette o equivoche, comunque interdette agli esseri spregevoli. Le spie usano uno pseudonimo per sfuggire alla cattura; molti manifesti elencano i nomi fasulli di un criminale ricercato.


Non a caso il buon Vincenzo Monti “cavaliero”, famoso per la traduzione dell’Iliade ma sbertucciato dal Foscoli, come “traduttor de’ traduttor d’Omero”, in quanto ignorante della lingua greca, si gioca tutto nella replica epigrammatica basata sul nome fittizio che il censore ha preferito al nome vero. E spara:


Questo è il rosso di pel Foscolo detto

Si falso che cangiò fino se stesso

Quando in Ugo cangiò ser Nicoletto,

guarda la borsa se ti vien d’appresso.


Mascherando l’identità o manipolando qualche aspetto della verità, uno pseudonimo desta sospetti. Cosa cerca di nascondere? Se non ci dice nemmeno il suo vero nome, che cosa trama l'autore? In passato (e lo si vedrà emblematicamente a proposito di Italo Svevo), c’è stato un tempo in cui scrivere romanzi era considerato occupazione di basso rango, forse più un vizio che una professione, e lo pseudonimo era un modo che poteva apparire anche perfettamente naturale e rispettabile con cui proteggere se stessi (e i propri parenti) dall’imbarazzo. Con il crescere della considerazione per l’arte del romanziere, le cose sono cambiate: da una parte i critici e dall’altra i lettori cominciarono a guardare con sospetto il lavoro svolto da uomini e donne che sceglievano di tenere nascosta la loro identità. L’opinione generale era che se fosse stata roba buona, l’autore ci avrebbe messo sopra il suo vero nome, se aveva preferito il falso il libro doveva essere un bidone.


Ma il nome d’arte può acuire la curiosità del lettore e creare un'aria di mistero: chi è la vera persona che sta dietro alla scrittura?

Per J. Starobinski, autore di un saggio famoso sullo pseudonimo Stendhal: “…Un uomo che si maschera o si ammanta di uno pseudonimo, si rifiuta a noi. Ecco perché ne diffidiamo e tentiamo di smascherarlo, volendo sapere da chi cerca di nascondersi, di quale Potere ha paura, di fronte a quale Sguardo si sente arrossire; e inoltre, com’è il suo volto se ha ritenuto di dover nasconderlo. E a queste domande se ne aggiunge un’altra: cosa vuol dire il nuovo volto di cui si fregia, che senso dà ai suoi comportamenti mascherati, quale personaggio sta ora simulando, dopo aver dissimulato quello che voleva far scomparire…”.


(Continua)

Giacomo Donati 00:13 |
letteratura

martedì, 17 febbraio 2004

L'ostensorio di Picariello

Ignoto XVI Secolo - Processione Corpus DominiAntonio Picariello, che per ricordare Marco Pantani ritiene doveroso parlare di se stesso e, tra l'altro, della sua "piccola eccezionale macchina fotografica", con cui scattò "qualche immagine mai arrivata alla pellicola", merita un encomio.


Ci permettiamo, tuttavia, di muovergli anche un appunto. Senza badare alla forzatura, il critico parte da una riflessione: “I giornali [meglio, forse, i telegiornali] hanno sostituito nelle società contemporanee gli oggetti [i momenti] liturgici del rituale Domenicale”. E dà la stura ai ricordi personali e a una cantonata: “L’attesa frenetica dell’alzata dell’Ostensorio, in età adolescenziale preannunciava il liberatorio: - La messa è finita andate in pace”.


Evidentemente il pathos del racconto in prima persona ha giocato un brutto scherzo al funambolico critico. Il “rituale Domenicale”, ossia la messa, per parlar chiaro, non prevedeva allora e non prevede oggi l’uso dell’ostensorio, né tanto meno la sua “alzata”. Invece, prevedeva e prevede l’uso del calice e della pisside e la loro alzata [meglio, forse, l’elevazione].


Pace e bene.






Giacomo Donati 09:10 |
varie

sabato, 14 febbraio 2004

Un omaggio sui generis a Sabino D'Acunto

Riconoscere pubblicamente un torto nei suoi confronti, portare l'estremo saluto alla sua spoglia mortale, ricordarne le benemerenze artistiche, intitolargli un premio letterario, una via, una piazza: sono tanti i modi per rendere omaggio a un letterato scomparso. Sabino D’Acunto li merita tutti, per la serietà e la dedizione con cui ha risposto alla vocazione artistica. La sua produzione, finanche nelle espressioni migliori, come Elegia molisana, è condannata a impallidire davanti al riverbero del “sacro fuoco” che ha divorato la figura dell'autore, emblematica nel panorama molisano.

La lettura di una composizione che, a mo' d'epitaffio, è stata proposta da Giovanni Petta e Rossano Turzo per ricordare il letterato scomparso di recente, ne riafferma la statura morale. La lirica s’intitola “Compromesso”:

Ci sono versi che non ho mai scritto,
nella memoria si son fatti canto
e lacrime che dentro ho raggelato
ma l’anima hanno terso.
Ci son dolori che non ho gridato
e gioie barattate col silenzio:
tutto rimane un duro compromesso.


Ma la lettura ribadisce altresì che la resa poetica dei versi di D’Acunto resta inferiore alla tensione morale dell’autore, anche se Giovanni Petta si adopera ad enumerare i pregi artistici della lirica:

“D'Acunto – scrive Petta a Turzo - è stato bravo a non enfatizzare i versi del suo canto. È proprio questo che lo ha sempre caratterizzato come un vero poeta del Novecento. In questo piccolo componimento, che il tuo lettore trova prosaico, c'è un'armonia strutturale semplice ma di lavoro certosino, di cura e puntualità di scelte metriche, sintattiche e lessicali. Se il tuo lettore vorrà prestare attenzione, troverà sei endecasillabi divisi in due gruppi di tre da un settenario che evidenzia, con la sua diversa lunghezza, la parola "anima" e quel "terso" che rimanda alla pulizia, alla purezza, obiettivo sospirato, desiderio sempre rintracciabile nella poesia di D'Acunto. L'endecasillabo e il settenario sono i versi classici per eccellenza della tradizione poetica italiana. Già questa scelta sa di liricità e di tradizione, nonostante la semplicità lessicale voluta e la quotidianità che suona nelle parole scelte dal poeta. Inoltre, la scelta delle "t" ripetute nel finale dei primi cinque versi, il raddoppio della stessa consonante e lo spostamento al centro nel 6° e all'inizio nel 7° verso, rivelano, proprio nella durezza del suono, la sofferta consapevolezza di quanto esplicitato nei contenuti. Una fredda consapevolezza, ribadita in quel "raggelato" al 3° verso che ricorda tanto il "digrignato" nelle trincee di Ungaretti. Mi fermo per non arrivare all'autopsia inutile del verso. Mi sembra però che quanto detto basti già per dire che tanta attenzione al lessico e alla metrica allontana ogni sospetto di prosaicità. Certo, D'Acunto non è sempre tondo, morbido, cantabile... ma a me i poeti "tondi" non sono mai piaciuti”.

Così Giovanni Petta. Ma si può e si deve dissentire dalla sua analisi tecnico-formale, introducendo nella valutazione estetica della lirica di D'Acunto un epigramma.

Un settenario che inframmezza terso
d'endecasillabi il placido flusso
certo è segnale di classico gusto,
non certo di poesia.
Diversamente, amici Petta e Turzo,
valgono quanto i versi di D'Acunto
i versi miei che gli rifanno il verso.


E certamente Petta, per seguirlo sul suo stesso campo, non commetterà l’errore di assegnare dignità poetica all’epigramma, pure davanti ad alcune raffinatezze formali. A cominciare dalla struttura metrica identica al modello, per continuare con la rima terso/verso che, come guscio di madreperla, chiude il componimento, giocato tutto sull'assonanza u-o (flusso, gusto, Turzo, D'Acunto), quasi a creare il necessario fondo scuro (u-o), dal quale deve staccarsi e risplendere, come sole, la rima del settenario centrale: poesia!

Chiusa la parentesi e concludendo: non sono meno sentite la lode e la gratitudine rivolte alla memoria di Sabino D’Acunto, degno figlio del Molise, da parte di chi antepone la statura morale del letterato al talento poetico dell’artista.































Giacomo Donati 15:00 |
letteratura

martedì, 10 febbraio 2004

Iorio, La Penna, Rita Frattolillo e l'identità molisana

Ritorniamo ad occuparci de “Il bene comune”, il mensile diretto da Antonio Ruggieri, che nel numero in distribuzione (Gennaio 2004) presenta una singolar tenzone dialettica tra personaggi di spicco della vecchia e della nuova classe politica dominante.

A Michele Iorio che si è concesso una libera, inattesa incursione nel campo della riflessione culturale molisana ha risposto per le rime Girolamo La Penna. Il buon Girolamo o, se si preferisce, il buon Sebastiano (come parrebbe essersi ribattezzato) o Cotica Roscia (come lo ha ribattezzato Giose Rimanelli diversi lustri or sono) ha avuto partita facile a zittire l’interlocutore, reo di aver sostenuto nel quarantennale della Regione Molise la tesi di una regione troppo giovane e perciò non ancora dotata di un’identità precisa e, per sua sfortuna, sprovvista oggi come ieri di uomini rappresentativi, capaci di caratterizzare e nello stesso tempo travalicare i confini regionali.


Girolamo La Penna, cui sarebbe bastato un secco Ne ultra crepidam! per invitare il Presidente a limitarsi a fare il proprio mestiere, ha voluto strafare. E ha confezionato una dissertazione di stampo professorale, con i pregi e i difetti del genere. Legittimo il desiderio di portare acqua al mulino della propria attività politica e riconoscersi il merito pro quota di aver contribuito alla promozione dell’autonomia regionale. Ma francamente non occorreva tanto. Bastava e avanzava rimandare Iorio a studiarsi la storia patria, ricordandogli che sono almeno nove secoli, prima come Comitatus Molisii, poi come Contado di Molise, quindi come Provincia di Molise e infine come Regione Molise, che il nostro territorio costituisce entità topografica, amministrativa, culturale e sociale ben definita. Tant’è che i padri costituenti, in via interlocutoria, e il parlamento della IV legislatura, in via definitiva nel dicembre 1963, l’hanno elevato al rango di dignità regionale a dispetto della limitata estensione e dello scarso peso economico e demografico.

***


Pappagallo rosso by Mario FontanaSulla diagnosi specifica di un Molise privo di uomini rappresentativi, è tornata invece Rita Frattolillo, che si è voluta spendere in una perorazione, ammirevole nelle intenzioni, controproducente nel risultato. Il fulcro della sua difesa appassionata è una domanda retorica, in apparenza ben congegnata, non a caso ripresa e duplicata con rilievo grafico anche in una finestra a parte. Si chiede dunque la Frattolillo, con un briciolo di teatralità:


“Non è forse ingeneroso tacere di personalità come quella [sic] di Lina Pietravalle, Erennio Gammieri, Amedeo Trivisonno, Gino Marotta, Jacovitti, i quali, ognuno nel proprio campo, hanno ‘annesso’ il Molise alla letteratura, alla musica e all’arte nazionale ed estera?”.

Ora, sorvolando su questa disinvolta formazione di molisani emblematici (con illustri carneadi agli occhi dei corregionali, come Gammieri, o con molisani per puro accidente, come Jacovitti), è facile sgonfiare tanta bolla patetica. Basta citare Adriano Tilgher che già nel 1932 scriveva della Pietravalle, dicendola “nota al gran pubblico come la novelliera molisana per eccellenza” in quanto, “come Grazia Deledda ha annesso la Sardegna e Matilde Serao Napoli”, “il Molise è la provincia ch’ella ha annesso alla letteratura italiana [i corsivi sono nostri].

Domanda retorica per domanda retorica: - Che viene a parlare, la Frattolillo, di identità culturale molisana se da patrocinatrice qual è non è capace di articolare un concetto originale e, ovviamente senza citarlo, deve accontentarsi di rifare il verso a un letterato campano, sia pure del calibro di Adriano Tilgher?














Giacomo Donati 22:43 |
letteratura

domenica, 08 febbraio 2004

Fontana Fraterna, addio?

"LA SAPETE L'ULTIMA? La soprintendenza (non so quale) sta ipotizzando lo smontaggio della Fontana Fraterna in accordo con un architetto locale ed il comune di Isernia, per farne un calco in resina da sistemare al posto dell'originale e spostare i pezzi nel museo archeologico".


A segnalare il rischio in ipotesi è Franco Valente, nelle vesti di Presidente dell'Associazione culturale virtuale "Archeologia a S. Vincenzo; c'è ancora trippa per i gatti?", in buona sostanza come "soprintendente virtuale" delle soprintendenze molisane (circolare n. 43 - Febbraio 2004).


Dopo essersi complimentato con gli ideatori del progetto, Franco Valente si congratula con "tutti i lavapiedi molisani, tutti i professori emeriti dell'archeologia molisana, tutti i tromboni filorisorgimentali [che] si fanno rigorosamente i fatti propri".


"Ma, d'altra parte - conclude l'architetto venafrano, - nel Molise quando la Soprintendenza distrugge i monumenti non è reato, quindi non bisogna preoccuparsi più di tanto".






Giacomo Donati 08:53 |
contributi di terzi