Penne e pennivendoli molisani

lunedì, 28 marzo 2005

Armonie e ritmi delle tradizioni di Pasqua

Dal baule delle tradizioni molisane, sono stati tirati fuori e riproposti i riti della passione. Un po' alla sans façons, a dire il vero. Soprattutto la processione del venerdì santo, che i corifei della stampa regionale hanno ribattezzato Via crucis. E già, avranno pensato: se la sera del venerdì santo il papa, o il suo delegato, può presiedere la Via crucis al Colosseo, per giunta in mondovisione, i vescovi e i parroci molisani possono ben permettersi Vie crucis più appartate nelle vie e nelle piazze dei borghi molisani. E chi se ne frega se la meditazione sull'ascesa del Salvatore al Calvario e la processione, il corteo funebre con le statue del Cristo morto e dell'Addolorata non sono proprio la stessa unica funzione.

Per non essere da meno, qualche cervello balzano ha negato al Metastasio la paternità del "Teco vorrei, o Signore" (la potente colonna sonora della processione campobassana), e l'ha riconosciuta a san Leonardo da Porto Maurizio, sulla scorta di una improbabile bibliografia. Invece di finire sommerso sotto il fuoco di fila di pernacchie (tanto valeva fare altrettanto con il Manzoni e assegnare I promessi sposi, che so? a un san Francesco d'Assisi), il cervello balzano ha visto rilanciare il suo sproposito dalle colonne di un quotidiano locale. 

A Termoli i fedeli si sono spostati in ambito surrealista, con una processione del venerdì santo unica al mondo. Si sono semplicemente dimenticati di prelevare le effigi del Cristo morto e dell'Addolorata, purgando - sia pure involontariamente - il loro corteo di ogni barocchismo spagnoleggiante in nome della più pura astrazione spirituale.

A Petrella Tifernina, dopo la settimana di passione e l'Exultet del coro degli angeli per la risurrezione del Signore, hanno fatto finta che niente fosse accaduto e ricominciato da capo. Nel pomeriggio del giorno di Pasqua hanno dato vita all'ennesima rappresentazione della Passione vivente, alla presenza di monsignor Dini, arcivescovo di Campobasso. E al diavolo la concatenazione liturgica, la scansione logica e cronologica, il dettato della tradizione millenaria.

Le armonie e i ritmi delle tradizioni molisane possono sorprendere con questo e altro. A Colle d'Anchise, l'albero di Natale, ancora addobbato a Pasqua, docet in tutta la magnificenza del simbolo imperituro.

Giacomo Donati 22:10 |
giornali tv e web, tradizioni

mercoledì, 23 marzo 2005

Excusatio non petita

erba volant - Assessore De Matteis, lei stamattina ha rassegnato le dimissioni da consigliere regionale (per far posto a Sabrina de Camillis, n.d.r.). Da cosa è nata questa decisione?
- Ma è una... decisione maturata negli ultimi due o tre mesi. Non è vero che ho avuto pressioni. Non ho avuto pressioni da nessuno...

Rosario De Matteis al TG di Telemolise del 22 marzo 2005

Giacomo Donati 14:12 |
politici e amministratori

domenica, 20 marzo 2005

Ho pagato fino in fondo
(Lettera di Franco Valente)

Caro Giacomo,
ho saputo che un lettore anonimo insiste nel chiederti se io sono stato in galera.

Credo sia noto a tutto il mondo che nel 1986, a seguito del crollo di un muro di un cantiere a Pietrabbondante, di cui ero Direttore dei Lavori, morirono tre operai.
Immediatamente dopo l'incidente mi recai sul posto e collaborai con i Vigili del Fuoco al recupero delle salme.
Finita l'operazione mi recai spontaneamente nella Caserma di Pietrabbondante dove il Sostituto Procuratore della Repubblica Mario Mercone ordinò che venissi arrestato insieme all'impresa Di Pasquo, esecutrice dei lavori.
Fui tradotto nel carcere di Isernia con le manette ai polsi e posto in cella d'isolamento per sette notti. Tutte le televisioni italiane dettero la notizia mostrando la mia foto insieme ad immagini di repertorio.

Per quell'incidente di lavoro ho subito i tre gradi del processo e sono stato definitivamente condannato ad otto mesi di reclusione, pena sospesa, con il beneficio della non iscrizione al casellario giudiziale.
Per quella storia, dunque, fui considerato colpevole ed ho pagato fino in fondo. Ho anche regolarmente ed integralmente risarcito le parti civili prima del processo. Per gli interessi che ho pagato alla banca che mi anticipò i soldi vi ho rimesso di mio oltre un miliardo di lire. Per farvi fronte ho dovuto vendere due appartamenti che avevo ereditato da mio padre.

Lascio all'anonimo idiota che ti ha posto la domanda ogni commento sulla questione.

Ma dico di più.
Del mio arresto ho ampiamente parlato per televisione per qualche anno dopo l'accaduto perché non ho mai avuto difficoltà a raccontare quell'episodio.

Ora sono passati venti anni da quel triste fatto e se qualcuno vuole che lo racconti di nuovo anche per televisione sappia che non ho alcuna difficoltà a farlo.
L'ho già fatto l'anno scorso a S. Pietro Infine davanti ad una platea di qualche centinaio di persone quando ho personalmente presentato il libro di Luigi Cortellessa "La leggenda di Ripa di Malpasso". Erano presenti, tra gli altri, importanti personalità come il Prefetto di Caserta, vari Generali dei Carabinieri, pubblici amministratori, intellettuali e gente comune. Luigi Cortellessa è il tenente colonnello che allora comandava i Carabinieri di Agnone. Fu lui che eseguì l'ordine di arresto e che a distanza di circa venti anni da quell'episodio ha preteso che fossi io a presentare il suo romanzo ambientato nel Molise.

Comunque ti autorizzo a mettere queste mie note sul tuo blog in maniera che chi lo legge sappia la differenza che passa tra chi va in galera per un delitto colposo e chi vi va (con sentenza definitiva e non per sospetti giornalistici) per aver rubato, frodato o abusato del proprio ufficio. A questi secondi tipi di reato sono totalmente estraneo.
Ho un processo per diffamazione per aver detto la verità sul disastro archeologico di S. Vincenzo al Volturno, ma di questo mi vanto.
A fronte alta.

Franco Valente

Giacomo Donati 22:39 |
contributi di terzi

venerdì, 18 marzo 2005

Come ti stravolgo il messaggio

erba volant - Il sindaco di Campobasso, Giuseppe Di Fabio, ha divulgato una nota in cui dichiara di avere appreso dalla stampa del passaggio del consigliere Salvatore Colagiovanni al gruppo di Forza Italia in consiglio comunale.

Il sindaco si rammarica per “il venir meno” del rappresentante dello SDI, “che ha contribuito con entusiasmo al successo elettorale” del centrosinistra. Esprime rispetto per il gesto che comunque non comprende, avendo il consigliere Colagiovanni finora difeso l’operato della maggioranza “in modo generoso ed alcune volte inaspettato e spontaneo”. Si augura che la futura attività politica e istituzionale di Colagiovanni chiarisca i motivi dell’inaspettata defezione. Gli augura, infine, buona fortuna in politica e nella vita.

Come si vede, un comunicato serio e sereno. Che il “Ponte” ha pubblicato con un titolo ad effetto e del tutto inadeguato: “Mercati, mercanti e mercanzia”. Un titolo fortemente polemico e sarcastico che non rende giustizia alla pacatezza del documento. Soprattutto, un titolo che tentando di stravolgere il senso dell’intervento finisce per minare l’autorevolezza del giornale elettronico.

Giacomo Donati 19:20 |
giornali tv e web

lunedì, 14 marzo 2005

Giornalisti e pubblicisti

San Girolamo - Miniatura francese posteriore al 1481Sorbo Antonio. Si presenta al pubblico dicendo di essere giornalista.

La legge 3 febbraio 1963, n. 69 - Ordinamento della professione di giornalista – all’art.1 stabilisce che sono giornalisti professionisti coloro che esercitano in modo esclusivo e continuativo la professione di giornalista. Diversamente, la stessa legge stabilisce che sono pubblicisti coloro che svolgono attività giornalistica non occasionale e retribuita anche se esercitano altre professioni o impieghi.

È noto che il Sorbo faccia legittimamente l’insegnante stipendiato dallo Stato italiano. Quindi, per legge non può essere iscritto nell’albo dei giornalisti professionisti. Ma non è solo questo il problema. Credo che il Consiglio dell’Ordine già abbia avviato il procedimento per la cancellazione dall’albo (e se ancora non lo ha fatto farebbe bene a farlo).

La cosa grave è che da qualche anno egli si dichiara Direttore Responsabile di un giornale telematico che titola “Altromolise”. Su questo giornale ho scritto decine di articoli sotto forma di lettere. Non solo sono state sempre regolarmente pubblicate, ma il Sorbo ha sempre pubblicato anche gli apprezzamenti più o meno buoni che i lettori facevano ai miei scritti. Da quando il Sorbo ha fatto una lista con la quale aspira a diventare miracolosamente consigliere comunale di Venafro, non pubblica più le mie lettere.

Insomma il Sorbo gestisce un giornale a proprio uso e consumo nella speranza di mettere il sasso in bocca a chi vuole dire la verità su tutto ciò che ruota attorno alla formazione della sua estemporanea lista che cerca di intercettare i voti dei disinformati.

E questo cozza contro i principi più elementari del giornalismo.

Franco Valente

Giacomo Donati 18:26 |
giornali tv e web, contributi di terzi

venerdì, 11 marzo 2005

Sinergie

Enea e Turno (miniatura francese del XV secolo)Giorno dopo giorno si levano esortazioni, auspici, inni alle sinergie, alle collaborazioni fattive, alla necessità di fare squadra, sistema Molise. Si tratti di politica, economia, cultura, è tutto un gran tripudio di belle frasi e bei proponimenti. Poi, la realtà s'incarica di proporre esempi concreti di fattiva collaborazione, come quella tra l'Orchestra Sinfonica e l'Università del Molise, di cui ha riferito il Tgr Molise di oggi, 11 marzo, edizione delle ore 14.00, con la notizia seguente.

***

Botta e risposta tra il direttore dell’Orchestra sinfonica del Molise, Franz Albanese, e il rettore dell’università del Molise, Giovanni Cannata. Motivo del contendere, l’Auditorium dell’Aula Magna dell’Università di Isernia, che avrebbe dovuto ospitare i concerti in programma quest’anno.

Albanese, per protestare contro la richiesta d’affitto avanzata dall’Ateneo per ospitare le performance dell’orchestra, ha deciso di annullare tutti i concerti previsti.

Pronta la replica dei vertici accademici. “Non vogliamo assolutamente lucrare, ma è una decisione dettata da precise esigenze didattiche”. È la precisazione della segreteria del Rettore, che aggiunge in una nota: “Ogni giorno giungono centinaia di richieste per le aule dell’Ateneo che non possono essere concesse con tanta frequenza perché ciò comporterebbe l’interruzione delle attività didattiche”.

Il direttore Albanese ha intanto comunicato che per i previsti concerti le nuove date e sedi per Isernia e provincia verranno stabilite di volta in volta.

Giacomo Donati 21:41 |
politici e amministratori

domenica, 06 marzo 2005

Il silenzio è oro?

Cesare De Ripa - AccidiaA Michele Petraroia, segretario regionale della CGIL del Molise, che ha espresso il suo vivo apprezzamento al direttore del “Quotidiano della Calabria” per aver “deciso di seguire l’evoluzione dell’inchiesta Piedi d’Argilla” di cui finora s’erano occupato solo “L’Unità” e la stampa molisana, è dedicato un corsivo critico de “Il quotidiano del Molise” (giovedì,  3 marzo). Alessandra Longano che firmandosi “al” intitola l’intervento “Infiltrazioni malavitose in Molise e l’enfasi di Pietraroia”, scrive che le “sfugge il motivo per cui il segretario regionale della CGIL plaude, con cadenza quasi quotidiana, alla divulgazione di notizie che se vere, la verifica spetterà alla magistratura, non faranno bene né al Molise né ai molisani”.

Non al corrente di altri plausi, nel caso in esame, può essere utile sottolineare a beneficio di tutti che Petraroia ha espresso vivo apprezzamento per la decisione del quotidiano calabrese di seguire non altro che “l’evoluzione dell’inchiesta “ Piedi d’Argilla” avviata dalla Direzione Distrettuale Antimafia del Molise”, e che tale inchiesta mirata ad accertare la verità farà comunque del bene al Molise e ai molisani.

È la stessa Longano a scrivere: “Come operatori dell’informazione abbiamo il dovere di seguire passo passo l’evoluzione dell’Inchiesta sulla Variante di Venafro che ha coinvolto l’ex  vicepresidente della Giunta regionale e altre persone”. E a sottolineare : “Abbiamo annotato tutti i passaggi della indagine senza mai dare giudizi ma limitandoci a raccontare i fatti”. E se ha scritto e sottolineato in tal mondo non può non condividere l’auspicio con cui Petraroia ha concluso il messaggio al quotidiano calabrese, cioè “che i fatti che accadono possano sempre trovare spazio sulla libera stampa e nel sistema radio-televisivo italiano così che i cittadini siano costantemente e correttamente informati”.

A meno che Alessandra Longano, scrivendo “È una brutta faccenda sulla quale nessuno può specularci” , e ancora “La verità è sacrosanta. Ma fino a quando questa non sarà accertata dagli organismi predisposti è moralmente ingiusto darla per certa in una sola direzione”, non voglia avanzare il sospetto, strano in una operatrice dell’informazione, che altri operatori dell’informazione intendano speculare sopra la vicenda venafrana, e dare per certa la verità in una sola direzione.

Spostandosi più specificamente sul bersaglio Petraroia, la Longano scrive: “Non ha senso la denigrazione di un territorio (…)  che finora abbiamo cercato di vendere ai vicini di casa come il meno contaminato da infiltrazioni malavitose e poi chiedere alla Regione di aiutare i lavoratori delle tante aziende in crisi”. Ma scrivendo in tal modo la giornalista sembrerebbe legare al concetto di denigrazione l’operato di chi si è limitato ad auspicare che i cittadini siano “costantemente e correttamente informati”.

Perplessità ingenera, infine, la domanda che suggella il corsivo critico della Longano: “Chi mai verrà a investire in una regione dove ha trovato terreno fertile la malavita organizzata?” Il rischio è che si possa interpretare questo dubbio come una sorta di invito alla discrezione se non al silenzio, strano, anzi molto strano, in bocca a una operatrice dell’informazione.

Giacomo Donati 22:40 |
giornali tv e web

mercoledì, 02 marzo 2005

 

Ipazia tra simboli e gabbie
(Per l'8 marzo, spunti di riflessione dal romanzo di
A. Petta e A. Colavito, Ipazia, scienziata alessandrina)

Mario LuziNella sua introduzione al Libro di Ipazia, scritto alla fine degli anni ’70, Mario Luzi, illustrando al lettore la strana genesi e le motivazioni del dramma, si interroga sulla potenza dei nomi:

Nomi numinosi, che lasciano passare una quantità di vita che oltrepassa le persone che li incarnano e li fecero ricordare”, “nomi-mantra che emettono messaggi ed avvisi, nomi nei quali è compresa una forza di significazione che attende il suo momento per manifestarsi (...). Dietro di essi si aprono gorghi di incandescenza o di vuoto e la mente viaggia in un universo dai confini incerti bordeggiando un arcipelago brulicante di grumi che non si sa più se sono relitti di esperienze perdute o embrioni di esperienze da fare (…) Quasi a conferma che la focalità non è in un episodio, sia pure molto forte, ma, come dire?, in una sorgente che sintonizzata continua a emettere pulsazioni.

L’impressione primaria, forte, che scaturisce dall’impatto in primo luogo con l’argomento stesso Ipazia, in secondo luogo con il testo di Adriano Petta e Antonino Colavito, è esattamente quella dell’incontro con una di queste “condensazioni di esperienza”, una di quelle fonti di emissione continua che maggiormente sono in grado di dirci qualcosa di determinante su noi stessi e sulla nostra storia.

Sebbene il punto di vista da cui gli autori affrontano la figura e l’episodio di Ipazia sia molto distante da quello del dramma di Luzi, uno dei risultati analoghi a cui ci porta la lettura del libro è proprio il contatto con una di quelle sorgenti, contatto che annulla ogni illusoria barriera spazio-temporale. Ipazia percorre i capitoli di questo libro dall’Alessandria del 400 d.C. ad oggi, senza soluzione di continuità.

La visione di Luzi è una visione tragica e ampia, in cui la vicenda è osservata, si direbbe, dall’altezza delle sedi dello Spirito e delle ragioni, troppo spesso crudeli e incomprensibili, della storia. Il libro di Petta e Colavito è un compagno di viaggio che parla dalla dimensione del nostro presente di costruttori della storia, che parla delle nostre passioni, delle nostre lotte e delle nostre speranze, del nostro orrore e della nostra legittima incapacità di comprendere. E’ un libro di “parte”, così indispensabile alla restituzione della giustizia e al superamento delle parti.

***

IpaziaSu Ipazia diversi autori in passato hanno scritto. Tra questi, nel 1800, il poeta Leconte de Lisle, radicale avversario del cristianesimo e adepto dell’estetica parnassiana, volta al paganesimo come religione della bellezza e della sapienza; Charles Kingsley, sacerdote anglicano che la fece protagonista di una sua novella; il cattolico francese Charles Péguy, che, agli inizi del 1900, la elogia per essere «rimasta in armonia così perfetta [...] sino alla morte e durante la morte [...] mentre il mondo intero crollava, frantumandosi per tutta la vita temporale dell’universo e forse per l’eternità»; e inoltre Chateaubriand, Voltaire, Proust, Fielding, Diderot, Leopardi, Monti, Pascal, Luzi, Calvino e altri. Ma Ipazia non è divenuta mai un personaggio noto, accessibile a tutti, familiare alla coscienza contemporanea. Non c’è da stupirsi: è stata cancellata dal palcoscenico della vita e della storia con una tale feroce e accanita determinazione, che di lei non è rimasta quasi traccia negli annali ufficiali della scienza, della filosofia, della storia tout court. Per questo, farla rivivere è ogni volta un atto di giustizia e di amore.

Si tratta quindi di un’operazione letteraria importante, che mi sentirei di definire “fuori dal coro”, e per questo ancora più importante: andare a ripescare la figura dell’antica dimenticata filosofa alessandrina e immettere sul mercato una vicenda apparentemente così poco spendibile al giorno d’oggi! Ci si potrebbe domandare a chi può interessare un’operazione del genere nell’attuale contesto editoriale e dei lettori, se non a qualche erudito storico appassionato del periodo. Eppure, leggere Ipazia è, come dicevamo, un’”esperienza di contatto”, un’esperienza che va al di là dell’interesse puramente storico: questo romanzo, che ha quasi la struttura di una scorrevole sceneggiatura cinematografica intervallata da squarci lirici - i “fatti” da un lato, l’”interiorità” dall’altro - è pervaso di concreta utopia e della passione per un’eterna attualità.

Il libro di Petta e Colavito, pur narrando uno degli episodi più infami del martirio della persona, dell’intelletto e della libertà, è in grado di offrire ad ogni lettore la visuale di due autori che non si arrendono alla storia, ai fatti come si sono svolti, ma, attraverso gli occhi innocenti e “vergini” dei protagonisti che li hanno vissuti in prima persona, rivivono gli avvenimenti con il loro stesso senso di stupore, di sgomento e di “scandalo”, con la stessa indomita passione e indistruttibile fede nel futuro. Da questo emerge, al di là dell’atroce realtà dei fatti narrati, la volontà di riallacciare quel filo che collega il passato al presente e al futuro (filo addirittura esplicitato negli intermezzi lirico-filosofici affidati alla voce di Ipazia attraverso la penna di Antonino Colavito), che attualizza tutto il senso della vicenda e la cui comprensione ha il potere di cambiare le cose. Si compie così un lavoro prezioso: quello di rimettere sul tappeto questioni che a molti osservatori “più che distratti” rischiano di apparire superate. Non lo sono affatto.

Una di queste è ciò che con termine vago si definisce “questione femminile” e che in questo caso mi sembra di poter meglio definire come “costruzione storica di un’identità di genere”: a noi donne in particolare, Ipazia parla del sistematico stupro della nostra identità perpetrato nella storia.

Ci parla della nostra rabbia (e la parola “rabbia” non basta affatto, è insufficiente a portare sulle sue spalle il peso esplosivo di questo sentimento), quella rabbia che abbiamo sempre sperimentato sulla nostra pelle per l’ingiustizia e l’idiozia di un mondo che non ha mai dato per scontata la nostra qualità di soggetti, di esseri portatori di individualità. Ci parla della nostra storia di rimozione e di adattamento per la sopravvivenza. Operazione in cui siamo state incredibilmente e “amorevolmente” sostenute e facilitate da tutte le autorevoli voci di una cultura strutturata secondo le esigenze di una visione e di un potere maschili. Tra queste voci, per l’appunto, quelle di quasi tutta la letteratura e le istituzioni religiose di ogni epoca e di ogni parte del mondo, che ci hanno sempre voluto spiegare chi siamo, cosa siamo e come dobbiamo essere. Tra queste voci, il coro assordante di ultrasuoni - e non - che ancora ci bombarda, quotidianamente, da tutto l’apparato mediatico della nostra società, nutrendoci costantemente di un’imagerie che è chiara indicazione di identità e di ruolo, al di fuori dei quali non esiste per noi individualità, non c’è esistenza (non ci sentiremmo forse perdute, senza che ci venisse quotidianamente ricordato attraverso la pubblicità, i media o i dettami di varie morali pseudo-religiose, pseudo-psicologiche, scientifiche  o sociali, che siamo “tette e culo” oppure “burqua”, che siamo madri, fidanzate, “donne-manager”, mogli, prostitute, regine del focolare…e via dicendo. In fondo c’è sempre bisogno di una definizione per noi: siamo ancora e solo oggetti, le streghe da mettere in copertina o da bruciare sul rogo).

Questo libro ci parla anche, quindi, della storia del genere femminile, una storia che ha visto le donne costantemente e inammissibilmente costrette a porre sul tappeto la questione  “persona”. 

Sentire il peso schiacciante di questa onta, di questa ferita d’amore, di dignità e di rabbia, è gradino indispensabile per comprendere l’universo femminile. Credo che non ci sia vera entrata in quell’universo se non attraverso questa porta.

Mi pare che proprio da questo sentire sia generato Ipazia, scritto da due cuori maschili in grado di compiere il miracolo della comunicazione e di trasmetterci tutta la sincerità e la bellezza della loro limpida passione. Un cuore di artista che sente l’ urlo di dolore e di rabbia di questo universo per tutte le stragi che ha dovuto e deve subire, è “costretto” a scrivere Ipazia.

Incontrare la figura di una scienziata e filosofa del calibro di Ipazia, vissuta in Alessandria d’Egitto ben 16 secoli fa, ripercorrerne con gli stessi appassionati e attoniti occhi degli autori il luminoso cammino e la tragica fine,  è in effetti, per ognuna di noi, esperienza di contatto con quel profondo vissuto di dolore e di rabbia, nonché con tutta la serie di mistificazioni che ha contribuito alla costruzione storica della nostra identità di genere.

Il più radicato e comunemente accettato degli stereotipi trasmessici da questa cultura è che noi donne, si sa, non abbiamo poi una grande capacità di raziocinio, essendo “per natura” più dotate in altri campi, essendo più che altro “cuore e sentimenti” (grande, innata, materna capacità di accoglienza…). Cultura che, specularmente, sul versante del maschio, ha privato gli uomini di una riappropriazione di identità, depredandoli, con scarse possibilità di appello, di tutte le qualità tradizionalmente definite “femminili”.

Il misconosciuto ruolo dell’universo femminile nella costruzione dell'”impianto tessile del pensiero” è ciò che la scrittrice Francesca Rigotti (nel suo saggio Il filo del pensiero) definisce “il paradosso di Arianna”:

nonostante sia una donna che mette in mano a Teseo il filo per uscire dal labirinto, alle donne è stata rifiutata per millenni la prerogativa del pensiero logico. Si è detto: le donne ragionano col cuore, con l'utero; certo non col cervello.

Per restare nel campo di Ipazia, se si pensa che di circa 450 Nobel scientifici, solamente 11 sono stati attribuiti a donne, si constata prima di tutto un dato di fatto ben noto: non sono mai state molte le donne dedite alla scienza. Ma, se andiamo ad indagare tra tutte le possibili ragioni di questo fenomeno, allora sarà il caso di non omettere, tra gli innumerevoli giudizi di questo tipo, quello estremamente emblematico di Gino Loria, studioso di storia della matematica, che meno di cent'anni fa scriveva:

Donne dotte e artiste sono prodotti di degenerazione. Soltanto in forza di variazioni patologiche la donna può acquistare qualità diverse da quelle che la rendono amante e madre. Bisogna dunque aspettarsi che nelle donne d'ingegno esistano ancora altre deviazioni (travestitismo, salute cagionevole, ecc.

e ancora:

Si direbbe che la donna, negli studi più ardui, mai cessi di essere scolara; che la larva possa bensì raggiungere lo stato di crisalide, ma le siano vietati i liberi voli della farfalla.

Anche i sacerdoti delle nostre scienze hanno voluto sempre spiegarci “chi siamo” e come dobbiamo essere “per essere davvero noi stesse”. Una cultura e un pensiero fortemente esclusivi nei confronti delle donne: ogni elemento anomalo rispetto al modello prestabilito non serve a rivedere e mettere in discussione il modello, ma a negare il soggetto che non corrisponde al modello stesso. Un procedimento molto poco scientifico!

Ad esempio, così si esprimeva il matematico tedesco Hermann Weyl (1885-1955) su due delle sue pochissime colleghe che erano riuscite a far entrare il loro nome negli annali della matematica:

Solo due donne matematiche nella storia: Sofja Kovalevskaja ed Emmy Noether: la prima non era una matematica, la seconda non era una donna.

Artemisia Gentileschi (1593-1652), Autoritratto come allegoria della pitturaE, se poi andiamo ad indagare bene, vediamo che non sono state poi così poche le donne che si sono occupate di scienza, di filosofia, di matematica, di arte, in tempi in cui era obbiettivamente molto più arduo per una donna riuscire a dedicarsi a queste cose (pensiamo, ad esempio, ad Artemisia Gentileschi, anche lei per secoli snobbata dalla storia ufficiale dell’arte e riscoperta solo recentemente). Nomi, quindi, ce ne sono, e tanti, che non staremo ad elencare. Quello che ci preme osservare è quanto pesi, in termini di “pseudo-identità di genere”, questa cultura dell’esclusione, quasi entrata nel nostro DNA.

Solo en passant e senza nulla togliere, ovviamente, alla grandezza di Freud, accenneremo infine alla passività con cui è stata recepita praticamente per un secolo, dalla stessa psicoanalisi femminile, l’idea freudiana di “invidia del pene”, evidente prodotto di una psiche maschile che percepisce “centrale” la propria qualità di genere. Idea generatrice di madornali errori interpretativi e diagnostici, nonché responsabile di aver contribuito a rafforzare le “gabbie” per entrambi i sessi.

Una donna, quindi, una tra le tante, viene cancellata dal palcoscenico della vita e della storia proprio in quanto donna che non vuole stare nelle gabbie costruite per lei, ma dimostra e afferma la sua qualità di essere pensante e libero, di scienziata e di filosofa, di soggetto politico a pieno titolo. Una donna così è votata al massacro. E non solo in Alessandria d’Egitto 16 secoli fa.

Questa sistematica operazione di stupro dell’identità femminile è strettamente connessa con un altro aspetto saliente della storia umana, che definirei “principio di esclusione” o incapacità di integrazione. Anche questo aspetto ci parla dalle pagine del romanzo di Petta e Colavito, e, per chiarire cosa intendo, mi rifaccio ad un commentatore moderno di quell’Agostino che, nel romanzo, figura tra gli involontari ma non per questo meno responsabili carnefici di Ipazia:
 
E' uno dei paradossi della tradizione cristiana occidentale, ed una delle sue tragedie, che l'uomo che ha affermato con tanta forza la presenza di Dio nelle profondità dell'io umano, sia responsabile, come teologo dogmatico, più di ogni altro autore cristiano, di aver 'consacrato' nel mondo cristiano l'idea che la schiavitù dell'uomo e la sua debolezza siano dovute alla perversione innata della natura umana a causa del peccato originale. In occidente, è la teologia di S. Agostino che ha nascosto fino ad oggi la rivelazione cristiana della filiazione divina, la rivelazione di chi è fondamentalmente l'uomo.

Di che cos’altro ci parla questo, se non ancora di esclusione, di un aut aut percepito come ineludibile? O la carne o lo Spirito, o la fede o la scienza, o la donna o l’uomo, e così via….

L’attento e appassionato lettore di Ipazia sentirà inequivocabilmente che questo libro “partigiano” - il cui unico difetto è forse quello di dipingerci un po’ troppo in bianco e nero un paganesimo idilliaco e una cristianità feroce -  è scritto proprio contro lo “spirito di parte” che acceca ragione ed intelletto nel tentativo di imporre verità necessariamente parziali in veste di incontestabili dogmi. Del resto, se letto con spirito di parte, il libro stesso rischierebbe di rimettere sul tappeto la questione in termini di inconciliabile conflitto tra Scienza e Religione. Quel conflitto che invece gli autori, attraverso il testimonial Ipazia, mirano a scardinare e a negare in toto.

Direi che il quadro risultante dal racconto di Petta e Colavito è proprio l’incapacità umana di cogliere la totalità attraverso i sensi, il cuore e la mente, il perpetuarsi di quella scissione che divide il mondo in “vero” e “falso”, inconciliabili opposti. Il tragico episodio del martirio dell’intelletto e della libertà di pensiero e di ricerca, situato in un tratto di storia estremamente emblematico in questo senso, è episodio significativo e drammatico di quell’ininterrotto ciclo che vede l’umanità periodicamente impegnata nell’ottusa distruzione di ciò che è stato “prima di ora”, prima che una nuova “verità” ideologica o religiosa o un nuovo assetto sociale prendessero il posto della vecchia verità o del vecchio status. In una visone in cui il concetto di integrazione, assieme a quelli di libertà e responsabilità (e, aggiungerei, di amore) sembrano non avere alcun diritto di cittadinanza.

Mi pare che, proprio nell’opera di distruzione del “vecchio” in nome del “nuovo”, l’uomo si chiuda le frontiere alla conoscenza di sé. Il meccanismo della distruzione del vecchio in nome del nuovo è in realtà un meccanismo profondamente funzionale alla conservazione e perpetuazione dell’unico vecchio filo che governa la storia dell’uomo da qualche millennio. Un filo tessuto soprattutto “grazie” alla mancanza di quella qualità che permette la visione della realtà della vita nel suo complesso, a 360 gradi.

Assistendo al massacro di Ipazia, è impossibile non pensare a tutti i roghi di donne, uomini, libri, opere d’arte, a cui abbiamo assistito nella storia, a tutti gli episodi in cui la furia distruttiva di un’umanità senza coscienza della propria identità e dei poli del proprio conflitto interiore, crede di intravedere salvezza e liberazione in un’amputazione interna: nel rinnegamento di una parte di sé (che in questo caso è anche il genere femminile in quanto tale), nella cancellazione di un passato scomodo in nome di un nuovo avvenire salvifico. Un errore compiuto a ripetizione, da una parte e dall’altra. Vengono in mente tutti gli episodi in cui la tirannia uccide il rivoluzionario credendo di uccidere la rivoluzione, e la rivoluzione uccide il sovrano credendo di uccidere la tirannia. Nella scena in cui, nel libro, la mano di Adriano Petta descrive con avvincente maestria l’assalto dei cristiani al Serapeo e l’abbattimento della statua del dio Serapide, si respira la barbarie che nel corso dei secoli si è fatta protagonista di innumerevoli simili abbattimenti. Quante “statue del dio Serapide” sono state rovesciate dai loro altari nell’insensata, idiota convinzione di iniziare un nuovo capitolo!

E non è forse una “guerra di simboli” quella a cui ancora oggi siamo costretti ad assistere, dopo secoli di una storia che avrebbe dovuto insegnarci qualcosa sugli errori compiuti? Il mio crocifisso contrapposto al tuo velo, e così via… Una guerra in cui non sono i simboli a morire, come forse dovrebbero, ma le persone. Simboli che duellano, vincitori e vinti, più preziosi della vita stessa, della persona! Simboli che perdono la loro unica vera funzione: quella di chiavi di lettura di una realtà, e acquistano invece il valore di un Assoluto. Simboli la cui valenza è divenuta potere sulle menti, un potere che il simbolo mai dovrebbe avere, in quanto esso stesso prodotto di una mente che, così come lo ha generato, dovrebbe essere in grado di utilizzarlo, indagarlo, elaborarlo e trasformarlo, una mente che mai dovrebbe essere dominata da esso. In nome di Dio o dei suoi sostituti di turno (nient’altro che “parole-simbolo”) si uccide ancora l’uomo, e con esso Dio (quello reale). E il vuoto di vita trionfa su un pianeta svalutato del suo unico valore: la vita.

Proprio il potere indagatore e creatore di un intelletto libero da catene ideologiche di sorta è l’etica su cui si imposta il grande cenacolo di menti illuminate che ruota intorno alla figura carismatica di Ipazia. Pare proprio che la passione e l’amore con cui gli autori ci accompagnano lungo tutto il filo del racconto, attingano a quella stessa “sorgente di emissione continua” di cui parlava Luzi, concretizzatasi nell’esperienza Ipazia.

(Serenella Bischi, attrice teatrale)

Giacomo Donati 16:55 |
letteratura, contributi di terzi

martedì, 01 marzo 2005

 

Florilegio (febbraio 2005)

Febbraio (Breviario Grimani)24 febbraio - Lingua italiana bis. Un comunicato della presidenza della Regione Molise non dice solo chi è il presidente della Regione Molise, o chi sono i collaboratori che si sceglie, dice anche chi siamo noi molisani; dice anche da quale società, da quale sistema quel presidente è stato partorito. E cosa c’è di più efficace e di più sintetico della lingua, della parola, per farlo capire?
cavallisanniti

20 febbraio - Lingua italiana. Mi impegno a rilanciare la lingua italiana. - Lo ha scritto Gianfranco Fini sul “Corriere” di oggi, specificando che “bisogna difendere la nostra lingua all'interno delle istituzioni europee e promuoverla nel mondo”. Sarebbe già tanto - scriviamo noi - se la si difendesse all’interno delle istituzioni italiane e la si promuovesse sul territorio nazionale.

14 febbraio - Dibattere in Molise. Nel corso del dibattito sulle prospettive delle aree interne svoltosi ieri sera, 13 febbraio 2005, alla Festa de L'Unità di Agnone, a fronte dell'intervento del segretario generale della CGIL, Michele Petraroia, il Vice-Presidente del Consiglio Regionale, Avv. Franco Giorgio Marinelli nella replica ha chiesto l'intervento dei Carabinieri, presenti alla manifestazione, per prendere appunti e sentire lo stesso dirigente della CGIL circa i temi della questione morale, della legalità e della lotta alla mafia.
Il rumoreggiare della sala e la pacata reazione del segretario generale CGIL hanno indotto l'esponente politico dell'U.D.C. a non insistere in una richiesta insolita in occasione di un confronto pubblico tra interlocutori che hanno evidentemente opinioni diverse sulla questione morale.
a cura di Cgil Molise

12 febbraio - Infoibare in Molise. La discussione sulle foibe posta da Michele Iorio e Angela Fusco è francamente disgustosa.
Italo di Sabato

10 febbraio - Infoibare in virtù. Oggi, dopo anni di oblio e di silenzi, accendiamo i giusti riflettori su quello che fu il dramma dei profughi dell'Istria e soprattutto ricordiamo le atrocità dell'esercito comunista di Tito che infoibò migliaia di italiani in virtù ad un odio etnico funzionale solo alla vile e bieca sottrazione delle case, dei negozi e dei possedimenti che con sacrificio e con l'onesto lavoro erano riusciti a conquistare.
Michele Iorio

7 febbraio - Cirese mutilato. Nella giornata di ieri, 6 febbraio, anche “Il quotidiano del Molise” ha dedicato una pagina alla ricorrenza del Cinquantenario della morte di Eugenio Cirese. La poesia torna di moda? Macché. Un vero obbrobrio: si è fatto nascere il poeta a Rieti e morire 40 anni dopo, l’8 febbraio del 1995. Per non parlare del testo di commemorazione orrendamente mutilato…

5 febbraio - Per fortuna che c’è Vendola. Piccolo, brillantino all'orecchio, gay, comunista e per giunta pugliese. Ma visto che i colleghi molisani sono in tutt'altre faccende affaccendati (Di Giandomenico, per esempio, ha mandato un telegramma di pronta guarigione al papa), fa quanto a un parlamentare spetta: conoscere e denunciare ciò che accade in un angolo d'Italia, dalle parti di Venafro. E presenta una interrogazione al Governo, nella seduta della Camera di martedì 1 febbraio 2005, a firma Nichi Vendola.

3 febbraio - Il fatto epocale di Chieffo. “La politica dei fatti e non delle parole”, dice Iorio. Cioè la politica delle persona giusta, al posto giusto, a fare la cosa giusta. Per esempio Chieffo, l’assessore regionale ai lavori pubblici, che prende a cuore lo sfascio della Trignina. Si arma di carta e penna e si produce in un fatto epocale: scrive all’ANAS.
La stampa locale ne dà ampio risalto.

1 febbraio - Nomen est omen. C'è infine, a proposito di "spin doctor" e dottor sottile, la pugnace Caterina. Che, con una delle sue fulminanti annotazioni, la butta in pubblica morale nella convinzione che "finché in questa regione essere onesti o non esserlo non rappresenterà una differenza degna di nota, non servono le primarie, serve il catechismo!". Attenta Caterina a non scherzarci troppo, perché uno come Iorio che riesce ad avere due "io" in un cognome di cinque lettere potrebbe prenderti in parola e ribaltarsi sotto spoglie di Ayatollah.
Giuseppe Tabasso

Giacomo Donati 11:21 |
varie