Penne e pennivendoli molisani

martedì, 28 dicembre 2004

Intellettuali/ 2

Quaranta milioni, 20mila euro: a tanto ammonta il contributo concesso dalla Provincia di Campobasso a “Il bene comune”. A dare la notizia ci ha pensato Caterina Sottile su “Il Ponte” on line; mentre Mauro De Gregorio, sempre sullo stesso periodico on line, è intervenuto per qualche più che giusta e opportuna precisazione.

Avendo lasciato Antonio Ruggieri, direttore de “Il bene comune” alle prese con i dubbi filosofici suggeriti dalla tragedia di Beslan, e ritrovandolo fresco beneficiario della oltremodo cospicua sovvenzione, urge una domanda. Che è questa: - Potendo contare su quaranta milioni c’è speranza che il Dio che era dato per morto possa resuscitare, o che si senta almeno meglio lui, il nostro direttore?

Domanda analoga urge anche per il direttore di “Altroverso”, Luigi Fabio Mastropietro, sodale di Ruggieri: - Quaranta milioni riescono a rendere meno vorticoso il gorgo in cui sarebbe scivolato il mondo dopo Beslan?

Grazie.

P.S.

Notizie e commenti giungerebbero graditi anche da Antonio Sorbo e Pietro Colagiovanni, ai quali sono andati i complimenti per gli interventi sul finanziamento regionale alla SEM, e che invece tacciono sulla graziosa elargizione a “Il bene comune”. Eppure, come ben rileva Mauro De Gregorio, dopo l’atto di grande liberalità adottato dalla Provincia di Campobasso, il tanto vituperato prestito della giunta regionale alla SEM sembra aver perso ogni ombra di sospetta attenzione clientelare per rifulgere addirittura come esemplare ed oculata operazione finanziaria. Grazie.

Giacomo Donati 21:43 |
giornali tv e web

venerdì, 24 dicembre 2004

Intellettuali

Pieter Paul Rubens, PROMETEO, 1612 circa Qualche mese addietro, Antonio Ruggieri ha firmato un editoriale de “il Bene comune”, la rivista da lui diretta, con un titolo che è tutto una deprimente freddura, ormai assurta a facezia da salotto, e per questo inadeguato nella circostanza. “Dio è morto (e nemmeno io mi sento molto bene)” è la riflessione sulle stragi del 3 settembre 2004 a Beslan in Cecenia e delle Twin Towers a New York.

“A Beslan si è rotto qualcosa, - scrive Ruggieri. - Uccidere i bambini è un atto di ferocia disperata, sordida e cieca. È un corto circuito dell’umanità e dello spirito di conservazione della specie. Il terrorismo è mostruoso e la guerra lo produce”.

Guerra: non è chiaro se ci si riferisca a un conflitto particolare o, come sembra, alla guerra in genere.

Continua Ruggieri: “Questo scrivemmo in seconda di copertina all’indomani dell’attacco alle Twin Towers e questo scriviamo oggi, dopo tre orrendi anni di attentati e di massacri che rischiano di farci inclinare al silenzio, passando per uno sgomento profondo e inespressivo”.

Tre orrendi anni di attentati e massacri? Quali attentati? Quali massacri? Ruggieri non precisa ma concentra il tiro contro la dottrina e la pratica della guerra preventiva di Bush, e chiude mettendo alla berlina l’allegra disinvoltura dei notiziari italiani del 5 settembre 2004, che mescolano senza imbarazzo eccidi, come quello di Beslan, e il matrimonio da favola di John Elkann Agnelli.

Alla strage di Beslan, “corto circuito dell’umanità e dello spirito di conservazione della specie”, si è appellato un altro intellettuale molisano, Luigi Fabio Mastropietro, anche lui direttore di una rivista, “Altroverso”, per reclamare una necessaria presa di coscienza.

“Siamo usciti con il n. 5 - spiega Mastropietro in una sorta di editoriale televisivo - con un discorso nuovo che riguarda la letteratura e il ruolo della letteratura. Per noi non si può essere scrittori e poeti oggi se non si riesce a dire quello che sta succedendo al mondo. Il mondo sta scivolando nel gorgo di se stesso. Il mondo che uccide i propri figli, com’è successo a Beslan, è un mondo che non ha futuro”.

Potenza della televisione e dell’incessante tam tam dei media: improvviso e arbitrario il Male si affaccia sul proscenio del mondo. Come se il mondo non stia scivolando da sempre nel “gorgo di se stesso”. Come se guerre ed eccidi non costituiscano il retaggio di millenni di storia. Come se il cammino della popolazione cecena, in particolare, e dell’umanità tutta non siano costellati di innumerevoli “corti circuiti” e atti “di ferocia disperata, sordida e cieca”.

Facciamo un salto indietro. Novembre 2003, pochi giorni dopo che a Nassiriya la guerriglia irachena ha fatto strage di carabinieri italiani, il cavalier Berlusconi riceve l’amico Putin e, in conferenza stampa, risponde per lui, giurando che la Russia è un modello di diritti umani, in Cecenia non è successo niente di grave, “ci sono attentati della guerriglia, ma Mosca non ha mai risposto”. Cancellati, come “leggenda dei media”, gli almeno 200mila morti per i bombardamenti russi su un milione di abitanti. L’indomani la commissione e il parlamento europei condannano quei deliri pronunciati da Berlusconi come presidente di turno della Unione Europea. I telegiornali oscurano la notizia.

A non mollare la presa e incalzare Berlusconi, ci pensa Adriano Sofri. “Gentile presidente del Consiglio comincio oggi un digiuno che risponda alla sua improvvida dichiarazione sulla Cecenia, e la esorti a correggerla”. Così Sofri, in una lettera di protesta indirizzata a Berlusconi il 9 novembre 2003 e pubblicata dal “Foglio”. “(...) Lei - continua Sofri - ha negato un tentato genocidio”. “Lei ha parlato di leggende. Fra un quinto e un quarto dell'intera gente cecena - ricorda Sofri - è stato sterminato nelle due guerre degli ultimi nove anni”.

Per la cronaca, Berlusconi non corregge un bel niente, scarabocchia sullo stesso giornale poche righe in una risposta che lo stesso Sofri è costretto a definire “più avara” di quanto si augurasse, non persuadendosi che il Primo ministro “non voglia trovare parole più appassionate per la tragedia della gente cecena” e finendo per ipotizzare in uno slancio di buona volontà che se l’interlocutore “avesse visto la Cecenia coi suoi occhi, ne avesse incontrato le persone, avesse ascoltato i suoi disgraziati, ne farebbe un più affettuoso conto”.

A distanza di qualche mese Sofri, torna sull’argomento con un articolo, che è una lezione di storia e di passione civile e morale. Vale la pena di riprodurlo ancora una volta, a testimonianza di un intellettuale che non ha il bisogno del rimorchio dei media per porre sotto gli occhi del premier e dei connazionali quello che è successo, sta succedendo (e succederà) in Cecenia.

S’intitola “Se fossi nato in Cececia”. Ed è la risposta a poche ma accorate domande: «Che cosa dire, come dirlo, per far sì che le persone vogliano figurarsi che cosa succede in Cecenia? Che vi si immedesimino per un momento, e se ne spaventino a morte?».

Scrive Sofri:

«La Cecenia è grande come l'Abruzzo e il Molise. Prima delle due guerre dell'ultimo decennio, aveva più o meno un milione di persone. Sono morte fra un quinto e un quarto. In percentuale, è come se fossero morte nell'Abruzzo e nel Molise 350-450 mila persone. Oppure, se in Italia negli ultimi dieci anni fossero venute due guerre come quelle russe in Cecenia, in proporzione sarebbero morte 13 milioni di persone circa, e una ventina di milioni sarebbero andati profughi all'estero.

Io compirò 62 anni l'estate prossima. Se fossi nato in Cecenia, invece che in Italia, sarei stato deportato in Kazakistan con tutta la mia nazione, il 23 febbraio del 1944. Avrei viaggiato in un treno bestiame, a un anno e mezzo, con un fratello di sette anni. Uno su tre morì in quel viaggio. Dunque se fossi stato deportato coi miei genitori almeno uno di noi quattro sarebbe morto. Se fossi morto io -il più debole- e fossero sopravvissuti i miei genitori, la mia cara sorella, che ha tre anni meno di me, sarebbe nata in Kazakistan, e avrebbe visto il cielo del Caucaso solo dopo aver compiuto dodici anni. Però a questo punto almeno un altro membro della mia famiglia sarebbe morto. Dei figli miei, di mio fratello e di mia sorella, uno su tre sarebbe morto negli ultimi dieci anni.

La Russia ha una popolazione di quasi 150 milioni di persone. È un grande paese, molto triste. Si è saputo in questi giorni che vi muoiono 170 persone per ogni 100 nuovi nati. La speranza di vita media per gli uomini maschi è di 58 anni, di 71 per le donne. In Italia è di 77 anni per i maschi, di 83 per le donne. La Russia occupa con un esercito di centomila armati -ma è arrivata ad averne molte volte di più- una sua (la rivendica come propria, infatti) repubblica di 700.000 abitanti sì e no. È come se l'Italia occupasse il Molise con un esercito italiano di 50.000 armati.

Se fossi nato in Cecenia e non in Italia, il mio cielo sarebbe nero del fumo delle città e dei villaggi bruciati. La mia terra sarebbe nera di fango, petrolio, bombe e cingoli. Rosse di sangue, terra e cielo. Se fosse successo in Italia quello che è successo in Cecenia, non uno dei monumenti che adornano questo paese esisterebbe ancora. Polvere e rovine lo coprirebbero. Niente più Venezia, niente più Roma e Firenze e Palermo. Niente Tiziano nè Michelangelo. Niente Posillipo e lago Maggiore. Le case violate, gli uomini rastrellati e torturati. Chiesto un riscatto ai parenti dei rapiti, solo per riottenerli cadaveri. Donne stuprate e assassinate dai mercenari occupanti, o abbandonate alla vergogna pubblica: e poi uccise dai loro parenti, o ricattate dal cinismo dei signori della guerra per tramutarsi in bombe umane. Dal fango dei campi di profughi, dal fondo delle fosse a cielo aperto in cui vengono gettati, legati fra loro, i prigionieri, chiamerei al soccorso i governanti dei paesi civili. I governanti dei paesi civili esprimerebbero la loro comprensione per la persecuzione genocida di cui sono bersaglio. In nome della guerra al terrorismo, si farebbero complici della guerra terrorista. Desidererei solo di morire, chiederei al mio cielo oscurato la giustizia e la vendetta che la terra mi nega.

Sentii da un vecchio ceceno, uno di quei vecchi caucasici dalla leggendaria longevità -invece sono solo i superstiti di un genocidio- dalla circassa chiara e la sciapka di astrakhan, uno che i giovani additavano mormorando: «Non sai quanti russi ha ammazzato!», gli sentii dire: «I ceceni sono stati creati da Dio per stare come un moscerino nell'occhio della Russia». Guerriero lui, guerriero il suo moscerino. Noi cittadini non violenti dell'Europa dobbiamo stare come un moscerino non violento nell'occhio dei capi russi, ubriachi della propria brutalità. Il Caucaso è in Europa. L'Europa vi nacque. È lì che l'aquila squarcia ogni giorno le carni del Prometeo incatenato. La Russia perde l'anima in Cecenia. L'Europa vende l'anima alla Russia.

Oggi, a sessant'anni dalla deportazione staliniana di ceceni e ingusci, in tante città del mondo persone manifestano. Dicono che sono venute a conoscenza di quel genocidio, e che vogliono farlo sapere agli altri. E che sono venute a conoscenza del tentato genocidio degli ultimi dieci anni. Che sono scandalizzate da una guerra ripugnante, e da una risposta terrorista disperata e infame. Che la loro Europa si sente responsabile di quel lembo d'Europa. Che soffre e si vergogna per le sofferenze indicibili di quel popolo. Che la gente cecena è al bivio fra un occidente che non è se non l'Europa, e l'oriente distorto del fanatismo islamista. Che la comunità internazionale deve esigere dalla Russia il rispetto per i diritti umani, e per il diritto -e il rispetto di sè; e deve rivendicare una tutela delle Nazioni Unite su una terra e una gente destinate a devastazione umiliazione e morte. Si manifesta per questo a Roma, davanti a Palazzo Chigi, oggi pomeriggio, alle 17,30. Ho seguito lo sciopero della fame di Olivier Dupuis, dura dal 18 gennaio, è arrivato al punto in cui è giusto allarmarsi. Ha ottenuto molto, gli chiedo fermamente di smettere oggi: per la discussione al Parlamento europeo del 26 è già abbastanza scheletrico. Lui sa che, se fosse utile, ci sono altri pronti a dargli il cambio. È importante che i Ds abbiano aderito pienamente alla manifestazione di oggi e ai suoi obiettivi. Andateci, voi che vi opponete alle guerre senza se e ma, e voi che vi opponete alle guerre coi se e coi ma. Là è il fondo del pozzo. Chi si affacci al bordo di quel pozzo, non troverà pretesti per dissentire. Qualcuno ci vada anche per me, per favore. Non esito a chiederlo. Dopo si sentirà meglio».

(“l’Unità”, 23 febbraio 2004)

Ovviamente non è in discussione l’insensibilità umana del nostro Presidente del Consiglio né il trasporto di un potente per il potente Putin. Importa sottolineare come Adriano Sofri, vox clamantis in deserto, abbia invitato ad affacciarsi al bordo del pozzo ceceno molto mesi prima che la nostra ipocrita comunità europea, gli intellettuali in prima fila e tutti noi ci stracciassimo le vesti davanti alle immagini dell’orrore di Beslan esibite per qualche giorno dal pozzo televisivo.

Buon Natale!

Giacomo Donati 00:29 |
giornali tv e web

martedì, 21 dicembre 2004

Un geometra ingenuo

L'invito al telefono era stato pressante: “Si rischia di essere in pochi. Quattro gatti. Perciò, fammi la cortesia, vieni anche tu!”. A nulla era servito dirsi non interessato e, comunque, a digiuno di filosofia. L'amico preside, trapiantato a Napoli, non aveva voluto sentir ragioni ed era riuscito a strappargli la promessa.

Così quel tremendo giovedì pomeriggio di un piovoso dicembre campobassano, il geometra della Provincia salutò l'amico nei corridoi del Circolo Sannitico. E l'amico ne approfittò per condurlo immediatamente alla presenza di un suo amico professore, molisano e trapiantato a Napoli anch'egli, tale Giandonato Setti, del quale si presentava in quell'occasione uno studio dedicato a un non meglio ricordato pensatore ungherese (o forse austriaco) di tendenze liberali (o piuttosto socialdemocratiche). Stretta la mano all'allampanato professor Setti, al geometra toccò stringere la mano anche a un secondo amico dell'amico, tale professor Puccio Sannicandro, relatore ufficiale della manifestazione nonché napoletano - gli si disse - in procinto di migrare alla volta dell'ateneo molisano.

“E così,” ritenne di dovere informarsi il geometra, “un libro interessante...”.

Il paffuto e occhialuto professor Sannicandro lo guardò perplesso. Poi disse: “E che ne so. Mica l’ho letto!”.

Il geometra non fece in tempo a venir fuori dallo sbalordimento, che già era stato spinto a prendere posto accanto all'amico preside trapiantato a Napoli. La prolusione del professor Puccio Sannicandro, in verità, per essere brillante, fu brillante: nessun accenno al pensatore ungherese (o forse austriaco) di tendenze liberali (o piuttosto socialdemocratiche), ma tutto un profluvio di sorrisi, ammiccamenti, battutine; persino riferimenti al muro di Berlino. I cinque gatti gradirono molto e alla fine applaudirono convinti. Applausi anche all'indirizzo dell'anziana genitrice del professor Setti, il festeggiato.

Solo il geometra, una volta all'aperto, si sentì autorizzato a chiedere all'amico preside: “Ma dove cazzo m'hai portato?”.
“Piano. Piano,” implorò l'altro. E aggiunse: “Come sei permaloso. Non ti ricordavo così”.
“Sarò permaloso,” incalzò il geometra, “ma tu spiegami quello ch'è successo e che razza di gente è questa”.

Il preside allora, con tutta la pazienza del caso, gli spiegò che il professor Setti aveva avuto assoluto bisogno di un titolo bibliografico per un concorso. Era stato costretto perciò a mettere insieme scritti del pensatore e di altri sul pensatore ungherese (o forse austriaco) e accordare loro la qualifica di saggio a sua firma. Il brillante oratore, il professor Puccio Sannicandro, il napoletano con mire migratorie verso Campobasso, aveva invece preso la palla al balzo per onorare l'amico, regalargli una referenza e, intanto, dare un'occhiata alla cittadina di elezione.

Tutto a posto, dunque. Perfetto. Accademico. Però il geometra non rispose. Si lasciò trascinare a prendere un caffè da Lupacchioli. E lì, rimestando nella tazzina, vide l'amico preside scuotere la testa. Poi sentì che gli diceva: “Ahò. Ma insomma, dove cazzo vivi? Vuoi scendere dalle nuvole una buona volta, si o no?”.

Giacomo Donati 10:42 |
racconti

venerdì, 17 dicembre 2004

Un ottico?

erba volant - Si realizza un obiettivo cominciato qualche tempo fa”.

“Altromolise”, intervento di Michele Iorio, alla presentazione del volume Armonie e ritmi, Teatro Savoia, Campobasso.





Giacomo Donati 22:17 |
politici e amministratori

mercoledì, 15 dicembre 2004

Lo straripante rettore

Dave Merrill, READER, 2003, pastel, gel, mediumNon passa giorno che i giornali molisani non portino all’attenzione dei lettori questo o quell’altro traguardo tagliato dall’Università del Molise. Né passa giorno che dagli schermi televisivi il viso bonario, davvero accademico, del magnifico rettore Giovanni Cannata, non sottolinei i successi conseguiti: tra gli altri basterà ricordare il record delle 2533 immatricolazioni del 2003/04, un dato che raddoppia il numero degli immatricolati nel 1999/2000 o nel 2000/2001.

L’impressione è che l’ateneo molisano e il suo rettore, travalicando la missione specifica, siano diventati qualcosa in più di un faro nell’orizzonte socio culturale regionale. Non si muove foglia se non spira la favorevole brezza universitaria negli ambiti più disparati. Giusto per dire: la Biennale di Venezia approda finalmente a Campobasso, grazie a Cannata che ha aperto i battenti dell’Università.

Tutto bello, vincente, entusiasmante. E onore al merito. Ma c’è un ma, anzi un doppio ma. Il primo, come si diceva, trae origine dall’Università che dilaga in ambiti non propri. Va benissimo il ruolo di guida, di tutore della crescita altrui, meno bene quello fagocitante del colosso culturale omnicomprensivo se fa terra bruciata attorno a sé. Il secondo deriva dalla corrispondenza perfetta che lega l’Università del Molise a Giovanni Cannata e Giovanni Cannata all’Università del Molise. Una sorta di presenzialismo accademico spinge il magnifico rettore ad occupare scena, ribalta e proscenio e a relegare nell’ombra ogni suo collaboratore. Come nel taglio del nastro della recente inaugurazione della nuova sede della biblioteca dell’Università in viale Manzoni. Se n’è incaricato Cannata stesso, prima che nella Nuova Aula Magna di Ateneo risuonassero le note marziali della banda dell'Arma dei Carabinieri. Sparito dai resoconti giornalisti e televisivi (e sparito finanche dalla manifestazione) Giorgio Palmieri, direttore della Biblioteca dell’Università.

Davanti al presenzialismo del rettore è lecito porre una domanda, sulla falsariga di quelle del lettore operaio di Brecht. Le ricordiamo tutti: “Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì? Ci sono i nomi dei re, dentro i libri, Sono stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra? […] Il giovane Alessandro conquistò l'India. Da solo? Cesare sconfisse i Galli. Non aveva con sé nemmeno un cuoco?”. Ecco: Giovanni Cannata dà l’impressione di portare avanti l’Università del Molise da solo. Si parva licet, non ha con sé nemmeno un cuoco?

Giacomo Donati 16:07 |
politici e amministratori

domenica, 12 dicembre 2004

La sentenza Sme, secondo Iorio

Silvio Berlusconi ha corrotto a suon di centinaia di migliaia di dollari l’ex giudice romano Renato Squillante, ma grazie alle attenuanti generiche, il reato è prescritto. Assoluzione, invece, con formule diverse, tra cui quella dubitativa, per gli altri episodi che gli erano addebitati nel processo Sme. Questa è la sentenza del tribunale di Milano, che il premier in prima persona, gli amici a tutta prova e la stampa compiacente hanno fatto passare subito per riconosciuta innocenza.

E via con i festeggiamenti. Da devoto amico del presidente del Consiglio, Michele Iorio è tra i primi a brindare e a rallegrarsi “della pronuncia dei giudici” che, secondo lui, “hanno spazzato via con questa sentenza le illazioni, le ingiurie, le accuse umilianti rivolte spregiudicatamente, e senza limiti di gusto o rispetto istituzionale, dal centrosinistra in questi cinque anni al Presidente Berlusconi”. Con la dovuta tempestività, Iorio esprime “al Presidente Berlusconi, a nome di tutti quei molisani che in questi lunghi cinque anni del processo hanno sempre creduto nella sua innocenza, i sentimenti di felicitazione e gli auguri di un sereno prosieguo nella sua azione di governo tesa a modernizzare, liberalizzare e sviluppare l’Italia e il suo sistema economico-sociale”.

Tutto quadra, insomma. Alla lista dei precedenti reati già prescritti o amnistiati dei quali è stato riconosciuto colpevole, il presidente del Consiglio aggiunge anche la corruzione di un giudice, ossia l’uso “personale” della magistratura. Non è una bella notizia per il paese, un presidente del Consiglio minato nella autorevolezza civica e morale. Un presidente del Consiglio corruttore di magistrati, impunito e impunibile. Ma il presidente della Giunta regionale del Molise festeggia comunque. Tacita il ruolo di massima autorità istituzionale, per calarsi in quello di un Vespa, un Fede di provincia. Inneggia alla innocenza del premier e continua a parlare di “illazioni” e “ingiurie” del centrosinistra, ignorando o facendo finta d'ignorare l’ingente messe di documenti che hanno permesso ai magistrati di accertare non già l’innocenza, ma la colpevolezza dell’amico Silvio.

Giacomo Donati 18:07 |
politici e amministratori

venerdì, 10 dicembre 2004

La Biennale perduta, secondo Borrelli

Paolo Borrelli, VUOTO IMMANENTE, moneta unica, acrilico, legno, 1997 - Paolo Borrelli, artista, operatore culturale, scrittore e critico d’arte, come spiega tutto questo interesse attorno alla Biennale a Campobasso?
- Con “Sensi contemporanei”, titolo della serie di mostre allestite durante quasi tutto il 2004 nelle regioni del Sud d’Italia, volute dall’Ente Biennale e dai ministeri dell'Economia e delle Finanze e dei Beni e le Attività Culturali, si è dato vita a un progetto ambizioso, non solo per l’orginale idea di portare la Biennale di Venezia in sette regioni centro-meridionali, ma soprattutto perché alla base c’è un obiettivo fondamentale: dotare il Meridione di luoghi espositivi, contenitori da ristrutturare e fornire di attrezzature che consentono di ospitare importanti manifestazioni d’arte contemporanea. Strutture che, dopo l’esperienza “Biennale”, saranno lasciate a disposizione delle regioni e delle città che sono state interessate dall’evento.

- Non sono mancati giudizi negativi sull’operazione…
- In questi mesi sono state molte le critiche al progetto complessivo, in qualche caso si è parlato di “riciclaggio di una biennale già abbondantemente consumata”, o ancora di trattare il Sud come “una colonia dell’impero”, critiche nelle quali c’è sicuramente un fondo di verità, ma che non tengono conto, ad esempio, del reale contesto in cui il labile tessuto culturale molisano, e di altre realtà analoghe, lentamente, giorno dopo giorno, assiste alla propria inesorabile decomposizione.

- Soprattutto, non sono mancati giudizi negativi sull'operazione molisana in particolare...
- Il Molise, coinvolto nel progetto, non riesce a far decollare quello che in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Puglia, Campania e Sicilia si è colto al volo, vale a dire per l’occasione ristrutturare, ammodernare, o addirittura riconvertire spazi spesso poco utilizzati. Un’idea che vedrebbe l’intero meridione incamminarsi nel tentativo di ridurre il notevole ritardo nella dotazione di contenitori per l’arte nei confronti delle regioni del Nord.

- Cosa è successo in Molise? Perché, diversamente dalle altre realtà meridionali, il Molise, come dice lei, “non riesce a far decollare” il progetto?
- In questa congiuntura favorevole e strategica per l’arte contemporanea molisana (non si dimentichi la recente apertura del Maci ad Isernia), la regione Molise, partner del progetto nazionale, per motivazioni di mera contrapposizione politica, ignora l’offerta di collaborazione avanzata dall’Amministrazione Provinciale di Campobasso, e quindi la possibilità di ristrutturare per l’occasione la “Pinacoteca Dinamica” di via Milano, e decide di fare tutto da sola, affidando l’organizzazione dell’evento nelle mani d’improbabili “consulenti”, nominati in gran fretta. A questi, strada facendo, si sono poi aggiunti quelli che, in un primo momento, hanno imbracciato “la penna-fucile” contro l’intera operazione solo perché rimasti fuori del giro e dalle consuete spartizioni.

- Lei sta puntando il dito contro la Regione Molise. Può essere ancora più dettagliato nelle sue osservazioni critiche? -
È dai primi mesi del 2003 che si parla del progetto “Sensi contemporanei”, reso concreto nel Protocollo “per la promozione e la diffusione dell’arte contemporanea e la valorizzazione di contesti architettonici e urbanistici nelle regione del Sud d’Italia”, firmato il 27 giugno a Roma. Dopo sopralluoghi effettuati dai tecnici e dagli allestitori incaricati dall’Ente Biennale è stato individuato per Campobasso il “Capannone di via Sant’Antonio Abate”, pubblicizzato in pompa magna su quotidiani e riviste nazionali; ebbene lo stabile a tutt’oggi non è stato né ristrutturato, né adeguato alle esigenze richieste per la mostra “Movimenti/Movimenti”, causando lo slittamento dell’inaugurazione dal 2 ottobre 2004 (data comunicata alla stampa) a non si sa ancora quando, infatti la sezione del video e della produzione d’arte contemporanea curata dal critico d’arte Francesco Bonami, prevista per il Molise, a tutt’oggi è ancora in forse [in forse, qualche settimana addietro, dopo il fallimento dell’appuntamento rilanciato per il 12 novembre, e prima dell’aggiornamento previsto per il 19 dicembre, ndr].Farsi sfuggire un’occasione del genere non è solo un delitto per le possibilità economiche sprecate (507.293,30 euro di cui ben 332.293,30 assicurati dal Cipe con delibera n. 17/03) nell’ambito del più ampio finanziamento per l’intero programma di 5 milioni di euro, messo a disposizione dai due ministeri, ma è anche l’ennesima dimostrazione dell’inconcludenza e dell’incapacità di gestire tempi e lavori di un progetto partito ormai da circa due anni.

- Eppure, proprio dalla Regione sono arrivati negli ultimi mesi annunci e proclami reboanti, in “pompa magna” come diceva lei…
- Solo agli inizi d’ottobre 2004, il presidente della Regione Molise Michele Iorio, per tentare di porre rimedio a una situazione completamente sfuggita di mano e salvare la mostra, oltre che la faccia, ha pensato di chiamare Gino Marotta a rimettere in piedi la possibilità di organizzare in modo decente l’evento. Questa volta, vista ormai l’impossibilità di utilizzare il “capannone” inizialmente individuato e mai ristrutturato, si è pensato di dirottare l’esposizione negli spazi ormai onnicomprensivi dell’Università del Molise, mancando definitivamente l’unico obiettivo che sta davvero a cuore ai molisani e agli operatori del settore della città di Campobasso: avere finalmente anche nel capoluogo molisano uno spazio dedicato all’arte contemporanea.

- Insomma, Paolo Borrelli non ha dubbi: a prescindere dalla valenza artistica dell’evento ancora in cantiere, la Biennale a Campobasso si risolve in uno scacco per il Molise e per i molisani. Gli interlocutori istituzionali la penseranno diversamente…
- Sulla scorta di queste riflessioni mi è sembrato naturale porre alcune domande a Gino Marotta ed all’Assessore alla Cultura della Regione Molise De Matteis, il primo non ha risposto ed il secondo ha tristemente chiesto di soprassedere per il momento…

***

N.B.
L’intervista è un’intervista sui generis, un artificio stilistico ottenuto dal frazionamento della prima parte dell’articolo di Paolo Borrelli,
La Biennale a Campobasso, Il Molise perde comunque, “il bene comune” novembre 2004. Con semplici domande didascaliche sono stati scanditi alcuni aspetti del suo “accorato j’accuse nei confronti della Regione Molise e di quanti hanno contribuito al disastroso deragliamento dell’evento 'Sensi contemporanei' previsto per gli inizi d’ottobre a Campobasso” e ancora in gestazione.

Giacomo Donati 10:56 |
arte e artisti

martedì, 07 dicembre 2004

1910, grande annata per le radio doc

erba volant - “Rubata una radio del 1910. Furto al museo di arte etnografica e contadina di Toro. Una radio a valvole del valore di 10.000 euro, risalente ai primi anni del Novecento, è stata rubata dal museo di arte etnografica e dell'arte e civiltà contadina di Toro. [...] Un pezzo di valore, sia dal punto di vista economico che emotivo, visto che al proprietario era stato donato da un parente che l'aveva riportato dal Venezuela a bordo di una nave...”.

mpt, Rubata una radio del 1910, “Nuovo Molise", 5 dicembre 2004, pag. 7 con richiamo im prima.



Giacomo Donati 09:19 |
giornali tv e web

sabato, 04 dicembre 2004

Risveglio culturale?

Torre di RicciaVa di moda la cultura in TV. Mentre Lino Venditti a Telemolise invita i suoi ospiti a delineare un possibile sviluppo della cultura in regione (vedi post precedente), Giovanni Minicozzi a TLT si muove sulla falsariga e in uno scoppio di ottimismo arriva a ipotizzare un risveglio culturale in atto.

 

E un risveglio culturale in atto è quello che hanno certificato i suoi interlocutori in studio: Rosario De Matteis, assessore regionale al ramo, ricordando questa o quella iniziativa per promuovere il nome e l’immagine del Molise, a Paestum piuttosto che altrove; Ernesto Saquella, illustrando il programma delle imminenti manifestazioni collegate alla Biennale di Venezia a Campobasso, con appendici a Termoli e a Isernia; Gianfranco De Benedictis, ragguagliando sull’attività e sulle pubblicazioni dell’Iresmo, che hanno meritato riconoscimenti e recensioni su riviste specializzate.

 

Non si discute, sono tutte cose buone e giuste, che però acquisiscono pienezza di senso se riescono a incidere sul Molise e sui molisani e, per riflesso, su alcuni primati regionali e nazionali. Non dimentichiamo – ammoniva un paio di mesi addietro Adriano Petta – che “in questo momento siamo la nazione al mondo dove c’è più corruzione, e siamo la nazione europea con il più alto tasso di analfabetismo: e le due cose non sono fenomeni separati, bensì una figlia dell’altra”. Né dimentichiamo – continuava Petta – che “tolto il Portogallo, tutti gli altri popoli europei utilizzano la cultura come un’arma di difesa e di crescita”. Ben vengano, dunque, le promozioni turistiche, le mostre, i concerti, le pubblicazioni storiche...

 

Sennonché, mentre gli ospiti di Giovanni Minicozzi giurano sul roseo futuro della cultura molisana, dal notiziario della stessa TV arrivano segni contraddittori. Nel TG cartaceo on line dell’emittente molisana non c’è nessun accenno allo scandalo di Venafro, né alla conferenza stampa dei carabinieri, che hanno confermato il coinvolgimento nell'inchiesta della criminalità organizzata calabrese e di esponenti delle forze dell’ordine (tanto per rimanere in ambito corruzione), ed hanno spiegato il sequestro dello smisurato cantiere con la necessità di salvaguardare l’incolumità pubblica. Niente. Della notizia del giorno e dei suoi inquietanti risvolti nel TG on line di TLT non ci sono tracce.

 

In compenso vi è documentata la “proposta di gemellaggio tra Riccia e il paese siciliano di Chiaramente Gulfi [sic]”, che “è partita dall’Università delle Generazioni di Agnone per ricordare la figura della sfortunata regina di Napoli, Costanza di Chiaramente [sic]”, che fu “ripudiata nel 1392 da re Ladislao di Durazzo” e “data in moglie al conte Andrea De Capua, che aveva un castello a Riccia, dove l’ex regina Costanza visse fino alla morte avvenuta nel 1422”.

 

A parte il tragicomico battesimo impartito ex novo a Costanza e alla cittadina siciliana, ben vengano anche le ricerche e le legittime rivendicazioni araldiche. Ma da un organo di informazione come TLT, che ipotizza il risveglio della cultura molisana, è lecito attendersi che per quanto le compete faccia per intero la sua parte per il rinnovamento morale e civile della regione.



Giacomo Donati 12:27 |
arte e artisti

venerdì, 03 dicembre 2004

A carte coperte

La Reproduction Interdite by Rene Magritte, 1939Anche dopo che è scoppiato “il caso Venafro”, sta continuando a tenere banco l’incarico affidato a Gino Marotta per far partire la Fondazione “Molise Cultura” della Regione Molise.

 

Ieri sera, al tavolo verde di Lino Venditti a Telemolise, si sono confrontati lo sconfinato ottimismo del marottiano da sempre, Adalberto Cufari, secondo il quale le sorti magnifiche e progressive della cultura molisana sono ormai segnate con la discesa in campo di Gino Marotta, il pessimistico realismo di Enzo Rosati, assessore alla Provincia di Campobasso, che ci ha tenuto a rivendicare i passi fin qui fatti da lui e dall’ente da lui rappresentato, e l’indifferenza mal dissimulata di Maurizio Tiberio, capogruppo di Forza Italia al Comune di Campobasso, che ha dato l’impressione di essere capitato lì per caso.

 

“Cultura, dove va il Molise?”: questo il titolo del dibattito, che rientra nella serie “A carte scoperte”.

 

- Da nessuna parte!
È la risposta che sgorga immediata se si considera che neppure in presenza di un conclamato avviso di garanzia, alcuni organi di stampa molisani si sono potuti concedere il lusso (perché tale appare) di fare nomi e cognomi. Fino a quando nella nostra regione si continuerà a fare uso delle formule “noto giornalista” o “noto uomo politico” o quello che sia, invece delle generalità degli indagati, la cultura e la società molisane non andranno da nessuna parte. Con buona pace dei taumaturghi chiamati dai lungimiranti governatori a operare miracoli.




Giacomo Donati 12:28 |
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