Penne e pennivendoli molisani

venerdì, 25 febbraio 2005

Pensando d'aver visto tutto

erba volant - “Pensavo di aver visto tutto, ma Punto a Capo di giovedì sera ha superato qualsiasi immaginazione. È andato in onda lo squadrismo in tv, è andato in onda un altro processo alla moltitudine di donne e uomini che hanno manifestato a Genova durante il G8. Un processo soprattutto alla sinistra e senza alcun contraddittorio possibile. E’ stato un continuo atto di accusa e sciacallaggio televisivo”, così Italo Di Sabato, capogruppo del PRC in Regione Molise, definisce la puntata di ieri sera (24 febbraio) della trasmissione Rai “Punto e a Capo” dedicata ai fatti del G8.

Ufficio Stampa Gruppo PRC Regione Molise, Un processo in TV, “Il ponte”, 25 febbraio 2005

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Pensavamo di aver visto tutto, ma Punto a Capo di giovedì sera ha superato qualsiasi immaginazione. È andato in onda lo squadrismo in tv, è andato in onda un processo postumo al G8, ma soprattutto alla sinistra e senza contraddittorio possibile.

Anna Tarquini, «Punto e a capo», squadrismo tv contro la sinistra, “l’Unità”, 25 febbraio 2005

Giacomo Donati 22:12 |
politici e amministratori

lunedì, 21 febbraio 2005

Gli scheletri della santa Inquisizione

Una puntata di «Voyager», su Raidue, si fa complice del Vaticano per riscrivere la storia e riabilitare l’Inquisizione, madre di tutte le torture e stragi di innocenti

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Lo scorso 11 settembre su Alias apparve un mio articolo Le radici dell’orrore (relativo agli atti del Simposio sull’Inquisizione pubblicati dal Vaticano). Venni poi invitato alla trasmissione televisiva Voyager per un’intervista che durò 14 minuti: mi dissero che avrebbero fatto dei tagli. Mercoledì 16, alle 23.10, è stata messa in onda. Due gli argomenti del programma: «Nazismo esoterico» e «Gli ultimi dati sull’Inquisizione». Il conduttore Roberto Giacobbo ha raccontato i legami tra Hitler, le SS e l’occulto, parlando anche di Montségur, dove il 16 marzo 1244 morirono arsi vivi in un enorme rogo oltre 200 fedeli perché si rifiutarono di abiurare la loro fede. La tesi esposta da Giacobbo è stata che la storia li ricorda come Catari attaccati dal re di Francia, e che le SS cercavano a Montségur il Santo Graal perché i catari, secondo alcuni, erano stati i custodi del sacro calice. E che l’ideologo nazista Otto Rahn individuava i catari come i precursori del nazismo…

Forse era il caso, da parte del conduttore di Voyager, di spendere due parole per chiarire che quei 200 fedeli erano martiri cristiani accusati d’eresia dall’Inquisizione, che combattevano la corrotta Chiesa di Roma e che vennero condannati al rogo… mentre la guarnigione del signore di Montségur - che aveva assassinato due inquisitori ad Avignonet - aveva invece avuto salva la vita. E che i capi della guarnigione militare che catturò i catari bruciandoli vivi erano Pierre Durant e Ferrier, due inquisitori domenicani: Chiesa e re di Francia alleati.

Roberto Giacobbo, forse a disagio per la rappresentazione a cui stava per assistere, manda avanti la sua collaboratrice Stefania La Fauci, che annuncia: «Questa sera vi sveleremo delle inaspettate verità». E ha inizio l’ultima parte della trasmissione, dedicata all’Inquisizione. Intervistati: Agostino Borromeo prof. della storia della Chiesa presso l’università La Sapienza di Roma e l’accademico di nulla accademia Adriano Petta, studioso di storia delle religioni e storia della scienza (il sottoscritto). Al prof. Universitario concedono tre interventi, al sottoscritto uno solo (95 secondi). Il prof. Borromeo - curatore degli atti del Simposio sull’Inquisizione e trait d’union tra il Vaticano e i mass media per trasformare la leggenda nera dell’Inquisizione in leggenda rosa - sviluppa tranquillamente e metodicamente la sua tesi, mentre al sottoscritto viene cancellato tutto… compresa una frase in cui dicevo che «i nazisti ammazzavano gli ebrei prima di metterli nei forni crematori… mentre l’inquisizione metteva gli eretici nei forni… vivi».

Volevo ricordare uno degli atti più infamanti dell’Inquisizione: i quemaderos di Siviglia (quattro enormi forni circolari, ognuno dei quali «ospitava» fino a 40 condannati, introdotti vivi, e che per «giustiziarli» occorrevano dalle 20 alle 30 ore di supplizio; i forni funzionarono ininterrottamente per oltre tre secoli, e vennero chiusi da Napoleone nel 1808).

A me hanno lasciato solo l’intervento in cui accenno sommariamente che, per avere un’idea del clima di terrore che si respirò in quei secoli, basta leggere gli atti del Simposio sull’Inquisizione promosso proprio dal Vaticano. Ma la conduttrice - nel ruolo di giudice supremo - afferma: «Insomma gli studi più recenti ci danno, dell’operato dell’Inquisizione, un quadro meno drammatico di quanto comunemente si crede.»

A conclusione della trasmissione, la conduttrice ne spara poi una veramente grossa, tirando in ballo l’inizio della crociata degli albigesi (altro nome con cui erano conosciuti i catari): «Bè’, gli storici hanno poi appurato che a Béziers non c’erano albigesi, che nessuna crociata era mai passata da quelle parti, dove tra l’altro non risultava la presenza di legati pontifici; però la città venne realmente messa a ferro e fuoco, ma la cosa accadde nel quadro di una guerra feudale tra famiglie locali». E conclude tronfia e pettoruta: «Almeno in questo caso nessuno deve chiedere scusa!».

Allucinante… E chi sarebbero questi storici? Forse quelli segnalati da Voyager per poter approfondire i temi della puntata… come il sito internet Kattoliko.it? Occorre reagire a questa gente asservita al programma di revisionismo in atto, altrimenti tutti quei milioni di creature innocenti che sono stati torturati e bruciati vivi in sei secoli di terrore… è come se li bruciassero vivi un’altra volta, per cancellarli definitivamente dalla storia.

Il 22 luglio del 1209 in Béziers vennero scannati vivi oltre centomila persone (cattolici, catari-albigesi, donne, bambini), dall’armata di Cristo (così si chiamava il più grosso esercito dell’epoca, oltre 500 mila uomini) che per capo militare aveva il legato papale Arnauld-Amaury… l’abate bianco, il quale comandava i signori feudali del nord della Francia che avevano aderito alla crociata promossa da papa Innocenzo III per sterminare l’eresia catara: cataro vuol dire «puro», erano puri cristiani che combattevano la Chiesa romana corrotta. Quel giorno avvenne il primo genocidio della storia dell’umanità: un esercito cristiano sterminò una popolazione cristiana inerme, per soffocare chi osava ribellarsi alla Chiesa di Roma.

Il legato papale capo dell’armata Arnauld-Amaury, scrisse al papa Innocenzo III: “L’indomani, festa di Santa Maria Maddalena, noi cominciammo l’assedio di Béziers, città che pareva dover per lungo tempo fermare la più numerosa delle armate. Ma non c’è forza né prudenza contro Dio! I nostri non rispettarono né rango, né sesso, né età: ventimila uomini circa furono passati al filo della spada e questa immensa carneficina fu seguita dal saccheggio e dall’incendio della città intera: giusto risultato della vendetta divina contro i colpevoli!”

La lettera originale da cui è stato tratto questo documento si trova nella biblioteca Vaticana.

Pochi anni dopo, nel 1252, papa Innocenzo IV con la bolla Ad extirpanda, autorizzò l’uso della tortura durante i processi della Santa Inquisizione… uso che venne affinato nei successivi 600 anni di terrore.

Il prof. Agostino Borromeo - a nome della Santa Sede - sta cercando di convincere il mondo che i morti bruciati vivi per mano della Santa Inquisizione in 600 (seicento) anni non sono stati 9 milioni… bensì meno di cento unità, ovvero 99!

L’Inquisizione è stata uno strumento dottrinale-legislativo - creato, affinato ed imposto dai papi - che ha introdotto nella mente dell’uomo il metodo della delazione, della tortura, del terrore. È stato lo strumento principe dello stato della Chiesa cattolica che nella sua storia non ha mai conosciuto la democrazia… e forse è proprio per questo che ha sempre appoggiato politicamente le dittature (di destra). Gli orrori espressi dagli stati moderni (Gulag, Auschwitz, Abu Graib, Guantanamo etc.) affondano le radici nella Santa Inquisizione.

Giovedì 17, in Campo de’ Fiori, come ogni anno una piccola folla ha ricordato il 405° anniversario del rogo di Giordano Bruno. Invece di chiedere perdono per gli «eccessi» della Santa Inquisizione, la Santa Sede dovrebbe infine trovare il coraggio d’inviare un suo rappresentante di fronte alla statua dove il rogo arse… smettendola con questi vani tentativi di revisionismo.

Adriano Petta, articolo pubblicato sul "Manifesto" del 21 febbraio 2005

Giacomo Donati 17:54 |
giornali tv e web, contributi di terzi

giovedì, 17 febbraio 2005

Ringraziamenti e saluti

Per motivi personali mi vedo costretto a sospendere i regolari  aggiornamenti di questo blog a tempo indeterminato.
Grazie a quanti ne hanno movimentato l'esperienza con  visite, apprezzamenti, consigli e critiche sempre bene accette.

A tempi migliori.

Giacomo Donati 14:53 |
varie

mercoledì, 16 febbraio 2005

Gli eroi dell'informazione locale

Un blog dedicato alle penne e ai pennivendoli molisani non dovrebbe ignorare episodi specifici, che proprio nella loro modestia trovano il titolo per apparire eloquenti e, a giudicare dal dibattito sviluppatosi in calce al post “Infoibare in virtù”, anche attuali.

Una tantum ci siamo permessi di glissare perché il problema non è il signor Tizio, stipendiato di una testata giornalistica piuttosto che di un’emittente televisiva locale e addetto stampa del consigliere Caio piuttosto che dell’assessore Sempronio.

Il problema è verificare se nell’esercizio della prosaica attività quotidiana Tizio e lo stuolo dei suoi colleghi – ai quali nessuno si sogna di assegnare il costume di Batman dell’informazione locale – si comportano:
- da giornalisti,
- da stipendiati delle testate o delle emittenti locali,
- da collaboratori dei consiglieri, degli assessori, della pletora degli uomini di potere molisani.

Giacomo Donati 10:25 |
giornali tv e web

sabato, 12 febbraio 2005

Povera Giuliana...

erba volant - "In Molise da poco è nato l'Ordine dei Giornalisti, se ne sentiva veramente il bisogno.
Dunque, lasciamo perdere la guerra, le truppe e tutto il resto, ma cavolo la Sgrena non è una loro collega? È chiaro che una corporazione cura i "propri" interessi e da noi il massimo rischio che corre un giornalista è di scrivere correttamente in italiano, cosa può fregare loro di una rapita in Iraq, poteva starsene a casa o scrivere da un albergo. Qui si fanno cose serie, si briga per un posto da addetto stampa, si liscia il politico e l'imprenditore, si cura Il Bene... in Provincia. Fatto sta che altro che presenza in piazza, nemmeno uno straccio di comunicato abbiamo avuto il piacere (?!) di leggere".

Mauro Di Gregorio, Se Giuliana..., "Il Ponte on line", 12 febbraio 2005

Giacomo Donati 13:10 |
giornali tv e web

giovedì, 10 febbraio 2005

Infoibare in virtù

erba volant - "Oggi, dopo anni di oblio e di silenzi, accendiamo i giusti riflettori su quello che fu il dramma dei profughi dell'Istria e soprattutto ricordiamo le atrocità dell'esercito comunista di Tito che infoibò migliaia di italiani in virtù ad un odio etnico funzionale solo alla vile e bieca sottrazione delle case, dei negozi e dei possedimenti che con sacrificio e con l'onesto lavoro erano riusciti a conquistare".

Michele Iorio, in occasione della "Giornata del ricordo" per le vittime delle foibe.

Giacomo Donati 09:27 |
politici e amministratori

domenica, 06 febbraio 2005

Per Eugenio Cirese, a cinquanta anni dalla morte

Eugenio Cirese 1920 (foto A. Trombetta)8 febbraio 1955 - 8 febbraio 2005

L'8 febbraio 1955 moriva a Rieti Eugenio Cirese. Tornavo dal convegno per Rocco Scotellaro, a Matera, lieto di dirgli del saluto che Tommaso Fiore gli aveva rivolto, presiedendo. Non mi riconobbe, ma il giorno prima, saputo che ero irraggiungibilmente lontano, aveva detto: "purché faccia cose buone".

Nel trigesimo, La Fiera Letteraria gli dedicò due pagine con scritti di Giorgio Caproni, Renzo Frattarolo, Olga Lombardi, Pier Paolo Pasolini, Michele Pierri, Ferruccio Ulivi, Vann'Antò, e con disegni di Domenico Purificato. Di lì a poco, tra i molti altri che dissero del suo volume postumo, Carlo Bo scrisse: "…non posso non ricordare le risposte di chi ha consumato in provincia e in solitudine la lezione della poesia nuova: il lettore cerchi le Poesie molisane del povero Eugenio Cirese scomparso da pochi mesi, e avrà un esempio splendente di quello che la poesia del nostro tempo ha potuto su un animo sensibile e toccato da una vena pura di canto". Alle tante pagine immediate di compianto, singolarmente seguì, nel primo anniversario, una commossa attestazione, spontanea e anonima, dell'amore che l'uomo di scuola, il raccoglitore di canti popolari ed il poeta aveva saputo accendere nella sua ultima patria di adozione, Rieti.

Dopo mezzo secolo è di nuovo una spontanea memoria reatina, a noi del tutto ignota, che segna l'anniversario; ed anche giunge la voce, pur essa fino a ieri ignota, di chi di là da mare appena ora ha scoperto chi fu l'autore di versi che già prima aveva profondamenete amato.

Coincidenza più struggente non avrebbe potuto esserci, e memoria più alta non credo avrebbe desiderato, lui che, restio a dare in luce i suoi versi recenti, nel 1949 scriveva ad Ulivi: "la mia poesia non s'alza più su della cima del Matese"; ed aggiungeva che la sua voce ("piccola") aveva la "funzione di accompagnamento alla buona fatia fra il Biferno e il Matese". Molti anni dopo mi accadde di notare che in almeno due casi quella 'funzione', umana prima ancora che poetica, pareva effettivamente assolta: quando nel 1944 una sua canzone, La rusella, 'accompagnò' anonima i giorni di prigionia di molisani in riva al Mare del Nord, e quando in tempi assai recenti una giovane coppia ha voluto 'accompagnare' le proprie nozze con la ristampa anastatica di Poesie molisane. Ed ora un terzo e più intenso caso: i versi di una sua poesia, Esempie, creduti anonimi, sono incisi ad 'accompagnare' un supremo dolore. Guerra, amore, morte: persone. Siano ora questa lettera e quei versi ad 'accompagnare' il cinquantenario della sua morte.

Gentile prof Cirese,
sono molisano, ma vivo negli USA dal 1947. Spesso ritorno a Toro CB, dove ho molti nipoti, cugini e amici.
Qualche giorno fa ho finito di leggere i due volumi di Suo padre
Oggi Domani Ieri, che ho goduto immensamente. A mia sorpresa ho riletto una poesia che tempo fa pensavo fosse anonima. L'ho usata per completare il mio libro Buick Toro CB che è stato pubblicato a CB nel luglio del 2003. La poesia ESEMPIE è forse la più bella che io abbia mai letto anche se piango ogni volta che la rileggo, e mi è talmente cara che l'ho fatta incidere sulla lapide di mia moglie appena dopo la sua morte.
Cordialmente, Frank Salvatore


Poche pagine dopo il racconto della morte della moglie Grace, il romanzo di Frank Salvatore termina così:

Tutto spazzato via, come da un uragano... Grace, piccola fragile farfalla, timoniera per quarantacinque anni della piccola barca che aveva attraversato tutto quel mare. Lei che gli aveva svelato i segreti di quella America amara, che mandava i figli a combattere e a dare il sangue, e i padri nei campi di concentramento. Lei che accoglieva gli emigranti, e li istruiva su quel mondo duro e ostile, dolce e ospitale a seconda del verso per cui lo si prendeva. Ma che importava tutto questo, ora che il sole era tramontato?

Che importa al lume
se si spegne che l'olio è finito?
Ha fatto luce.

Che importa al garofano
se si piega appassito?
È stato odore.

Che importa alla morra di grano
se la formica la trascina?
È stata spiga.

L'originale in molisano, così ben tradotto, dice:

Che mporta a la cannéla
se ze stuta ca l'uoglie z'è finite?
Ha fatte luce.

Che mporta a lu garòfene
se z'arechiéca 'n terra ammuscelite?
Iè state addore.

Che ce ne mporta a la mórra de grane
se la furmica
ze la strascina?
Iè stata spica.

Al ricordo di Grace, divenuto ora anche nostro, mi è caro dedicare la pubblicazione di un inedito di Eugenio Cirese che quasi fa sentire il calore di uno sguardo dall'alto di una stella:

LOCHE N COPPA

A meza notte arravvìe lu passe
che me porta a ru sciume.
Me stènne tra la ièrva de la riva
ca me songhe stancate a guardà n terra.
Arecape na stella e me ne vaglie
a spazeià che l'uocchie
pe tutte chelle che ze vede
da loche n coppa.

LÌ SOPRA. - A mezza notte riprendo il passo / che mi porta al fiume. / Mi stendo tra l'erba della riva / che mi sono stancato di guardare in terra. / Scelgo una stella e me ne vado / a spaziare con gli occhi / per tutto quello che si vede / da lì sopra.

Alberto Mario Cirese
anche a nome di
Enzo, fratello,
Eugenio, figlio,
Luca e Martina, nipoti

Giacomo Donati 23:28 |
letteratura, contributi di terzi

mercoledì, 02 febbraio 2005

Caterina, zio Peppino e il vezzo dell'io

Cyrano de BergeracCaterina Sottile vanta buone qualità di giornalista: è brillante, curiosa, dà l’impressione che le piaccia scrivere e non sempre in obbedienza a stereotipi formali o ideologici. Peccato per il suo vezzo di apparire in prima persona a disseminare tra le righe il pronome personale io.

Sotto quest’aspetto, Giuseppe Tabasso non le è da meno. Già nell’incipit di un suo recente articolo snocciola: “mi sto rendendo conto”, “ho intrapreso”, “la bicicletta l’ho voluta io”, “eccomi condannato”, “da anni accuso” ecc. Ciò nonostante, dall’alto della sua esperienza, si concede il piacere di intervenire per porre un freno alle simpatiche intemperanze della collega, sia pure in maniera bonaria, da zio attempato e un po’ trombone che si diverte a tirare le orecchie alla nipote prediletta.

Come nell’articolo recente, quando è riandato a una delle “fulminanti annotazioni” della “pugnace Caterina”, secondo la quale “finché in questa regione essere onesti e non esserlo non rappresenterà una differenza degna di nota, non servono le primarie, serve il catechismo!”. Alt, l’invito è a “non scherzarci troppo” perché - avverte zio Peppino - “uno come Iorio che riesce ad avere due ‘io’ in un cognome di cinque lettere potrebbe prenderti in parola e ribaltarsi sotto spoglie di Ayatollah”.

Rieccola, dunque. Caviamoci il cappello e salutiamo ancora una volta la freddura del doppio io racchiuso in un cognome di cinque lettere, che di tanto in tanto il decano dei giornalisti molisani ritira fuori. Un po’ come donna Prassede alle sue idee, anche Tabasso è affezionato alle sue freddure. Magari per un malcelato moto di invidia, giustificato in chi come lui si bea di scrivere articoli in prima persona e affida volentieri alla pagina il pronome io, senza peraltro potersi appellare alla predestinazione del cognome.

In ogni caso, giacché si è spostato sulle impalpabili glosse all’eterno Nomen est omen (tanto per essere in tema, alla “pugnace Caterina” non ha risparmiato nemmeno l’accostamento a “dottor sottile”), sorprende che Tabasso non abbia imitato Cyrano di Bergerac nella sua celeberrima tirata sul naso, perché nelle cinque lettere del cognome Iorio il doppio io è lì e nessuno si sogna di negarlo, ma - potenza degli anagrammi - ci sono anche altre cose.

A cominciare da un “io/rio”, ossia un io che è rio, maligno, malvagio. Se poi si preferisce assegnare al termine un’accezione positiva, si può continuare con un io che non sarà placido e maestoso sicut flumen, come un fiume, ma almeno scorre fresco e cristallino come un ruscello, un “rio” per l’appunto.

Non dovesse piacere l’immagine delle acque limpide, ci si può sempre spostare sulla riva dove latet anguis in herba, si nasconde la serpe nell’erba, si nasconde un inquietante “ior/io”, vale a dire un io fosco e misterioso come fosco e misterioso è lo IOR di Sindona, Carli e il Vaticano.

Di più: quest’ultima correlazione si ritrova in sintonia con un altro io che l’anagramma evidenzia e lega agli ori (i/ori/o) dei capaci forzieri dell’istituto vaticano.

Infine - anagramma per anagramma - negli ori del rio, nel senso di maligno, Ior si cela pure la figura di Iro, il comico personaggio omerico, l’accattone di corte. Ben mimetizzato com’è, aspira anche lui a caratterizzare l’io di un cognome, Iorio, che tanto ha colpito la fantasia di zio (meglio: z/io) Peppino Tabasso.

Giacomo Donati 22:31 |
giornali tv e web

martedì, 01 febbraio 2005

 

Florilegio (gennaio 2005)

Gennaio (Breviario Grimani)2 gennaio - Convoca gli organi di stampa alle 11 per il messaggio di fine anno e si presenta ai microfoni e taccuini molisani con un ora e 10 minuti di ritardo. Questo quanto successo oggi nella sala della giunta regionale a Campobasso: protagonista, neanche a dirlo, il governatore Michele Iorio. […]
Un consiglio confidenziale, alla prossima occasione cerchi almeno di degnare uno sguardo a tutti i reporter e giornalisti chiamati al moccolo.
TLT, notiziario del 30 dicembre 2004

3 gennaio - Battere il Cavaliere con un cavalletto. Non ci avrebbe pensato nemmeno un filosofo raffinato come Buttiglione.
Caterina Sottile

6 gennaio - Ho scoperto che nel Molise c’è un corso di laurea in Scienze dei Beni Culturali ed Ambientali dove (come dice il suo anonimo presentatore) si adottano i principi “olistici dell’ecologia del paesaggio”.
Confesso che non avevo mai sentito questo termine e ho fatto ricorso all’utilissimo Salvatore Battaglia (Grande dizionario della lingua italiana) per saperne di più.
“Olismo” è la Teoria biologica che attribuisce all’organismo maggior valore di compiutezza e di perfezione rispetto alla somma delle parti in cui è suddiviso (è contrapposto a meccanicismo e a citolismo).
Sarebbe come dire, a proposito dell’olismo molisano: “aria fritta”.
Franco Valente

8 gennaio - Chi sarà il manager della ASL UNICA?
A) Ulisse di Giacomo
B) Il Presidente del Comitato Prov. IS del CONI
C) Il coordinatore regionale di Forza Italia
D) Il marito del Direttore di Telemolise
(Sondaggio su sito www.pierpaolonagni.it)

10 gennaio - Sì, vabbè il manager c'è, ma a quando l'Asl unica?
A) Nel mese di mai
B) Quando piscia la gallina
C) Quando il ciuccio sale sul ciliegio
D) Il 36 agosto, a Santa Fregna.

12 gennaio - L’Assessore al Lavoro della Regione Molise dott. Michele Picciano assume, sempre di più, i panni del famoso ultimo giapponese che, a guerra mondiale finita, persa e ad armistizio firmato, continua a combattere, convinto di poter vincere. Invece di deporre le armi, alzare le mani e dichiarare il fallimento della sua strategia, continua a snocciolare risultati sul fronte della lotta alla disoccupazione, alla predisposizione di provvedimenti utili al mondo del lavoro, a magnificare un piano Triennale del Lavoro di cui parla troppo e solo per farsi pubblicità gratuità.
Rino Ziccardi

14 gennaio - Un contributo di 40 milioni dalla Provincia al "Bene comune"?
Penne molisane e spaghetti lombardi.
Anonimo

15 gennaio - La vicenda ha dell'incredibile. Ricorda quei paesi molisani del '700 o dell'800, dove si passava sopra a tutto, si accettava tutto, si ingoiava tutto, umiliazioni, vessazioni, sfruttamento, ma guai a cacciare il prete, o a portare via la statua del santo...
Allora la popolazione tirava fuori le zappe.
Culturalmente parlando, la produzione cosiddetta scientifica di Palmieri è stata smontata, da tempo, parola per parola, e sulla base non delle chiacchiere, o delle raccolte di firme, ma della ricerca, dello studio, e dei testi. Ne vedremo qualcuno, analiticamente, nei prossimi giorni.
Cavalli sanniti

17 gennaio - Ed è questo il punto da cui vogliamo partire: la pochezza culturale in cui questa maggioranza al governo naviga come un proprio brodo primigenio [...]
Forse, tra qualche mese con foto, conferenza stampa e comunicati il governo regionale ci proporrà l’evento del secolo: un torneo di bocce istituzionale, cui parteciperanno tutti coloro che hanno ricoperto la carica di assessori, dall’ istituzione della regione Molise in poi.
Pietro Colagiovanni

20 gennaio – La molisanità è la certezza che la nostra regione è inferiore/superiore a tutte le altre benché/perché ci siamo nati noi.

29 gennaio - Caro sindaco Di Fabio,
qui finisce che m'arrabbio:
con la neve apri le scuole,
poi le chiudi con il sole.
Un campobassano

Giacomo Donati 16:30 |
varie