Penne e pennivendoli molisani

mercoledì, 27 ottobre 2004

Ci siamo persi per strada

In calce al post "La TgR della Rai: i nipotini di Biscardi" del 3 ottobre, Adriano Petta ha lasciato oggi il seguente commento, cui c'è piaciuto dare il giusto risalto.

***

Che darei affinché al posto del nostro simpatico Biscardi ed il suo "processo"... ci fosse - ad esempio - Giovanni Floris con "Ballarò"...


La trasmissione più vista dai francesi negli ultimi 25 anni è stata "Apostrophes" di Bernard Pivot, una trasmissione sui libri, il venerdì sera, in prima serata, alle 20.45... mentre negli ultimi 25 anni la trsmissione più vista dagli italiani è stata "Il processo del lunedì" di Aldo Biscardi.


Questa è la differenza tra noi ed i cugini transalpini.


Il nostro popolo è un popolo senza cultura, pensa di risolvere tutto con la sua ingegnosità... e lavora 100 per raccogliere solo le briciole. Tolto il Portogallo, tutti gli altri popoli europei utilizzano la cultura come un'arma di difesa e di crescita. Noi italiani non vogliamo crescere, noi scherziamo sui processi... mentre quelli veri finiscono a tarallucci e vino.

Noi molisani eravamo partiti veramente alla grande con i nostri antenati sanniti, poi abbiamo avuto un campione di rinnovamento morale e civile quale Pietro da Morrone, il nostro grandissimo papa Celestino V... ma poi ci siamo persi per strada, facendo erigere la statua che portiamo in processione per la sua festa... e questa statua porta non il volto emaciato del papa santo... ma quello bello e florido di Bonifacio VIII, l'assassino di Celestino V.

Penso che noi italiani (e noi molisani) potevamo dare un sostegno a gente coraggiosa come il nostro Tonino Di Pietro... ma noi giochiamo con la politica, noi scherziamo con il nostro futuro, non vogliamo deciderci a crescere.


In questo momento siamo la nazione al mondo dove c'è più corruzione, e siamo la nazione europea con il più alto tasso di analfabetismo: e le due cose non sono fenomeni separati, bensì una figlia dell'altro.


E dal processo del nostro Biscardone sono nati tanti altri processini... che continuano - tutti assieme - a contribuire ad annebbiare la mente del popolo italiano. Con immensa gioia della cricca dei potenti... che continuano a spadroneggiare.
Adriano Petta










Giacomo Donati 19:23 |
contributi di terzi

venerdì, 22 ottobre 2004

Ipazia, quando la Chiesa uccide i corpi e soffoca le menti

C’è un Molise che non si piange addosso e non rimpiange i bei tempi di tatone. È un Molise che sfugge al nefasto abbraccio di stampo corporativo che tenta di portargli Iorio. Un Molise che studia, si documenta, valuta e pubblica libri, non alla macchia, ma presso case editrici di ampio respiro che assicurano la giusta distribuzione e la doverosa attenzione del pubblico e della critica nazionale.

 

È il Molise di Adriano Petta (Carpinone, 1945), studioso della storia della scienza e medievalista, autore di romanzi di buona risonanza come Eresia pura: dissidenza e sterminio dei catari (Stampa Alternativa, 2001), e come Roghi fatui: dai Catari a Giordano Bruno all’ultimo anticristo (Idem, 2002).

 

Petta non fa mistero della sua posizione critica nei confronti della Chiesa, spesso su posizioni oscurantiste e contrarie al progresso scientifico (si veda l’intervista al “Manifesto” del 10 aprile 2004). Ma non si limita a illustrare le sue idee e i suoi studi con articoli e saggi critici. Ha il pregio di affidarli a romanzi avvincenti come i citati o come l’ultimo in ordine di tempo, scritto a quattro mani con Antonino Colavito: Ipazia, scienziata alessandrina (Lampi di stampa, 2004).

 

Ipazia, 370-415 d.C. (apprendiamo dalla scheda del libro), erede della Scuola alessandrina, filosofa, matematica, astronoma, antesignana della scienza sperimentale: studiò e realizzò l’astrolabio, l’idroscopio e l’aerometro. Per onorare la memoria della prima martire della Ragione (che preferì essere trucidata pur di non rinunciare alla libertà di pensiero) Adriano Petta e Antonino Colavito hanno scritto questo libro sviluppando l’opera lungo due percorsi, che si intrecciano come due spirali. Il primo (curato da Petta) è l’avventura della donna Ipazia, il suo incedere quotidiano, privato, scientifico e politico, in un contesto storico accuratamente ricostruito, una vita che assume sembianze sempre più drammatiche, e che sarà portata a compimento dal tremendo epilogo: Ipazia sarà scuoiata in chiesa da un manipolo di fanatici cristiani, armati di conchiglie affilate e ispirati, se non proprio istigati, dal vescovo Cirillo. Il secondo (Colavito) è la voce di Ipazia, che, punteggiando il primo percorso di episodi o "sogni", descrive le sue ricerche, insegna, comunica con tutti coloro che la ascoltano, accademici e popolo, maestra di un sapere scientifico le cui origini risalgono ad almeno mille anni prima e che il crollo del mondo ellenico e il trionfo del cristianesimo seppellirà per molti secoli, sino al nascere della scienza moderna, da Galileo in poi.

 

Ipazia, scienziata alessandrina sarà presentato a Isernia, sabato 23 ottobre 2004, ore 18.30, presso la libreria “Il melograno”: coordinamento di Maria Stella Rossi (direttore responsabile di «Altri Itinerari»), interventi di Ida Di Ianni e Amerigo Iannacone, letture di brani scelti di Gabriella Iacobucci. Saranno presenti gli autori.



Giacomo Donati 12:15 |
letteratura

lunedì, 18 ottobre 2004

Il teorema di Ventresca

Ci siamo tolti un peso dalla stomaco. Antonio Ventresca ha chiarito che non ha nulla contro Gino Marotta. È vero che, come capogruppo dell’opposizione alla Provincia di Campobasso, ne ha contrastato con tenacia la nomina a soprintendente del Savoia. Ma, perbacco, l’artista voleva addirittura essere pagato.

 

Ora, invece, parrebbe di no. Marotta svolgerebbe l’incarico a coordinatore delle politiche culturali della Regione Molise a titolo onorifico e gratuito. Dunque, non c’è motivo per osteggiarlo.

 

Il teorema di Ventresca, che in Forza Italia è il responsabile di Comunicazione e immagine per il Molise, non fa una grinza. E non ne fanno i tre corollari che ne discendono.

 

1) La cultura non ha costo, nel senso che per quel poco che serve non deve costare nulla o il meno possibile (la Moratti docet);

 

2) Se costa di più, bisogna mettere mano alla pistola (Goering e/o Goebbels docent), in mancanza dell’accetta (è sempre la Moratti a docere);

 

3) I soldi spettano a chi lavora, per esempio ai mille e uno consulenti della Regione Molise (Sorbo porti pazienza), e agli indispensabili addetti stampa, specie se a malpartito con il leggere, lo scrivere e il far di conto (la recente e già famosa dichiarazione di Pio Romano pro Andreotti docet).



Giacomo Donati 14:04 |
politici e amministratori

domenica, 17 ottobre 2004

Quarantennale

erba volant - «Come ex democristiano, come uomo delle istituzioni, ma soprattutto come cittadino italiano non posso che congratularmi con il Presidente Andreotti per il positivo epilogo della vicenda giudiziaria che suo malgrado lo ha visto protagonista. In questo decennio di incriminazioni, veleni, bisbigli, illazioni, “baci” compromettenti, e aberrazioni varie, Giulio Andreotti ha dimostrato, seppur ce ne fosse ancora bisogno dopo la sua quarantennale vita politica, di essere davvero uno statista».

Dichiarazione dell'assessore regionale Pio Romano (a cura dell'ufficio stampa), "Altromolise" 17 ottobre 2004.



Giacomo Donati 11:27 |
politici e amministratori

venerdì, 15 ottobre 2004

Un critico cinematografico
Racconto

Lo chiamavano il figlio del monaco e lui rispondeva con un sorriso. Sorrideva anche ai compagni di liceo, che lo prendevano in giro per la complessione pingue, l’aria sornione da miope, la parlantina melliflua. E per il sorriso. Un sorriso stanco, da monaco, ma tutto suo, perché il preteso genitore, con il cordone che gli ballonzolava sulla pancia prominente, aveva fatto breccia nel cuore delle pinzochere con un sorriso sfrontato, che affiorava dalla folta barba nera, cappuccina. Se lo erano conteso in molte, ma solo alla Mariuccia pare fosse toccata la grazia di donargli un figlio: il nostro pingue e miope liceale.

- Tutto suo padre, dicevano.

Già, come se a registrarlo all’anagrafe con il proprio cognome, non fosse stato il taciturno e segaligno operaio campobassano riciclato alla Pirelli.

 

Il figlio del monaco era cresciuto a caffellatte e brioche, e a sogni biascicati nel cinema Moderno sotto casa, dove, pomeriggio dopo pomeriggio, si tuffava nel mare di fumo della pedissequa filmografia a 500 lire al biglietto. Il ragazzo ritenne di dare uno sbocco al suo futuro iscrivendosi al Dams di Bologna. Si laureò, dopo sei anni di studio placido e mille e duecento prime visioni, con una tesi sulla produzione di Marcel Carné, Les enfants du Paradis, in particolare. Come il timido e orgoglioso mimo Baptiste, anche lui s’era imbattuto nella sua bella e incostante Garance (Maria Candelora, nella realtà, ma per tutti, semplicemente Candy), l’allegra cameriera della mensa di via Zamboni, che accettò di sposare il pingue dottorino e seguirlo a casa dei suoceri a Milano.

 

Con la laurea in tasca e la moglie al fianco, il figlio del monaco visse una piacevole luna di miele, tutta baci e moine e dolcissimi pomeriggi nel Moderno sotto casa. Ebbe qualche supplenza. Cominciò a scrivere su quotidiani e riviste di second’ordine: recensioni che nessuno leggeva, polpettoni di specifici filmici, campi e controcampi, tracking e casting e flashback. Ci voleva uno stomaco di ferro per masticarli e mandarli giù. I redattori accolsero con entusiasmo via via scemante i suoi lavori; mentre il critico, da parte sua, cominciò a rifiutare i sempre più sporadici incarichi scolastici. Le supplenze si dimezzarono. Si duplicarono, invece, si triplicarono, le mostre, le prime visioni, i cineforum, di mattina, di pomeriggio, di notte.

 

Relegata in un appartamentino della periferia milanese, la bella e incostante Garance stava perdendo brio e sorriso. Un giorno, il marito le confidò il progetto di trapiantarsi a Campobasso, nella città di origine dei genitori. Vista da Milano, e con gli occhi da miope, la realtà molisana era tutto un pullulare di giornali e periodici, radio e televisioni locali, mostre, sagre e feste paesane, un tripudio, una bengodi che offriva spazi da coprire con la sua corpulenta ed erudita presenza, ritorni finanziari e, perché no, un pizzico di fama che non guasta.

- Come si dice? Meglio primi in campagna che secondi a Roma? O no?

All’indomani, in un sereno mattino d’aprile, la donna prese il treno e se ne tornò dai suoi studenti bolognesi a dimenticare l’infelice esperienza matrimoniale.

 

Il figlio del monaco si sistemò presso una zia della madre. La vecchia pianse di gioia quando se lo vide piombare a casa. Sulle prime, i calcoli non parvero sbagliati: la laurea ad hoc, la discreta ma supponente bibliografia, la figura di tranquillo abate benedettino, la parola suadente, tutto concorse ad aprirgli le porte a cui aveva bussato. Sui giornali spuntarono le sue recensioni illeggibili, dagli schermi di una tv locale le immagini soporifere di un talkshow intitolato al cinema e a tutto quanto fa spettacolo e imperniato su farmacisti in pensione, languide cantanti e musicisti stagionati, orfani di Izzo & Pesce. Gli fu affidato la direzione artistica di Cinema sotto le stelle, e animò, per così dire, l’estate di Campomarino con film cazaki, uruguaiani e della nouvelle vague giapponese.

 

Per una volta Campobasso non fu da meno di Milano e il Molise della Lombardia: i giornali finirono per rifiutargli le recensioni, il talkshow colò a picco nel disinteresse generale, l’esperienza di Campomarino non fu ripetuta, né in riva al mare né in cima ai monti. Il figlio del monaco passava le sue giornate a letto, le sue serate tra le molteplici sale del Maestoso, le sue nottate nel vento, sotto i lecci del corso di Campobasso. Il colpo di grazia glielo assestò l’assessore isernino alla cultura che, ignorando la sua domanda, affidò la Rassegna cinematografica Pentra al nipote ex sorore di un consigliere di maggioranza, laurea in storia e filosofia e robusta vocazione cabarettistica. Per un mese intero cercò di attirare l’attenzione dei campobassani con le sue pacate intemperanze verbali contro gli ignoranti e contro i politici che favoriscono gli ignoranti e promuovono l’ignoranza. Poi la litania lo stancò e non aprì più bocca. Vistosi abbandonare dai sogni, si mise a inseguirli inutilmente, trascinandosi giorno dopo giorno sui marciapiedi del corso, tra l’indifferenza dei passanti.




Giacomo Donati 19:18 |
racconti

venerdì, 08 ottobre 2004

Tra Sinistra e Destra non corre che picciol passo

La notizia è di quelle ghiotte. Alla lettera, di quelle che permettono agli interessati di leccarsi i baffi. Una volta tanto carmina dant panem. E anche qualche tenero agnelletto.

 

Gino Marotta si è visto affidare dal presidente della regione Michele Iorio “il coordinamento delle attività Regione-Ministero dei Beni Culturali finalizzati alla salvaguardia e promozione dell’immenso patrimonio storico, artistico, archeologico e culturale del Molise”. Non sappiamo se abbia battuto ciglia. Sappiamo che ha accettato, tacitando gli scrupoli di chi, non va dimenticato, è stato candidato con i Verdi nel Girasole alle ultime Politiche del 2001. E tacitando anche gli scrupoli di Iorio & C., che non molto tempo addietro si scagliavano contro il presidente della provincia, Augusto Massa, per il progetto, poi naufragato, di affidare a Marotta la soprintendenza artistica del teatro Savoia di Campobasso.

 

E allora ha ragione il presidente della regione quando scrive che la “storia personale e le indiscusse capacità artistiche di Gino Marotta ne fanno l’uomo giusto, al posto giusto, nel momento giusto, per fare sintesi dei tanti programmi ed interventi della Regione per dare al Molise la visibilità che merita nel panorama culturale europeo”.

 

Siamo contenti per Marotta, siamo contenti per Iorio e i suoi compagni che dopo le performance della Carlucci possono esibire anche i metacrilati all’occhiello. Siamo contenti, infine, per qualche piccolo sponsor di Marotta, cui almeno una caramella e un leccalecca non dovrebbero essere negati.



Giacomo Donati 12:09 |
arte e artisti

mercoledì, 06 ottobre 2004

Un caso di malainformazione?
Su
"Nuovo Molise", of course

Sant'Agostino

 

Un titolo inquietante compare domenica 3 ottobre, a pagina 15 del “Nuovo Molise”: “Larino. Dopo l'emergenza creata dal presunto inquinamento. Turni e professionalità ‘salvano’ l'ospedale Vietri”.

 

A dire il vero, l'articolo è piuttosto fumoso: “Sono passati otto giorni da quando per un presunto inquinamento provocato da alcuni batteri il reparto dialisi del nosocomio adriatico è chiuso ed i trenta pazienti dializzati sono costretti a recarsi a Larino per essere sottoposti alle terapie salvavita”. Nosocomio adriatico? Leggiamo ancora: “Malgrado le massime rassicurazioni della dirigenza aziendale [… ] è stata una settimana di turnazioni che ha visto i medici del Vietri lasciare le postazioni terapeutiche ai colleghi del San Timoteo al fine di garantire le prestazioni necessarie ai pazienti costieri...”. E che c'entra il San Timoteo con il Vietri? Continuiamo a leggere e vediamo se ne usciamo: “Giornate di intenso lavoro per i medici del San Timoteo…”. “Una collaborazione fattiva che ha permesso di stilare un programma di interventi scrupoloso: i pazienti frentani (?) hanno utilizzato la struttura (quale?) nelle ore mattutine e pomeridiane e quelli costieri (?) anche fino a mezzanotte... le turnazioni proseguono fino a quando non saranno resi pubblici i risultati delle analisi...”.

 

Fumo o non fumo, alla fine ci siamo. Nel reparto dialisi del San Timoteo di Termoli si è verificato un inquinamento di batteri di cui non si conosce ancora l'entità ed in attesa dei risultati delle analisi chimiche, per precauzione, si è deciso di trasferire i pazienti dializzati presso la struttura del Vietri di Larino. Essendo aumentato quindi il numero dei malati i medici delle due strutture ospedaliere hanno organizzato turni serrati, in un clima di collaborazione, per garantire l'assistenza a questo tipo di pazienti.

 

Se i fatti sono questi, l’articolista NdF e il titolista hanno dato dimostrazione patente di non sapere di cosa parlano e di cosa scrivono o, in subordine, di non saper maneggiare i ferri del mestiere, la lingua italiana. Tornino a frequentare i banchi scolastici, allora. Diversamente è devastante il sospetto che nella stesura del titolo e dell’articolo si siano fatti i salti mortali per non citare il San Timoteo “inquinato” e per indurre il lettore a confondere le due strutture ospedaliere. Si sia tentato di “depistare” chi legge, facendo sembrare che si parlasse di un problema del Vietri e non del San Timoteo. Ci piacerebbe sapere perché?

 

(Segnalazione e supporto iconografico di Michela M. - Termoli)


Giacomo Donati 17:34 |
giornali tv e web

domenica, 03 ottobre 2004

La TgR della Rai: i nipotini di Biscardi

Ne Il bel paese della Tv, Aldo Grasso riconosce ad Aldo Biscardi, al Biscardone nostro, un’indiscussa paternità su I processini del lunedì, che sono spuntati su tutti i network: non solo il lunedì, il martedì, il mercoledì, tutta la settimana. “Le reti locali – sostiene il critico televisivo – sono un processo in seduta permanente”. Secondo Grasso, a Biscardi “i giornalisti sportivi dovrebbero far[gli] un monumento”, perché “ha creato uno stile, originato imitatori, imposto un modo di concepire lo sport, dato vita a un indotto rigonfio di insperati e generosi gettoni di presenza”.

 

Nondimeno il critico televisivo ci va giù duro contro il “roscio” corregionale nostro, che “è riuscito a dare una veste teorica al suo giornalismo. Non letteraria, teorica. Che è questa: chiunque può dire ciò che vuole, sostenere qualsiasi tesi senza bisogno di doverla argomentare. Che è una bella rivoluzione copernicana. Tempo fa, infatti, un magistrato di Roma, nel corso di un processo ‘vero’, ha sentenziato che nel ‘Processo di Biscardi’, ‘la credibilità obbiettiva delle notizie riportate e fatte oggetto di dibattito è riconosciuta assai bassa. Ne deriva che la credibilità dell’informazione offerta e la conseguente attitudine di questa ad essere in ipotesi, idonea a ledere l’altrui reputazione sono oltremodo inconsistenti’. Traduzione: siccome di preferenza si dicono fanfaluche è inutile prendersela tanto”.

 

“Il magistrato – inferisce e infierisce Grasso – ha evidenziato il carattere informale del talk show biscardiano, paragonandolo a una tipica discussione da bar. Ebbene, il carattere informale è appunto la caratteristica della cosiddetta neotelevisione: non solo il bar ha imposto le sue modalità espressive ma anche la piazza, il salotto, il cazzeggio, ecc. Significa che buona parte della tv italiana avendo, secondo il ‘teorema Biscardi’, una credibilità inconsistente è perciò legittimata a ‘sparare cazzate’”.

 

“E qui – conclude Grasso – scatta il corollario al teorema. Per sparare cazzate e diventare qualcuno, meglio non essere un genio. Tanto il genio c’è già, è lui, Biscardi. A volte incompreso, il più delle volte incomprensibile”.

 

Tutto bene o tutto male, dunque, ma niente di nuovo. A sorpresa, dopo aver sistemato Biscardi, Aldo Grasso si mette a picchiare con maggiore impegno e durezza contro la TgR della Rai (la testata giornalistica regionale), da lui dequalificata al rango di “la più importante tv locale d’Italia” e inserita di peso, non nel capitolo dell’informazione, dove era lecito cercarla, ma proprio in quello de I processini del lunedì, magari per invitare i telespettatori a riconoscere assai bassa “la credibilità obbiettiva delle notizie riportate”.

 

Grasso spara a zero contro la TgR, che ha “un suo Olimpo di eroi, eredi di una grande tradizione comico-giornalistica: quella dei Tonino Carino, dei Luigi Necco, dei Giorgio Bubba, dei Marcello Giannini”. Il più rappresentativo di essi Enzo Creti, cronista del Tg regionale della Lombardia, è visto come emblema di tutti i colleghi della “più importante tv locale d’Italia” che, “ramificata in una ventina di sedi ben radicate nel territorio, forte di 700 e passa giornalisti, esprime due tg al giorno, alle 14.00 e alle 19.30”.

 

“Sui giornalisti delle sedi regionali – incalza Grasso, mentre il nostro pensiero va, ovviamente, alla variegata redazione molisana di via Conte Verde a Campobasso – esistono due scuole di pensiero. La prima, un po’ rudemente, si chiede: ma chi autorizza certe persone ad andare in video? Non hanno un minimo di appeal, leggono con spaventose inflessioni dialettali, a volte sono incomprensibili, si comportano come se trasmettessero dalla più sfigata tv di provincia. La seconda, pur persuasa che la TgR dia l’impressione di essere una sorta di Geenna del giornalismo televisivo, di un reclutamento che segue vie misteriose, di un’esibizione di dilettanti allo sbaraglio, sostiene che i più bravi, comunque, prima o poi, finiscono a Roma”.

 

“E chi resta allora? Chi resta, o gode o rode. Come Enzo Creti appunto”, il degno emulo dei comici-giornalisti, al quale Grasso finalmente tesse il panegirico, e come la schiera dei 700 e passa colleghi giornalisti delle sedi periferiche Rai, ai quali il critico non ha voluto far mancare i sensi della sua attenzione, fin dal titolo dell’intervento critico: Piccoli Creti.



Giacomo Donati 19:49 |
giornali tv e web