Penne e pennivendoli molisani

venerdì, 30 aprile 2004

San Leo nelle xilografie di Romeo Musa

 

Romeo Musa, Sande Lé, bbenediciu  Ssammartine!

I bambini della V A e V B della Scuola Elementare dell’Istituto Comprensivo di San Martino in Pensilis hanno dato vita ad una ricostruzione cinematografica della leggenda di San Leo, il santo patrono. Si tratta di un intelligente riadattamento della “Storie de Sande Lé”, il poemetto in vernacolo del poeta sammartinese Domenico Sassi. Documento d’arte e interazione fra i bambini e gli insegnanti, con la supervisione del regista teatrale Ugo Ciarfeo e la sensibilissima regia di Luigi Garofalo, 'A Legende de Sande Lé” è un’opera di vero cinema, di tenerissima poesia.


La ribalta della cronaca (fonte: Caterina Sottile, “Primonumero” 26 febbraio 2004) ci offre l'occasione per ripresentare le belle xilografie del professor Romeo Musa (1882-1960) che hanno impreziosito il poemetto di Domenico Sassi nell’edizione della Rivista del Molise Editrice, datata Campobasso 1927.


Romeo Musa, AutoritrattoNativo di una piccola frazione di Begonia (Parma), Musa è forse il maggior incisore italiano su legno del Novecento. I soggetti raffigurati con grande vigore e forza espressiva spaziano dalla vita quotidiana al sacro, al fantastico delle favole. L’artista ha raffigurato volti e costumi del Molise, dove ha lavorato per un decennio a cavallo degli anni Trenta, e di altre regioni italiane, privilegiando con occhio curioso e attento le montagne emiliane. Come pittore, capace di rappresentazioni ricche ed intense, Musa ha lasciato una larga messe di tele di vita tradizionale nell’aula magna del Convitto “Mario Pagano” e alcuni affreschi nella cattedrale di Campobasso.

 

I

  

Romeo Musa, 'A vite de Sante Lé

 

A vite de Sande Lé. Leo, sacerdote e monaco benedettino, entrato nel convento di San Felice, non lontano dalle terre di Cliternia, vive santamente, predicando e guarendo molti malati:

 

... U Segnore che tutte véd' e ssènte
Pe premeiarlu de sta granda féde
Vevènt' ancor' a Ssande Lé putènte

De fà grazie e meracuele cuengède.

 

Proclamato santo dal popolo e dal vescovo di Larino, Leo muore un 2 maggio attorno all'anno mille ed è sepolto nello stesso convento di San Felice, che però non molti anni dopo sarà abbandonato per le continue invasioni barbariche e per i frequenti terremoti.

 

II

 

Romeo Musa, 'A schepérte du corpe sande

 

'A schepèrte du corpe sande. Il corpo del Santo rimane più di un secolo sepolto sotto l'altare finché un giorno, durante una battuta di caccia, il Conte di Loretello, Roberto di Bassavilla, fra il 1154 e il 1182, non scopre una lapide che porta incise queste parole: “Qui giace il corpo del Beato Leone”. Sotto la pesante pietra, trova un'urna, circondata da un'aureola di luce abbagliante, che contiene intatte le ossa del santo. Roberto e i nobili cavalieri che lo accompagnano s'inginocchiano e ringraziano Iddio della scoperta. Ma, ognuno di loro vuole avere per il proprio paese le preziose reliquie, per cui si accende una aspra contesa, e sul tumulo del santo si mette mano alle spade. Ma,

 

Viste ch' 'a cose ce mettéve male,

U Conte du Retiélle, coccia fine,

Te cacce 'na preposte geniiale...

Decederrai' u Véscheve da Rine.

 

III

 

Romeo Musa, Sande Lé ngopp' a nu carre vé Ssammartine

 

Sand Lé mgopp’ a ‘nu carre vé Ssammartine. Il vescovo di Larino propone di aggiogare due buoi a un carro con l'urna preziosa e lasciarli correre liberamente. Sarà San Leo stesso a guidarli al paese prescelto. I buoi, fra le grida e le preghiere dei cacciatori, iniziano una corsa precipitosa per le circostanti colline. Una dopo l'altra attraversano le terre dei nobili convenuti alla caccia. Rotello, Ururi, Chieuti, Campomarino dischiudono festanti le porte per accogliere le reliquie; ma il carro passa oltre. Il giorno trenta d'aprile gli abitanti di San Martino in Pensilis vedono arrivare il carro in paese. Si riversano in piazza e fra canti di giubilio lo vedono fermare davanti alla chiesa di Santa Maria.

 

Mo chiagnene pa ggioie tutt' i ggènte
N'ciéle cchiù bèlle sta lecènn' u sole...

E stu paiése 'cclame Pretettore
Sande Lé nostre cu cchiù grand' unore!

 

A perpetua memoria dell'avvenimento, da allora i sammartinesi, il trenta aprile d'ogni anno, con carri tirati da buoi, si recheranno a visitare la fossa in cui giaceva San Leo, per poi tornare in paese ripercorrendo la strada fatta dal carro con le sacre reliquie. Lungo la via spesso si accenderanno gare di velocità. Forse nascerà così la tradizionale corsa dei carri di San Martino in Pensilis.

 

***

 

Romeo Musa, 'Nu meraquele de sande Lé

 

 

'Nu meraquele de Sande Lé. A Buenos Aires un emigrante sammartinese, devoto di San Leo, cade gravemente ammalato, gettando nella disperazione la moglie e i sette figli. Si raccomanda a San Leo...

 

E l'uocchie a vi du cièle avezanne

'Nu ragge d'ore véde a ccape u lètte

Ch' u selléve da tanta pén' e ffanne!

Ieve Sande Lé nostre benedétte

Ch' a vi de quillu povere guardanne,

De luce nghiéve tutte lla casétte

E redènn' i decéve nghempedènze:

"Nde scueraggì... ca Sande Lé ce pènze!".

 

Il raggio d’oro e l’esortazione a non scoraggiarsi preannunciano la guarigione miracolosa.

 

E nzì che dur' u pan' e dur' u vine
Ebbiva Sande Lé de Sammartine!


(Nota bene: il testo, già inserito sotto la data di domenica 7 marzo, è stato qui riprodotto per onorare la carrese e la festa di San Leo protettore di San Martino in Pensilis).

 

Giacomo Donati 12:36 |
arte e artisti

giovedì, 29 aprile 2004

Un titolo di spicco

erba volant - «Il nido di pietra» di Del Vecchio spicca il volo.
AGNONE - Verrà presentato questa sera alle ore 18:00 presso l'aula magna del liceo scientifico di Agnone, «Il nido di pietra», romanzo di Felice Del Vecchio...”

V. L., «Il nido di pietra» di Del Vecchio spicca il volo,Il Tempo”, 29 aprile 2004




Giacomo Donati 17:09 |
giornali tv e web

martedì, 27 aprile 2004

Sfogliando vecchie fotografie/3
Costume di Bagnoli del Trigno (Cenni sulla massoneria molisana)

Foto Antonio Trombetta, 1900 circa, stampa originale alla gelatina bromuro d'argento, colorata

L'estro popolare molisano non ha mai disdegnato di toccare le corde satiriche. Anzi, secondo un diffuso convincimento critico, è nella satira che l'animo nostro riesce ad esprimersi in modo originale. Le occasioni per "ricacciare" canzoni erano perloppiù legate a disinibiti comportamenti muliebri, come quelli stigmatizzati a Bagnoli del Trigno.

A Carmela uocchie basse
Giuacchine la porte a spasse
e se nn'era ru cappotte
re faceva n'antra botta.

E Carmela la schiummatora
ze ne va a spasse tutte l'ora:
mo ce la fa un'antra botta
senza manche nu delore.

E Carmela supraffina
z'ha purtata na vicina;
come mai Giuacchine
nen ce iute a San Michele?

Giuacchine sta mmalate
dentr'u liette scunzelate,
e Carmela puverella
z'ha trevate n'antr'amante.

Giuacchine l'ha recercata,
ma Carmela ze n'è scappate;
Giuacchine mo ze more
mo ze more de passion
e.

Né a Bagnoli né altrove mancavano esche diverse, come il tentativo inglorioso di migliorare la posizione sociale portato avanti da qualche intrepido condannato ai capitomboli e agli sfottò in rima e in musica.

Caratille è iute a Roma
pe cumbrarse la pultrona;
mo z'è rotta la riella,
Caratille è iute a terra.

Care cocò durmice n' coppa,
care cocò nen ci penzà,
ca ru debbutate nen l'hai da fà.

Cannavine ci ha la pultrona,
don Michele la medaglia,
Caratille la cariola:
l'arte seia a la via nova.

Care cocò durmice n' coppa,
care cocò nen ci penzà,
ca ru debbutate nen l'hai da fà.

Dall'alto del loro Olimpo, i Cannavina, i Michele Pietravalle ricordati nella satira, e i loro benestanti elettori amavano guardare al "popolino" con atteggiamento estetizzante, infarcito di languori di maniera che alimentavano le sdolcinatezze dei Cirese e dei suoi emuli.

Belle capille ricce ncannellate,
a chessa bionda testa le tenite,
e quande la matina le ntrecciate
fate fermà ru sole a meza strada:
tu fa' fermà ru sole e ie la stella,
tu va cercanne l'amante e i' so quelle;
tu fa' fermà ru sole e ie la luna,
tu va cercanne l'amante e i' so une.

Tanto corrivi, i galantuomini, a sospirare per le trecce d'oro o gli occhi neri di ogni pacchiana avvenente e senza meno a insidiarne le grazie, quanto ferocemente determinati ad escludere la povera gente da ogni orizzonte di elevazione sociale.

Erano i tempi della massoneria imperante. I molisani, che secondo una icastica riflessione di Nicolò D'Abramo, sarebbero successivamente confluiti sotto l'ala del fascismo prima, della Democrazia Cristiana poi, e - aggiungiamo noi - di Berlusconi oggi, erano a quei tempi alla mercé di capipopolo uniti tra di loro dal vincolo massonico. Una ricognizione in quel mondo sarebbe oltremodo stimolante, a giudicare da quanto anticipato in alcuni studi da Michele Tuono. In questa sede basterà riprodurre una indagine concepita con intenti divulgativi e pubblicata una dozzina d'anni fa, quando la cronaca nazionale era tornata a ridipingere il Molise come terra pullulante di liberi muratori.

***

"Niente mi impedisce di trasformarmi in uomo sandwich e andarmene a spasso per Roma con la scritta: 'Sono un massone'. Ma non posso fare la stessa cosa per gli altri. Non posso rivelare i nomi dei fratelli molisani: la leggenda dipinge ancora i massoni come mangiatori di bambini". L'interlocutore anonimo di Villa Medici del Vascello, sede del Grande Oriente d'Italia di Palazzo Giustiniani a Roma, è cortese ma ovviamente abbottonato.

Undici anni dopo la sinistra fiammata della P2, ci eravamo messi sulle tracce della massoneria molisana, con la convinzione di muovere incontro all'appendice regionale di un organismo ormai in decomposizione. Invece, a ottobre si è cominciato a parlare di connessione mafia-massoneria-politica, e quindi di copertura massonica al movimento referendario di Mario Segni; si è aperto subito dopo il processo alla P2; ed è arrivata, infine, l'inchiesta dei magistrati di Palmi. L'escalation, riportando sulle prime pagine dei giornali le cazzuole, le squadre e i compassi della normale liturgia dei liberi muratori, ha restituito all'attualità il nostro approccio che poteva apparire un po' snob. Però, gli ha tolto la terra da sotto i piedi. Il dr. Giampiero Batoni, portavoce ufficiale della Massoneria Italiana, al quale su indicazione dell'uomo sandwich avevamo strappato l'impegno a fornire i nomi di logge e affiliati molisani, o quantomeno quello di un referente locale, si è visto impossibilitato, certo per l'indagine giudiziaria in corso, a mantenere la promessa.

La massoneria molisana vanta una storia di tutto rispetto. Affonda le radici nella seconda metà del Settecento, quando vi aderirono professionisti e intellettuali che avendo studiato a Napoli, recepiranno poi le istanze giacobine. Si fortifica con il sacrificio dei martiri del 1799. Cresce sul terreno degli ideali liberali, propugnati dai carbonari e dai rivoltosi del 1848. L'Unità d'Italia, raggiunta grazie agli sforzi non sempre coordinati ma sempre generosi dei quattro grandi della massoneria nazionale, Mazzini, Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele II, apporta nuova linfa alla causa dei liberi muratori nostrani. Appartati nel loro angolo di mondo, i galantuomini dettero vita a un saldo vincolo massonico, cementato da un vigoroso anticlericalismo, di cui è testimonianza nel gran numero di gazzette pubblicate fin nei più sperduti centri della regione. Il vincolo ribadiva lo strapotere di ognuno di loro nei paesi di appartenenza e della casta a livello istituzionale. La massoneria si configurò come la più grande lobby, il più grosso partito trasversale operante in Molise fino al fascismo. I più importanti posti di comando erano nelle mani dei fratelli muratori. E ciò anche grazie alla posizione del Clero, spesso servo e maggiordomo dei notabili massoni, con i quali stabilì intese di reciproci appoggi e supplenze. Il solo don Balduino Migliarese, battagliera e controversa figura di parroco a Petrella Tifernina, cercherà di arginare nel 1914 il dilagare della massoneria con gli strumenti del pubblicista; mentre nel 1915, Mons. Gianfelice, vescovo di Boiano-Campobasso si limiterà a protocollare la presenza della "secta massonica" fin dai tempi antichi. Lo zenit massonico fu raggiunto nel periodo che va dal 1900 all'avvento del fascismo, quando i partiti politici moderni si mostrarono incapaci a scalfire il tessuto regionale (è un fatto che a Campobasso nel 1919 non ancora era stata aperta una sola sezione di partito). Di conseguenza le elezioni molisane promossero sempre gli stessi nomi liberali e ministeriali, quasi sempre massonici. La sede dell'Amministrazione Provinciale di Palazzo Magno a Campobasso si propose allora come roccaforte della massoneria e Campobasso come capitale dei massoni di Abruzzo e Molise. L'Annuario Massonico del 1919 vi registra l'esistenza di un Consiglio dei Cavalieri di Kadosch, che accoglieva gran dignitari del 30° grado, con a capo il potente segretario generale della Provincia, l'avv. Francesco Saverio Giancarlo. Il Consiglio dei Kadosch estendeva la sua autorità su cinque Capitoli Rosa-Croce, con affiliati dal 15° al 18° grado, le cui sedi erano a Campobasso (con lo stesso Giancarlo come presidente), all'Aquila, a Chieti, a Lanciano e a Isernia, con il prof. Antonio Di Lullo presidente. La prof. Annamaria Isastia, storica della Massoneria Italiana, informa inoltre che a tutto il 1923 esistevano cinque logge in Molise. A Campobasso, la "Nova Lux" annoverava tra le sue fila, oltre a Giancarlo, Angelo Del Lupo, presidente della Provincia e Giuseppe Petrucciani, presidente dell'Associazione Industriali; disponeva, inoltre, di un retroterra demomassonico formato dai sindaci Domenico Pistilli ed Eugenio Grimaldi, da Gustavo Spetrino, presidente della Società Operaia, ed altri. Ad Agnone la loggia "Aquilonia" contava sul deputato Alessandro Marracino, poi sottosegretario alla Guerra nel Ministero Facta, e quindi senatore del Regno, e su professionisti locali come Raffaele Sabelli e Michele Cervone. A Isernia, la loggia "Giuseppe Garibaldi-Cesare Battisti" s'imperniava sul deputato Ferdinando Veneziale e sul venerabile Di Lullo. Nel Basso Molise, attorno alla loggia "Giuseppe Mazzini" di Larino ruotavano il venerabile dr. Emilio Ricci, l'avv. Giulio Colesanti e il dr. Giuseppe Battista; a Termoli, infine, la loggia "Ernesto Natham", dal nome del Gran Maestro a capo della Massoneria Italiana dal '17 al '21, aveva punti di riferimento nell'avv. Franco Petti e nel venerabile Felice Folchi.

Con la diffusione capillare della massoneria, dunque, bisognava fare i conti. I socialisti, i cui rapporti con la setta avrebbero dovuto essere improntati all'alternativa e furono spesso di commistione, avevano da tempo denunciato il pericolo di deviazione della vita pubblica, insito nel vincolo massonico, non improntato a criteri democratici. Ma fu il Partito Popolare che s'incaricò di portare avanti una veemente battaglia dalle colonne dell'Avvenire del Sannio. La polemica dei popolari con i massoni del periodico Democrazia e rinnovamento toccò toni di un'asprezza mai più raggiunta. Gli uni, a firma Fra' Cristofaro (Gaetano Amoroso), definivano la massoneria come "il serpe verde" che avvelenava la vita pubblica italiana, impadronendosi di tutti i poteri per asservirli a fini settari; gli altri rivendicavano con ostentazione il proprio ruolo e la propria forza nei confronti dei "collitorti baciapile del pipì". In ogni modo, la potenza della massoneria si espresse in forma schiacciante in occasione delle elezioni politiche del '21. In Molise, motivi di autonomia regionalistica e di calcolo politico, avevano suggerito la presentazione di un listone unico in cui confluirono liberali, ministeriali, popolari, fascisti, nazionalisti e altri. Ne risultarono eletti solo i quattro esponenti massoni: Pietravalle, Marracino, Veneziale e Presutti. Ma toccato l'apice, cominciò allora la stagione di declino e per certi versi eroica degli incappucciati molisani. La marcia su Roma segnò l'inizio della conversione al fascismo dei molisani. Si rinnegarono principi e fedi per vestire la camicia nera. Molti massoni presentarono le dimissioni e saltarono il fosso, come Cervone e Marracino. Singolare quel che accadde al Giancarlo. Il "pezzo grosso" massone di Palazzo Magno pensò di poter tenere il piede in due scarpe. Venne, invece, platealmente espulso, insieme ai suoi accoliti, dal sindacato fascista. Tuttavia la massoneria molisana tenne duro e, guidata dalla figura eminente di un collaboratore strettissimo di Amendola, Enrico Presutti, avvocato e professore universitario, nato a Perugia nel 1870 da genitori campobassani, si distinse in una strenua attività di opposizione. Nel settembre 1923, la Società Operaia di Spetrino e il sindaco Grimaldi promossero a Campobasso una grande manifestazione antifascista. Alla vigilia delle politiche del '24, i fascisti provocarono diversi incidenti a Campobasso. Tra l'altro, furono aggrediti il proprietario del caffè Lupacchioli e il barbiere Emilio Brienza, gestori di esercizi frequentati da massoni, e Brienza, in particolare, perché, sbarbando un fascista, gli aveva fatto il segno di Zorro, cioè gli aveva intaccato la mascella. Ma ad aprile, pur tra mille soprusi patiti, l'Opposizione Costituzionale di Presutti riuscì ad eleggere un candidato, lo stesso Presutti, nel collegio di Abruzzi e Molise: degli altri 20 seggi, 19 erano andati ai fascisti e uno ai socialisti. A giugno la Società Operaia di Campobasso aderì allo sciopero nazionale di protesta contro il delitto Matteotti, suscitando preoccupazioni nel prefetto per l'attività niente affatto rallentata dei demo-massoni, che nel novembre di quell'anno aderirono all'Unione Nazionale di Amendola. L'U.N. si avvalse di un foglio battagliero, La Vita del Molise, diretto coraggiosamente da Giulio Colesanti. Ma a causa della solidarietà espressa ad Amendola per l'attentato subito ad opera dei fascisti, il torchio del regime si strinse attorno al giornale. Vennero sequestrate più edizioni e, infine, il 31 dicembre 1925 La vita del Molise cessò le pubblicazioni. La legge di soppressione della massoneria, a seguito dell'attentato Zaniboni a Mussolini, aveva portato, intanto, alla devastazione delle logge di Agnone, di Larino e di Palazzo Petrucciani a Campobasso. La loggia d'Isernia s'era già sciolta spontaneamente. Ancor prima erano stati sciolti il Circolo Eguaglianza e la Società Operaia di Campobasso, perché centri di propaganda e di reclutamento dei democratici. Gli ultimi sussulti massonici in Molise si ebbero con Folchi, venerabile della loggia di Termoli, che perse l'insegnamento per non aver rinnegato la massoneria, con il dr. Battista di Larino che, per lo stesso motivo, perse la condotta medica in quel comune, e con Presutti che, in quanto aventiniano fu dichiarato decaduto dalla carica di deputato nel 1926 e, per essersi rifiutato di prestare il giuramento di fedeltà al regime, perse la cattedra universitaria. Enrico Presutti visse dei soli proventi di avvocato, pare non troppo agiatamente; per cercare nuove fonti di guadagno, tentò di pubblicare un romanzetto anonimo, il cui manoscritto fu però sequestrato dai fascisti. Era ritenuto pericolosissimo e, come tale, sottoposto a sorveglianza e isolamento fino al 1937, quando fu colpito dalla paralisi che lo costrinse a letto, fino alla morte avvenuta nel 1949.

Si potrebbe pensare che, con la caduta del fascismo, la massoneria molisana rialzasse il capo e, dal momento che massoni storici come Brienza, Petrucciani, Grimaldi, confluirono nel Partito Liberale, sia lì che bisogna cercare tracce. Il dr. Silvestro Delli Veneri, capogruppo socialista al Comune di Campobasso, ma all'epoca giovanissimo esponente di spicco del liberalismo molisano, è però di tutt'altro avviso. Nega ogni attività massonica nel Partito Liberale. "Prima di tutto, - sostiene - c'era l'ostracismo alla massoneria decretato dal Croce, al quale i nostri, da Morelli a Colitto agli altri, guardavano come a un vero e proprio nume tutelare. E poi, davvero non era il caso di offrire spazio di propaganda alla DC sul terreno dell'anticlericalismo; i liberali, Colitto in testa, erano e mostravano di essere sempre ligi alla Chiesa. Infine, - conclude Delli Veneri - di qualsivoglia attività massonica, per limitata che fosse stata, saremmo venuti a conoscenza". Sul versante cattolico, l'onorevole Remo Sammartino, che da ragazzo era stato testimone della devastazione fascista della loggia di Agnone, cui, a suo dire, aderiva il fior fiore dei professionisti locali, si allinea sulla posizione di Delli Veneri: "In tanti e tanti anni di attività politica non ho avuto mai l'impressione di trovarmi circondato da gente e partiti che tramassero nell'ombra". Lo stesso ripete Antonio Chieffo, presidente della Provincia di Campobasso che fu la roccaforte della massoneria molisana. "Escludo categoricamente di aver mai subito pressioni o comunque contatti che alla setta potessero far pensare. Né in sede istituzionale, né in sede elettorale. Ed è logico: i partiti hanno sottratto spazio di aggregazione a strutture come la massoneria; e comunque con l'istituzione delle Regioni la Provincia non è più la massima espressione politica periferica". Ma alla Regione, ovviamente, si rigetta ogni ipotesi di eredità massonica. E l'on. Florindo D'Aimmo, già consigliere e presidente della Regione Molise, condivide: nessuna traccia di massoni nell'Ente e neppure nelle competizioni elettorali che lo hanno interessato.

Insomma, pare proprio che la grande tradizione massonica molisana sia svanita nel nulla. E forse è vero il giudizio perentorio di Nicolò D'Abramo, farmacista di Guglionesi, socialista fin dai tempi di Giolitti, perseguitato da Mussolini, e membro autorevole del Comitato di Liberazione Molisano. D'Abramo, che nel 1922, in qualità di direttore di Molise Avanti, polemizzò aspramente con l'allora sindaco di Campobasso, Grimaldi, e con altri massoni, giura dall'alto dei suoi 105 anni di età, sullo spirito buono ma gregario dei molisani: "Prima tutti massoni, poi tutti fascisti, infine tutti democratici cristiani". Senonché nella sede romana della Massoneria di Palazzo Giustiniani, si è di tutt'altro avviso". L'abbottonato e cortese uomo sandwich, dal quale abbiamo prese le mosse, assicura che non si è seccata l'acacia massonica, tutt'altro, e ce ne sono di logge, ce ne sono di affiliati.

Intanto la stampa nazionale comincia ad alzare i veli: opererebbe a Campobasso l'unica loggia del Molise, la "Nuova Era". La loggia, che almeno nel nome ricorda la "Nova Lux", è accreditata di un numero esorbitante di affiliati: circa settecento. Con molta probabilità il solerte cronista ha preso per numero di affiliati il numero d'ordine. Diversamente a Campobasso spetterebbe non il vecchio titolo di capitale massonica di Abruzzo e Molise, ma di capitale d'Italia.



































Giacomo Donati 22:54 |
varie

mercoledì, 21 aprile 2004

Sfogliando vecchie fotografie/2
Costume di Toro (Cenni su miseria e emigrazione)

Foto Antonio Trombetta, 1890 circa, stampa originale, colorata

 

Tra le tante specie umane che fanno fatica ad allignare dalle nostre parti, c’è anche quella del commediografo, l’uomo chiamato a fustigare i costumi magari strappando qualche ombra di sorriso ai fustigati spettatori. Un eventuale commediografo molisano, a cavallo tra Otto e Novecento non avrebbe potuto evitare di fissare lo sguardo su un personaggio che sembrava tagliato apposta per calcare le scene: la moglie dell’americano. Ovvero le mogli degli emigranti che a partire dal 1870 si erano riversati sulle sponde d’oltre Atlantico, statunitensi, argentine e brasiliane.

 

Per arrivare, qualche dollaro arrivava, e le buone donne ne approfittavano volentieri. Toccava a loro dare un senso alle macellerie che nei villaggi molisani onoravano l’insegna, ammazzando a volte sì a volte no un agnello o un capretto. Toccava sempre a loro premiare la fatica del pescivendolo che lasciava il mare per spingersi sui primi contrafforti dell’interno. E così con la sarta, con il calzolaio, per la veste o il paio di scarpe nuove: poveri lussi di povera gente che eccitavano l’invidia e la maldicenza dei compaesani.

 

L’estro popolare ha immortalato le mogli degli americani in canzoni satiriche, che se non hanno ispirato nessun commediografo non sfuggirono all’occhio di falco di Benedetto Croce. Come quella che si cantava a Toro, per esempio:

 

I meglière di merrecane

vanne na chiesie cu sètte suttane,

z'addenucchiene a pide a Dje:

- Manne 'a munéte, marite mje!

'A munéte che m'ha' mannate

m'a so' magnate cu 'nnammurate,

m'a so' magnate cu 'na bona salúte:

manne 'a munéte, curnúte fettúte!

Cu 'ndindirindì, cu 'ndindirindà,

che bèlla guaglióna scarcioffilà.

 

E fin in qui il sorriso. Ma il personaggio si staglia su uno sfondo tutt’altro che allegro. Con l’emigrazione molisana di fine Ottocento si dà sbocco a un fiume di manodopera a prezzo di fame che aveva fin lì fatto la fortuna esclusiva dei proprietari terrieri e dei maggiorenti locali.

 

Non sorprende che dai palazzotti di famiglia, spuntassero storiografi come il torese Luigi Alberto Trotta che, ergendosi a ferreo difensore degli interessi personali, scriveva nel 1879: “L’emigrazione, che spopola al presente il bel paese, non poteva esser nota al tempo, di che si è discorso [metà Ottocento]; non poteva perché mancava la cagione che ha prodotto oggi questo fenomeno”. E la cagione, secondo lui, andava indicata in “Tanti disagi civili e tanta corruzione [che] hanno diviato da’ loro obietti giudizi e sentimenti, han separato l’uomo da se stesso, dalla patria, da Dio; han fatto diventare la vita un peso: l’uomo ora si uccide di propria mano e gitta quel peso a un tratto; ora abbandona il luogo ove nacque, e si espone a’ pericoli di finire in modo incerto, nella fuga disperata, che imprende per cercare altrove quel bene, che già il suolo di nascita gli forniva con sufficienza”.

 

Ancora più efferatamente del Trotta, altri proprietari terrieri molisani identificavano le cause del flusso migratorio per le Americhe nella pretesa indole vagabonda dei contadini e nella pretesa moda, da essi condannata con un neologismo di dubbia eleganza, ulissismo, che sa di sbocco di bile e ostentazione di letture classiche.

Sorprende piuttosto la memoria corta del Trotta che, in un libello anonimo ma sicuramente riconducibile alla sua penna, non si era risparmiato a descrivere la miseria in cui vivevano ed erano vissuti i propri concittadini.

 

“La miseria - si legge nel libello - fu lunga, grave, straziante… Si videro contadini, per sdigiunare, dopo un giorno d’inedia, scavare le fave e altre civaie, piantate di recente e mangiarne, raccattare sul selciato delle vie dell’abitato buccie [sic] di pere e torsi d’ortaggi e sbocconcellarli come capre, brucare erbe per cuocerle e mangiarle sciocche, non avendo soldi per comperare il sale e insaporarle”.

 

Ancora: “Il misero non di rado non aveva l’arnese in buono stato per coprire la schiacciata [di granturco cotta nel mezzo del focolare] e allora sostituiva ad esso delle foglie di cavolo, le quali poneva sotto un informe avanzo di quel coso, tutto sgangherato e squarciato e a frammenti, tra i quali penetrava e si attaccava forte la cenere nella pasta cruda e, cotta poscia, vi formava orlicci così ruvidi da rendere quella vivanda veramente schifa”.

 

E ancora: “Frotte di donne della poveraglia correvano a disertare [i vigneti]. Dopo racimolato e ribruscolato coglievano i fichi immaturi, quanti vi erano rimasti di su gli alberi. N’empivano (senza toglierseli dal seno, se sono pochi) i grembiuli, prendendoli per le due cocche da basso, se in vece, molti, se li toglievano, ne formavano un batuffolo e se lo ponevano in testa, o pure empivano certi corbelli logori e piatti, detti minelle. Erano roba dura, ostica tali fichi, e pel loro latte brucente e drastico, non commestibili e li cocevano. Cotti alla meglio e diventati teneri un poco, non saporosi, li mangiavano da capre”.

 

Come se non bastasse: “Si videro molti, privi di giacche, pigliarle a imprestito per far visite e mancanti di calzoni, andare in chiesa e restarvi in mutande e le donne, più che gonne e busti, vestire cenci, e i brandelli svolazzanti scoprire le nudità delle persone. I braccianti, non essendo accettati a lavorare, emigrar nella Capitanata, e lasciar l’ossa stanche nelle paludi di Lésina e in altre terre, dove grassa la febbre di malaria, alimentata dalle acque stagnanti! E tornare seminudi, sudici lerci, come vi andarono, solo più lividi, per peggioramento di salute. Se mendicavano non raccattavano il necessario. Qualcheduno morire di febbre, per non avere potuto comperare il chinino, che il Comune non somministrava”.

 

Un’ultima nera annotazione: “Grama pure traeva la vita quello che possedeva alcuna cosa e chi faceva una professione. Costoro avevano un abito unico, non mai sostituito da un altro; ma l’indossavano solo nelle occasioni di visite, di solennità, di festa. Questi compagni indivisibili di tali possidentucci, i loro abiti, non furono mai rinnovati, ove fossero di panno e di forma, buoni e forti, poi che furono indossati tutta la vita dalla persone cui appartenevano finivano con loro, dopo morte, rivestendone la spoglia. Che se fossero stati di pregio e non logori, si legavano per testamento a un parente o a un amico”.

 

Questo, nel resoconto di Luigi Alberto Trotta, che per carità di patria dimentica di accennare al colera del 1837, il quadro della miseria di Toro, ricondotta dal possidente ai “capitali scarsi e impiegati in mutui onerosi, le industrie sconosciute, il suolo incolto e sterilito perché il povero non lo ingrassava, non curandosi né pure del concio, e faceva una coltura alla superficie”. Si consideri, infine, la turba di quei diseredati chiamata invano a provvedere al sostentamento dei rari professionisti, in genere, e del medico, in particolare, con un introvabile tomolo di grano a famiglia, e la scena e i personaggi della commedia tragica sono rifiniti in ogni dettaglio.






Giacomo Donati 13:09 |
varie

domenica, 18 aprile 2004

Elezioni Europee 2004
(Berlusconi per il Molise)/1


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Giacomo Donati 14:29 |
politici e amministratori

giovedì, 15 aprile 2004

"Faremo di tutto per liberarli"

erba volant - Qualche ora prima, il capo del governo "assicura che il governo farà tutto quanto è nelle sue possibilità" per liberare i quattro italiani prigionieri in Iraq. Qualche ora dopo, mentre Fabrizio Quattrocchi è trucidato in Irak, il ministro degli Esteri Frattini è a "Porta a Porta", da Vespa, il vicepremier Fini in vacanza in Egitto, il premier Berlusconi in vacanza in Sardegna.



Giacomo Donati 16:59 |
politici e amministratori

martedì, 13 aprile 2004

Sfogliando vecchie fotografie/1
Costume di Vinchiaturo (Cenni sull'igiene pubblica)

Foto Antonio Trombetta, 1890 circa

 

Davanti a una fotografia come questa (Antonio Trombetta, 1890 circa), l’esteta, il sentimentale, il folclorista si lasciano andare a sospiri e rimpianti per i giorni di una volta. Scortati da un Eugenio Cirese, un Michelangelo Benevento, un genius loci come don Emilio Spensieri, gli amanti del Molise che non c’è più rivanno con la mente ai raduni di quel mondo rurale, anzi ruralissimo e si ricantano frammenti di vecchie nenie popolari vinchiaturesi.

 

Nen pozze cantà ca nen tenghe voce:

so durmite a pède de na noce,

a core a core che la nnamurata.

 

Serenate dai palpiti dolci e castigati.

 

Mamma, ca i’ ru voglie ru scarpelline

ca quille me la fa la casa nova:

ce mette porte e ponte e ballecune,

na fenestrella pe ce fa l’amore.

 

Stornelli, languidi in apparenza, in cui pulsano gli accenti delle zomparelle più sfrenate.

 

Pàmpena de cerasce,

de cerasce la pampenà,

se t’acchiappe t’azzecche nu vasce,

pampanella de cerasce.

 

Pàmpena de murena,

de murena la pampenà,

se te guarde chi cchiù me frena,

pampanella de murena.

 

Pàmpena de fenuocchie,

de fenuocchie la pampenà,

i’ me specchie ent’a chess’uocchie

pampanella de fenuocchie.

 

Pàmpena de viulella,

de viulella la pampenà,

tu scì proprie la chiù bella

foglia fresca de viulella.

 

Pàmpena d’ogne sciore,

d’ogne sciore la pampenà,

i’ te tenghe ent’a stu core.

pampanella d’ogne sciore.

 

E anche lamenti per esistenze che comunque restano tutt’altro che invidiabili.

 

Mo per la Puglia, mo pe la muntagne,

l’amore mì sempre sule dorme.

 

In effetti c’è ben poco da invidiare. Per limitarsi a un solo aspetto, tornato in queste settimane alla ribalta della cronaca nazionale prima e molisana poi, gli amanti del Molise che non c’è più considerino la pulizia delle strade. Nell’aprile 1888 (grosso modo al tempo in cui la formosa concittadina si lasciava immortalare da Antonio Trombetta, e i molisani cominciavano a partire per andare a dormire soli non più in Puglia o nei pascoli abruzzesi ma nelle lande sconfinate del Nuovo Mondo), il sindaco di Vinchiaturo scriveva al prefetto, per segnalare che le strade urbane erano in buona parte disselciate “in guisa da presentare innumerevoli fossarelle”, dove si ammassava ogni sorta di luridume che al sole estivo, fermentando, sprigionava “miasmi assai deleteri, e di gravissimo danno alla salute pubblica”. E precisava:

 

“Si può con certezza affermare che unicamente da tali cause derivano le febbri miasmatiche, che sullo scorcio dell’estate periodicamente affiggono questa popolazione, la quale pur vive in caseggiato posto in situazione saluberrima, e gode di abbondanti ed eccellenti acque potabili e di aria, che, rimossa la cennata causa, tornerebbe ad essere ottima”.

 

Inoltre, letamai e immondezzai erano situati in genere nelle immediate adiacenze degli abitati: non a caso in alcune località molisane letamai e immondezzai avevano derivato il nome dalle mura cittadine e venivano chiamati anch'essi “inforzi”. In comuni come Campobasso, era affidato ad alcuni ragazzotti il compito di raccattare con ciucci e ceste sulle spalle l’immondizia e gli escrementi dalle strade e dalle case per riversarli come concime nei campi. Ma nei comuni più piccoli, sterco e rifiuti restavano ammucchiati lungo le strade e nelle stalle, ingenerando negli occasionali visitatori il quesito raccapricciante di come si potesse continuare a vivere in mezzo a quelle montagne di lerciume d’estate e tra il fango e il putridume dell’acqua che ristagnava nelle strade durante la stagione della pioggia e della neve.

 

Il conto da pagare era salatissimo e lo presentava – giusto per portare un esempio – l’ufficiale sanitario di Capracotta. Facendo eco tre anni dopo al sindaco di Vinchiaturo, il medico rimarcava la virulenza dei “miasmi urbani”, in un abitato come Capracotta che, per altezza sul mare, esposizione, acqua e aria, poteva candidarsi a ottima stazione estiva… proprio un cantuccio di Svizzera, e invece faceva registrare una mortalità pari al 40 per mille abitanti, ossia 25 volte in più della media nazionale.


Giacomo Donati 08:58 |
varie

venerdì, 09 aprile 2004

"La Molisana": a Napoli non si sfugge


Enrico Colavita, che con Gianfranco Carlone e Michele Scassera ha costituito la cordata d’imprenditori molisani disposti a sostenere il tentativo di Colussi di dare un futuro al pastificio campobassano, ritiene che “in alto” si preferirebbe veder finire “La Molisana” in mano a Mario Maione.

 

Il riferimento abbastanza esplicito è ad Antonio Marzano, ministro delle attività produttive. È napoletano – va precisato – come Maione e come il professor Francesco Testa, magna pars dell’università del Molise e super consulente regionale con l’incarico di salvare il pastificio.

A corroborare la tesi di Colavita è il ruolo ulteriore di Marzano leader nazionale di Forza Italia, con il quale deve rapportarsi quotidianamente Iorio, che a sua volta ha affidato l’incarico a Testa.

 

Sia come sia, la vicenda si propone come ennesima verifica del postulato storico che condanna il Molise a riserva di caccia di Napoli e dei napoletani.

 

Con la significativa eccezione dei lavoratori de "La Molisana", che la sentono pendere minacciosa sulle loro teste, a tale condanna ci si adegua benissimo. Almeno a giudicare dal tempismo e dall’entusiasmo con cui Gennaro Ventresca dedica la sfolgorante copertina del “Primo”, marzo 2004, e il servizio di sei paginoni all’“Industriale di rango, Mario Maione, l’uomo che conosce solo il successo”: in totale, oltre mezzo metro quadro di fotografie e apprezzamenti imperituri.




Giacomo Donati 14:04 |
giornali tv e web

giovedì, 08 aprile 2004

Rifiuti in Molise: al destino non si sfugge


Cinquecento tonnellate di rifiuti campani toccheranno al Molise. Nonostante Patriciello si sia affannato ad assicurare del contrario, Iorio ha accettato (ha dovuto accettare?) che parte della immondizia campana si riversasse sulle zone sempre meno incontaminate del Molise.

 

Va bene, anzi non tanto bene, ma a che pro stracciarsi le vesti e cospargersi il capo di cenere? Cosa cambia? Cosa c’è di nuovo? L’allora comitatus Molisii non è stato per secoli il granaio di Napoli capitale? E i nostri poveri antenati cafoni non hanno per secoli finanziato la vita di lusso, gozzoviglia e stravizio che i baroni delle loro terre spendevano in riva al Sebeto? E, dopo di loro, i borghesi e i borghesucci non hanno continuato a foraggiare gozzoviglie e stravizi dei rampolli universitari. E a partire dagli anni Ottanta del diciannovesimo secolo i contadini che fuggivano la fame con il miraggio dell’eldorado d’oltre oceano non si son dovuti lasciar succhiare l’ultima goccia di sangue dalla pletora di agenti e subagenti delle compagnie di navigazione di molo Beverello (Rimanelli insegna)? E, in tempi recenti, non è toccato alle acque molisane estinguere parte della sete della Campania felix?

 

Si dirà: sono secoli che il Molise non si chiama più Contado di Molise e che i francesi hanno posto fine al feudalesimo nel regno di Napoli. Da quarant'anni il contado è diventato Regione. Da decenni il flusso migratorio non passa più per il porto di Napoli, ammesso che continui a passare per qualche luogo. E da vent’anni abbiamo anche noi la nostra Università, e comunque i molisani che studiano fuori frequentano altri atenei, non più in massa quello federiciano. E allora?

 

Allora niente. Al destino non si sfugge. Al destino che sembra aver riservato al Molise il ruolo di servus dominae. Domina, che nel caso nostro si chiama Napoli o, se si preferisce, Campania. Ma sarebbe il meno. Il dubbio è che in Molise l’identità della domina o del dominus non interessi molto: l’essenziale è sentirsi ribaditi nel ruolo di servus tout court. A prescindere, come diceva Totò.

Giacomo Donati 12:38 |
varie

domenica, 04 aprile 2004

Oh, che belle biblioteche...


Della bontà delle istituzioni dovrebbero di norma testimoniare gli utenti. Sugli ospedali, la scuola, le ferrovie, la parola ultima dovrebbero averla loro: i malati, gli studenti, i viaggiatori…

 

Ma è stagione di autocelebrazioni. Università e soprintendenza docent, celebrano se stesse con le settimane della cultura, e l’entourage si adegua. E pazienza per il contribuente che paga.

 

Notevole il convegno campobassano, sponsorizzato da Provincia, Regione e Ministero per i Beni Culturali e dedicato a “La biblioteca provinciale ‘Pasquale Albino’ verso l’infrastruttura dell’informazione digitale”: un’intera giornata di lavori (venerdì, 2 aprile 2004), con un profluvio di interventi, per certificare che il PC e Internet stanno cambiando anche il mondo delle biblioteche e che la Albino è al passi con i tempi. Grazie tanto: sarebbe piaciuto vedere e sentire il contrario.

 

Che non fosse il caso di celebrare alcunché lo afferma con rara eleganza Agostino Rocco, direttore della biblioteca provinciale di Isernia. A scanso di ogni forma di campanilismo e autocompiacimento, Rocco ci tiene a precisare che anche presso la biblioteca isernina funziona dal 2002 la “Mediateca” e sono disponibili due internet-point gratuiti.

 

Se non altro, la sua rivendicazione è a costo zero: anzi al costo di una mail.




Giacomo Donati 11:39 |
politici e amministratori