Penne e pennivendoli molisani

lunedì, 29 marzo 2004

Telemolise, ribalta strapaesana o Tv di servizio?


Con le praterie lasciate libere dalla Rai Molise (vedi “Rai: la principessa di Campobasso” del 18 marzo), c’era da attendersi che le Tv locali scorrazzassero liberamente nella cronaca e negli approfondimenti socio-politici della regione. In effetti, è ciò che accade.

“Anche troppo!”, secondo i critici di casa nostra. Delle rassegne stampe mattutine, le diverse edizioni dei tg quotidiani, i programmi serali di approfondimento, i pomeriggi domenicali interamente consacrati allo sport regionale, con il calcio a farla da padrone, a costoro non vanno a genio sostanzialmente due cose: il trionfo dello strapaese e il colore politico troppo ben definito delle Tv commerciali molisane, Telemolise in testa, forte di 100 mila contatti al giorno, in un territorio di poco più di 300 mila abitanti.

 

Manuela Petescia, direttore di Telemolise, ovviamente non è d’accordo. Secondo lei, non di strapaese né di inclinazione al campanilismo si tratta, ma di portare le telecamere e i giornalisti nel territorio, “nei luoghi della gente che soffre”, per “dare voce ai disagi dei bambini, delle persone ammalate, disabili, disadattate, dimenticate, anziane, indifese, maltrattate, sfruttate…”. Perché – è la sua conclusione – “Telemolise, pur con scarsissime risorse, è questo prima di tutto: una Tv al servizio della gente”.

 

Sul colore politico, il direttore di Telemolise ha un’opinione netta. Dopo aver chiarito che le porte della Tv sono aperte a tutti, Manuela Petescia sostiene che in Molise “Ci sono giornalisti che da vent’anni stanno sempre dalla stessa parte, anche quando questa parte non vive i giorni del potere, perché ciò che scrivono coincide con ciò che pensano onestamente e che amano”. E aggiunge: “Conosco, invece, giornalisti e politici […] che hanno venduto l’anima per soldi o per affari a loschi personaggi e nonostante questo credono di aver conservato agli occhi del mondo la propria verginità, e dall’alto di questa verginità pontificano”.

 

Sarà. I critici scrollano la testa, sebbene qualche dubbio dovrebbe cominciare a farsi strada in loro, dopo i riconoscimenti di Aldo Grasso. Per l’illustre commentatore televisivo del “Corriere della Sera”, Telemolise è un esempio da imitare, non solo dalle Tv locali e commerciali, ma anche dai grandi network nazionali. Per Grasso, “È la vicinanza al territorio, il tempestivo raccordo coi fatti che investono la comunità locale il punto forte di Telemolise”. Non a caso, “Con una diretta di quaranta ore la piccola emittente di Campobasso lo scorso 31 ottobre [2002] ha raccontato all’Italia la tragedia della scuola di San Giuliano. E la Rai taceva…”.

 

Che non si tratta di un’infatuazione stagionale legata a una circostanza fortemente emotiva, lo dimostra la tesi di laurea sull’attività di Telemolise assegnata a circa un anno di distanza dal terremoto dal medesimo Grasso, titolare della cattedra di Storia della Televisione italiana alla “Cattolica” di Milano.

 

Non solo. Più o meno in contemporanea, Telemolise ha intascato il lusinghiero risultato di un’inchiesta di “Panorama”, che ha riconosciuto alla Tv molisana il settimo posto assoluto, subito dopo le reti Rai e Mediaset, tra le Tv italiane meglio attrezzate in Web.

 

Ma anche nel mondo televisivo la musica non cambia. Nessuno è profeta in patria. O, se si preferisce, non c’è grande uomo per il suo “vallet de chambre”. Così Telemolise si vede quotidianamente puntare il dito contro da un manipolo di detrattori che nel forum della Tv o in altri siti telematici denunciano questa o quella presunta magagna, questa o quella presunta omissione. Quasi sempre costoro si affidano a messaggi anonimi o firmati con nomi d’arte inverosimili, come “Cucusetteté” o come “Telelecco”, per restare agli ultimi apparsi in ordine di tempo, e passano dai complimenti o pseudocomplimenti più spinti o imbarazzanti alle critiche più feroci.

 

Spesso, poi, le critiche sono corroborate da apprezzamenti sul modo di essere o apparire dei redattori, più spesso ancora di Manuela Petescia. Che, diversamente dagli illustri colleghi della Rai Molise (chiusi nella torre d’avorio dell’indifferenza, in barba agli spettatori contribuenti) non si sottrae mai al diritto–dovere della replica. Nemmeno quando le critiche anonime sconfinano in insulti gratuiti, che sembrano prendere origine tutti dalla choc di vedere una donna giocare ad armi pari e vincere in una realtà, quale quella molisana, che si pretende, come in passato, ora e sempre in mano agli uomini.




Giacomo Donati 15:26 |
giornali tv e web

sabato, 27 marzo 2004

Borgo murattiano? Alla mercé dell'ignoranza

erba volant - «Il Borgo Antico di Campobasso alla mercè della sporcizia. Questa l’amara situazione che molti residenti e visitatori, ormai da tempo, hanno appurato girando per i caratteristici vicoli del Borgo Murattiano. Ovunque si posi lo sguardo durante, magari, una rilassante passeggiata tra gli edifici di epoca medievale, non si può non notare lo stato di abbandono dell’intero complesso di strade e vicoli del centro storico».

Stefano Venditti, Il Borgo Antico di Campobasso alla mercè della sporcizia,Il Tempo”, 27 marzo 2004



Giacomo Donati 16:44 |
giornali tv e web

giovedì, 25 marzo 2004

Monumenti molisani: il Verlascio di Venafro

Nella sua diuturna attenzione per i siti archeologici molisani, Franco Valente denuncia lo stato di degrado in cui si trova il Verlascio di Venafro. Ovvero “i resti dell’Anfiteatro romano di Venafrum, che rappresenta uno dei monumenti più insigni e meglio conservati della colonia romana”, come si legge nel decreto firmato nel 1994 dall’allora ministro per i Beni Culturali, Alberto Ronchey.

 

Il Verlascio, Foto Franco Valente, 17 marzo 2004

 

Si legge ancora nel decreto Ronchey che “è necessario ed indispensabile procedere all’acquisizione in via espropriativa, dei citati resti in localita Verlasce, ai fini della tutela, conservazione e valorizzazione del citato monumento”.

 

In effetti, di lì a poco i proprietari riscossero la prima rata dell’indennizzo che ammonta a poco meno di un miliardo e settantatre milioni di lire.

Da allora, dal 1994, più ministri si sono succeduti nella titolarità dei Beni Culturali e, in Molise, più responsabili della soprintendenza di Campobasso: Gabriella D’Henry, Costantino Centrone, Marilena Dander, Nicoletta Pietravalle, Stefania Capini, Mario Pagano.

Questo è il risultato nel 2004.

 

Verlascio, crollo Cimino, Foto Franco Valente

 

Per Valente non si scappa: o si è sbagliato Ronchey, quando ha scritto che il Verlascio era uno dei monumenti meglio conservati della colonia romana o i suoi successori, in particolare il ministro in carica, Giuliano Urbani, non hanno tutelato e non tutelano il monumento come prescrive la legge.

 

Ciò che appare chiaro dalle foto è che i reperti sono lasciati in balia di sé stessi.

 

Verlascio - Reperti, Foto Franco Valente

 

Mentre nelle stalle crollate ci sono buche che hanno tutto l’agio di riempirsi d’acqua e ospitare pesci di ragguardevoli dimensioni.

 

Verlascio -  pesci, foto Franco Valente





Giacomo Donati 22:25 |
contributi di terzi

Ante, post e status quo

erba volant - «Certifico che la signora *** è stata sottoposta questa mattina dalle ore 12.00 alle ore 14.00, presso il mio studio, ad urgenti cure odontoiatriche eseguibili solo in orario a.m.»

Certificato manoscritto, rilasciato nel marzo 2004 da un odontoiatra molisano.





Giacomo Donati 14:51 |
varie

martedì, 23 marzo 2004

"Virgilio" scopre le foto di Alfredo Trombetta

Nessuno è profeta in patria. Così quando una decina d’anni fa il Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari di Firenze acquisì ciò che restava dell’archivio fotografico di Antonio e Alfredo Trombetta (negativi su lastra, stampe fotografiche originali, fotopitture, autocromie e documenti manoscritti e bibliografici vari), ci fu tra i campobassani chi strizzò l’occhio con aria saputa, sentenziando : - Hanno invitato al banchetto il parente povero! - come per suggerire che si trattava di una graziosa liberalità che l'istituzione fiorentina aveva concesso alla memoria dei fotografi molisani.

Ovviamente si sbagliavano i soloni nostrani e avevano ragione gli intenditori e, una tantum, la Regione Molise, e la Provincia e il Comune di Campobasso che avevano voluto patrocinare la mostra allestita per l'occasione e il catalogo Cento anni di fotografia nel Molise. Lo studio Trombetta, Alinari, Firenze 1994.

 

Antonio Trombetta, 1865

 

Antonio Trombetta (Napoli, 1831- Campobasso, 1915), “peritissimo e rinomato fotografo”, come lo definisce Angelo Tirabasso nel Dizionario Biografico del Molise, era nato a Napoli, ma attorno al 1860 già operava a Riccia e quindi di lì a qualche anno a Campobasso. Francesco D’Ovidio lo ricorda come “Pittore fotografo, per cinquant’anni benemerito dell’arte sua e per tutta la lunga vita cultore insigne d’ogni virtù civile e domestica, lustro della regione…”.

 

Alfredo Trombetta, Autoritratto, 1930

 

Di Alfredo Trombetta (Campobasso, 1879 – 1962), figlio di Antonio e protagonista del movimento fotografico nazionale, ci limiteremo a sottoscrivere il giudizio del Tirabasso che parla di “impareggiabile artista dell’arte fotografica”, ben precisando che fu “anche un forte storico e critico dell’arte”.

 

Che si sbagliassero i soloni nostrani lo dimostrano i premi e i riconoscimenti che Alfredo Trombetta ebbe in vita. E lo dimostra ancor più una circostanza piccola piccola, al confine della banalità, ma appunto per questo tanto più indicativa. I redattori di un portale come Virgilio, nel proporre una galleria di Foto storiche (1850 – 2000), in buona parte provenienti dal Fondo Alinari, hanno selezionato quattro foto di Alfredo Trombetta, che noi riproduciamo pari pari. Tre di esse testimoniano dell’attenzione riservata dal fotografo campobassano ai costumi e alle tradizioni popolari.

 

Donne in costume tipico di Roccasicura, Foto Alfredo Trombetta, 1929

Donne in costume tipico di Roccasicura

Foto Alfredo Trombetta, 1929

 

***

 

Giovane coppia in costume di Letino, foto Alfredo Trombetta, 1929

Giovane coppia in costume tipico di Letino

(la donna armeggia con una sorta di telaio portatile)

Foto Alfredo Trombetta, 1929

 

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Zampognari, Foto Alfredo Trombetta, 1930

Coppia di zampognari

Foto Alfredo Trombetta, 1930

 

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La quarta fotografia, 1940 ca., è frutto tardivo dell’uomo ormai avviato sul viale del tramonto, che aveva pagato duramente il conto con il destino, avendo perduto nel 1939, il figlio Antonio, unico erede maschio di ventisei anni.

 

Ristorante a Campobasso, Foto Alfredo Trombetta, 1940 ca.

Ristorante a Campobasso
Foto Alfredo Trombetta, 1940 ca.




Giacomo Donati 21:24 |
arte e artisti

sabato, 20 marzo 2004

Sant'Antonio e il demonio del qui pro quo

 
Non occorre scomodare gli specialisti delle scienze delle comunicazioni per dare senso ai qui pro quo ruotanti attorno a due dei santi più amati della devozione popolare. Basta una ricerca on line per verificare come anche siti autorevoli rimpinguino gli esempi delle fortune pittoriche delle
tentazioni di Sant’Antonio Abate (III-IV secolo) con altrettanto celebri illustrazioni di episodi della vita dell’omonimo Santo di Padova (XIII secolo).

Martin Schongauer. The Temptation of St. Anthony. c. 1480-90. Engraving. The Metropolitan Museum of Art, New York, USA.

 

Certo, la perenne e vittoriosa lotta del santo eremita nel deserto egiziano contro i demoni che assumono le forme più strane e orride di serpenti, leoni, tori, lupi, basilischi, scorpioni, leopardi e orsi costituisce da sempre fonte privilegiata di ispirazione artistica. Ed ha elevato Sant’Antonio Abate a personaggio centrale dell’empireo della fede contadina di una volta, affidandogli l’incarico di protettore di tutti quegli animali che il diavolo aveva profanato, assumendone le sembianze.

 

Bernardo Parentino (aka Parenzano), 'Temptations of St Anthony', c. 1494, oil on panel, Galleria Doria-Pamphili, Rome.

 

I capolavori più antichi insistono sull’atrocità, sulla patente fisicità dei tormenti che le creature demoniache infliggono al santo.

 

Hieronymus Bosch, Temptation of St. Anthony, ca. 1505-1515, Oil on panel. Museo del Prado, Madrid, Spain.

 

Alla multiforme potenza demoniaca il santo eremita oppone l’arma vincente della “letizia spirituale” e la “continua memoria e baldanza di Dio”.

 

Matthias Grünewald, The Temptation of Saint Anthony, 1515, Panel from the Isenheim altarpiece: Musee d'Unterlinden, Colmar.

 

I tormenti di Sant’Antonio rappresentano un emblema riconosciuto ovunque delle fiamme infernali che i predicatori medievali non dimenticavano mai di evocare dal pulpito per atterrire i fedeli, chiamati a scansarle con una vita per quanto possibile virtuosa, devota e, naturalmente, spesa all’ombra del tempio e dei suoi ministri.

 

Eugène Isabey, The Temptation of St. Anthony, ca. 1869, oil on canvas, Musée d'Orsay, Paris.

 

L’importanza delle “tentazioni” come tema pittorico sembra aver subito un declino durante il diciassettesimo e il diciottesimo secolo (nonostante le notevoli eccezioni delle opere di Salvator Rosa e Pietro Longhi).

 

Il mistero di Sant'Antonio Abate a Campobasso

 

Ai molisani è cara l’ulteriore eccezione costituita dal carro del Di Zinno: il mistero della “donzella” che si pavoneggia allo specchio, senza curarsi delle lusinghe seducenti del diavolo, anticipa in qualche modo la rinnovata voga che le tentazioni di Sant’Antonio conosceranno nella seconda metà del diciannovesimo secolo, grazie alla pubblicazione del capolavoro di Gustave Flaubert.

 

Paul Cézanne, The Temptation of Saint Anthony, ca 1870; Oil on canvas; E. G. Buhrle Collection, Zurich.

 

Il demonio flaubertiano del diciannovesimo e del ventesimo secolo perderà molto della primitiva forza terrificante, guadagnando in cambio un’inesorabile capacità di irretire con l'oro, la lusinga dell'ambizione…

 

Félicien Rops, The Temptation of St Anthony, 1878.

 

E, soprattutto, con l'arma devastante della lussuria.

 

 

Salvador Dalí, The Temptation of St. Anthony, 1946.

 

***

 

La festa di Sant’Antonio resiste ancora in molti paesi del Molise, tra cui Campobasso, e in alcuni di essi si rinnova in quel giorno il rito della benedizione degli animali. Ma già i canti della vigilia, hanno perso ogni riferimento specifico al Santo per proporsi come semplici canti di buon augurio e di questua. E sono secoli che la tradizione popolare di alcuni centri molisani (clero e frati francescani promotori o almeno consenzienti) ha accantonato l’uso di accendere i falò in onore del santo eremita il 17 gennaio (i fuochi di/a Sant’Antonio), per instaurarne uno analogo nelle prime tredici sere del mese di giugno, questa volta in onore del santo patavino.

 

A implicita dimostrazione di quanto sia stato incisivo l’assalto della devozione a Sant’Antonio di Padova ai danni della millenaria devozione a Sant’Antonio Abate, anche grazie alla omonimia, trascriviamo una vecchia pagina di Renato Lalli sugli usi e costumi del Molise.

 

“Spesso si vedono le vie dei nostri paesi – testimonia Lalli – percorse da maiali con le orecchie mozzate. Sono i cosiddetti maiali di S. Antonio. La gente li chiama con il nome del Santo. Tutte le porte ad essi sono aperte e tutti si preoccupano di dar loro del cibo. I maiali, ingrassati a pubbliche spese, vengono poi venduti e il ricavato va a coprire parte delle spese per festeggiare degnamente il Santo di Padova [corsivo nostro]”.

 

“Nel giorno di S. Antonio – continua Lalli – e in quelli immediatamente precedenti quasi tutti i comuni del Molise presentano un aspetto suggestivo. Focherelli scoppiettanti occhieggiano qua e là per le vie e la gente gira attorno intonando canti in onore del Santo. Suggestivo è lo spettacolo soprattutto per i paesi le cui case sono sparpagliate nelle frazioni. Tutta la campagna appare punteggiata da tanti piccoli punti rossi che interrompono il buio fitto della notte. Anche nelle strade di Campobasso, soprattutto nella parte vecchia della città, si accendono fuochi vicino ad altarini che vengono adornati con lampioncini variopinti e sui quali fa spicco un quadretto che raffigura il Santo. La sera, attorno al fuoco, crepitano girandole e mortaretti, con spavento molte volte dei passanti ignari”.

 

“A San Giovanni in Galdo – è sempre Lalli a informarci – nel giorno di S. Antonio, gli animali del paese vengono portati in uno spiazzale posto in alto, su un colle da cui si domina l’intero paese. Per l’occasione ogni stalla rimane vuota. Il passaggio degli animali dura qualche ora. Si sentono per le vie ragli, muggiti, belati. Gli animali vengono messi tutti in circolo. Il prete si mette nel mezzo e li benedice tutti”.

 

Se dovessero sussistere dubbi sulla portata dell'operazione di sincretismo culturale che ha interessato i due santi, si consideri che le notazioni di Renato Lalli sono poste cronologicamente dopo gli usi e i costumi molisani relativi alla festa di Santa Lucia, 13 dicembre, e prima di quelli del Carnevale.

 

Gildone, Oratorio di Sant'Antonio Abate, Madonna di Loreto tra i santi Antonio Abate e Antonio da Padova, tela 1542.

 

 


 

 

Giacomo Donati 20:46 |
letteratura, arte e artisti

giovedì, 18 marzo 2004

Rai: la principessa di Campobasso

Rai Molise e Telemolise, le principali emittenti regionali, sono costantemente sotto i riflettori di opinionisti e forumisti molisani. Ed è giusto che sia così. Partiamo da Rai Molise. La scorsa estate fu sottoposta a una radiografia dall’esito impietoso.

- Organico più numeroso e in teoria meglio qualificato della concorrenza.

 

- Produzione in media con gli standard molisani, quando non al di sotto per la propensione a bucare le notizie di cronaca e offrire, invece, belli e pronti, servizi sui dettagli molisani dell’ultima rilevazione Istat o del “Sole 24 Ore” o sulla ricaduta in regione di eventi nazionali o internazionali, da annunciare con la ben nota formula “Anche nel Molise…”

- Ostinata insensibilità alle critiche.

- In caso estremo, assoluta intolleranza alle critiche in nome di una professionalità e un attaccamento ai valori aziendali, che la redazione Rai si è assegnati motu proprio, con altezzosità regale.

 

Non risulta che in questi mesi sia mutato il quadro, anzi. Franco Valente, con la costanza e l’acume acume che lo contraddistinguono, è arrivato a certificare che la RAI Molise “è di regola come il baccalà lasciato a spugnare per troppo tempo: totalmente insipido”, a forza di servizi sul ragù dei campobassani, l’influenza degl’isernini, il mal d’auto dei termolesi… Salvo poi esercitarsi, come di fatto si sta esercitando in queste ultime ore in una inopinata “caccia all’untore”, mostrando “un accanimento che va oltre il diritto di cronaca” con il sostenere apoditticamente, pro veritate, che a San Giuliano del Sannio “non sono state osservate le doverose norme antisismiche”.

 

Stando così le cose, non pare né inadeguato né irriverente etichettare Rai Molise come “La principessa di Campobasso”. Con una precisazione. Forse non tutti sanno che La principessa di Campobasso è anche il titolo improbabile e a ben guardare profetico del primo, fantomatico, sceneggiato nato dallo sforzo di internazionalizzazione della Tv italiana. È del 1961 e fu realizzato in cooproduzione con la Radiodiffusion Télévision Française. La notizia è in Mario Morcellini, La televisione in Italia. Linee interpretative per una storia dell'offerta televisiva (Viterbo, Stampa Alternativa, 1995), dove in nota si precisa pure che di questo evento si trovano riscontri negli Annali Rai, ma non nell'effettiva trasmissione dello sceneggiato



Giacomo Donati 11:12 |
giornali tv e web

martedì, 16 marzo 2004

Un vecchio dizionario

Dominique Amendola, 
The old book big, oil on canvasStamattina ho riaperto un vecchio dizionario.

Non so come sia finito a casa nostra. Ero un bambino, allora. Un gracile bambino delle elementari.

Mio padre, incrostato di farina e sudore, si affannava a sera a spiegarne l’utilità e raccomandarne l’uso.

 

Povero cristo lui, poveri cristi tutti.

Quando seppero del dizionario, i miei compagni non ebbero più dubbi riguardo a me: - E passa pure per bravo, dicevano. Ha il libro che spiega tutto.

 

Il dizionario troneggiava su una larga mensola di legno del camino, tra i rabbuffi di fumo che ne annerivano la copertina e ingiallivano i margini delle pagine.

Non un libro, ma uno strumento magico di un tempo magico e violento.

 

In classe spadroneggiavano ragazzoni di quattordici, quindici anni. Venivano a scuola solo quando né loro né i loro genitori avevano trovato un’alternativa migliore per quel giorno. Ripetenti per incuria, per necessità, per la miseria che sballottava le famiglie da un bisogno all’altro. E da un paese all’altro, una nazione all’altra, un continente all’altro: Argentina, Canada, Germania, Venezuela, Svizzera, Australia.

Sfogavano la loro rabbia e la loro adolescenza in mille modi.

La risata sguaiata.

I rituali ormai noti.

L’inchiostro che scemava nei bicchieri di vetro massiccio infisso nei fori dei banchi, a furia di intingere pennini e pennini.

Mille macchie sui quaderni. Sulle mani. E sulle facce, bersaglio di scherzi stupidi e inevitabili.

E i ripetenti tornavano a riempire i bicchieri pisciandoci dentro.

 

Urina e inchiostro.

Una soluzione nerastra. Nauseabonda.

Guai a chi fiatava. Nessuno poteva azzardarsi a sfidare le loro ire. Specialmente noi, minuscoli esseri di otto, nove, dieci anni.

Toccava abbozzare, intingere la penna nell’urina puzzolente. Insozzare i quaderni. Tenerci lo schifo. Provare a vincerlo.

E a crescere come si poteva. Vigliacchi e tremebondi.

Giacomo Donati 22:42 |
racconti

domenica, 14 marzo 2004

Troppa grazia, due Sant'Antonio al prezzo di uno

erba volant - «Non c’è dubbio che l’ideazione di Gemine Muse da parte di una padovana (Virginia Baradel) potesse avere nel giro di pochi anni interessi di partecipazione nazionale e internazionali. Si sa che gli italiani sono geniali i padovani poi hanno dalla loro oltre che il santo monaco, lu nemico dellu demonio, il Gattamelata e Prato della Valle, la piazza...».

Antonio Picariello, Gemine Muse, tutto bene ma c'è una domanda..., in “Altromolise”, 13 marzo 2004





Giacomo Donati 22:44 |
arte e artisti

mercoledì, 10 marzo 2004

Della molisanità di Jacovitti

Benito JacovittiLa pubblicistica molisana si affanna da decenni a rivendicare la molisanità di Benito Jacovitti. Di recente, c'è stato chi, come Rita Frattolillo, è arrivato a includerlo tra i pochi molisani famosi, “i quali, ognuno nel proprio campo, hanno ‘annesso’ il Molise alla letteratura, alla musica e all’arte nazionale ed estera”. Pare troppo. Di qui la replica che, etichettando Jacovitti, “molisano per puro accidente”, merita una chiosa.

Certo, Benito Jacovitti per nascere nasce a Termoli, il 9 marzo 1923. Ma non c’è molto altro di certo se già al padre Michele, ferroviere, i biografi assegnano origini di volta in volta abruzzesi o molisane, ad libitum. Il cognome poi dovrebbe essere di origine slava, probabilmente albanese, come la madre Elvira Talvacchio. Fatto sta che dei cognomi Talvacchio e Jacovitti non c’è traccia in Molise, mentre l’Abruzzo chietino e aquilano è tutto un pullulare di Jacovitti.

La mitologia del personaggio racconta poi che fino ai sei-sette anni parlava albanese e che a sei anni comincia a disegnare con il carboncino, utilizzando i lastroni di pietra che affioravano dalle strade sterrate di Termoli. E racconta che spesso questi disegni si ispirano ai film che Benito vede nel cinema dove il padre, come secondo lavoro, fa il proiezionista: in particolare sono le scene western a colpirlo, quasi a preconizzare quello che sarà il filone più fortunato dei Cocco Bill e Trottalemme.


Non c’è altro. Per seguire i trasferimenti del padre, Jacovitti a otto anni va a Ortona a Mare, quindi a Macerata, e, ormai sedicenne, a Firenze, dove frequenta scuola d'arte e liceo artistico.

Ora, proprio in considerazione della nascita termolese che appare del tutto casuale e in assenza di precisi riscontri artistici che rimandano alla cultura molisana, si parlava di Jacovitti “molisano per puro accidente”.

Un sostegno fortuito ma decisivo a questa tesi arriva da Silvia Jacovitti, la figlia di Jac, con un annuncio che la catena incessante degli spammer ha riproposto proprio in questi giorni: “Un annuncio – scrive Silvia Jacovitti - per me, molto importante, e che riguarda i compaesani di Jacovitti”.

E precisa: “Saprete, penso, che Jacovitti è nato a Campobasso [corsivo nostro], e purtroppo sapete anche del terribile terremoto che si è abbattuto su quei posti. Vorrei fare qualcosa per aiutare la gente che versa in condizioni tristi e terribili. Non è facile certo, perché ci sarebbe bisogno di tanti soldi, ecc. ecc.”.

Bene, ai fini del nostro discorso importa poco sapere che il messaggio riguarda una iniziativa di oltre un anno fa che si è già conclusa, secondo quanto assicura Domenico D'Amico, dell’Associazione La Maiella di Rho, nell'ambito della quale è nata. Importa sapere, invece, che Silvia Jacovitti, che tanto si sta adoperando per la memoria del padre, ne abbia tenuto così da conto la “molisanità” da farlo nascere addirittura nel capoluogo.




Giacomo Donati 22:19 |
arte e artisti