Penne e pennivendoli molisani

martedì, 20 dicembre 2005

Musiche tradizionali del Molise
(Registrazioni Carpitella-Cirese, 1954)


Campobasso, 19 dicembre 2005, presentazione del volume con cd allegato, Musiche tradizionali del Molise. Le registrazioni di Diego Carpitella e Alberto Mario Cirese (1954). A cura di Maurizio Agamennone e Vincenzo Lombardi. Era previsto l'intervento di Alberto Mario Cirese - Università "La Sapienza", Roma, ma per motivi di salute non ha potuto presenziare. Questo il suo messaggio di saluto.

***

Volevo esserci, e fino all’ultimo l’ho sperato. Ma poi, a fronte del nitido freddo ch’è proprio delle vostre care terre e mie, quando la neve ci "rabbela", il presidio familiare e quello medico hanno detto di no. E così posso salutarvi "sol da lungi", come scrisse un poeta.

Invece volevo esserci. Non capita a tutti la fortuna di aver fatto qualcosa cinquanta e passa anni fa, un lavoro, un libro, una ricerca; e poi la fortuna di trovare qualcuno che a cinquanta anni di distanza considera importante quello che tu hai fatto mezzo secolo prima; e infine la fortuna di essere ancora vivo a goderti da un lato la memoria intensa di quei lontani momenti e dall’altra la gioia attuale di vedere che il tuo lavoro è servito a qualcosa, serve ancora a qualcuno. Questo, come certo sapete, e l’unico vero grande profondissimo desiderio e scopo di chi voglia essere uno studioso e davvero lo sia.

Ebbene, io ho avuto appunto queste tre fortune. Ed anzi la prima fu, per così dire, plurima. Ebbi infatti innanzi tutto la buona sorte di avere un padre molisano, Eugenio Cirese, poeta dialettale e studioso di poesia popolare, che nel 1953 aveva pubblicato un primo volume di canti popolari raccolti per suo impulso da insegnanti e alunni di tutte le scuole elementari del Molise e che nello stesso anno aveva dato vita a una rivista che subito ebbe respiro internazionale, La Lapa Argomenti di storia e letteratura popolare. Ebbene, ormai quasi settantenne, questo poeta e studioso aveva vivissimo il ricordo della sua "prima vita" a Fossalto; e tra le sue memorie c’era quella della pagliara del primo maggio, singolare cerimonia quasi del tutto ignorata dagli studi italiani. Eugenio Cirese manifestò più volte il desiderio che se ne realizzasse la rilevazione sul campo, anche in vista della pubblicazione del secondo volume della sua raccolta di canti popolari del Molise. E qui alla mia prima buona sorte, il padre, si aggiunse la seconda: il maestro Giorgio Nataletti, che aveva fondato e dirigeva il Centro Nazionale Studi di Musica Popolare che con i mezzi tecnici e finanziari della Rai e dell’Accademia di Santa Cecilia era in grado di realizzare campagne di registrazione su nastro magnetico, tecnica allora nuovissima. Nataletti ebbe viva stima del Cirese poeta e studioso dei canti popolari; ed ebbe anche stima di me, debbo dirlo: tra il 1951 e il 1953, infatti, mi aveva affidato ricerche in provincia di Rieti, nei monti dell’amatriciano e nelle colline della Sabina. Così Nataletti fece sua l’idea di due giornate di ricerca in Molise, per registrare prima il canto della pagliara a Fossalto, il primo maggio, e poi quelli per le corse dei carri dei paesi albanesi di Ururi e Portocannone, il due dello stesso mese. E qui si aggiunse un'altra felice sorte: l’affetto e la stima che c’era tra me e Diego Carpitella, studioso così attento di musica popolare. Così Nataletti affidò ad ambedue l’impresa molisana, ed il vento della buona sorte continuò a soffiare. A Fossalto ci fu la cara collaborazione dei miei zii Vittorino e Olimpia Bagnoli, e ci fu l’esecuzione intensissima e partecipata dello zampognaro Giovanni Festa, del cantore Mario Ciarlariello e del portatore del verde cono d’erbe Carmine Antonecchia. Nei paesi albanesi, poi, oltre alla collaborazione gioiosa di tutta la popolazione, ci fu l’aiuto prezioso di Nicola Savino, professore e studioso, e della sua famiglia albanese di Ururi. Registrammo così quarantotto testi: un buon raccolto, e sono non solo lieto di avervi partecipato, ma anche un poco fiero, se permettete. Fummo studiosi, impegnati a fondo ad operare come tali, ed aiutati a far bene da tanta onesta gente, molisana ed amica.

Questa dunque la prima delle tre fortune di cui dicevo all’inizio: aver potuto realizzare quella che ormai tra noi è familiarmente nota come "la Raccolta 23". Ma alla prima fortuna se ne aggiunge dopo mezzo secolo una seconda altrettanto grande: che due studiosi di più giovane generazione, Maurizio Agamennone e Vincenzo Lombardi, abbiano portato attenzione al nostro lavoro di allora ed abbiano voluto tirarlo fuori dalle profondità dell’Accademia di Santa Cecilia in cui restava celato. Una operazione tanto attenta da essere realizzata ben due volte, in due modalità distinte e progressivamente più felici. Nel 2002, infatti, Agamennone e Lombardi realizzarono per l’Accademia di Santa Cecilia e per la Provincia di Campobasso un CD contenente la digitalizzazione dei 48 brani registrati nel 1954, ed al disco da ascoltare accompagnarono un piccolo libretto da leggere. Ma dopo tre anni ecco che compare quella che possiamo chiamare la seconda edizione della Raccolta 23: un volume da leggere cui si accompagna un CD da ascoltare. Credo che tutti i molisani e tutti gli studiosi debbano essere lieti dell’evento: tornano udibili e leggibili versioni antiche e fors’anche smarrite di musiche e parole. Non di restituzione si tratta, come talvolta capita di dire, anche in perfetta buona fede e senza stolte demagogie: infatti noi non rubammo nulla, in quei remoti giorni di Fossalto, Ururi e Portocannone. Salvammo invece dall’oblio e morte brani d’umanità cui oggi viene ridata vita. Merito di Agamennone e Lombardi, fatto più grande poi dal corredo così ampio ed attento con cui hanno accompagnato i documenti che noi raccogliemmo allora.

Resto io solo, purtroppo, a gioirne. E’ la mia terza fortuna di cui dicevo. Arricchita poi dal fatto che la nuova edizione della Raccolta 23 curata da Agamennone e Lombardi esce proprio nell’anno in cui ricorre il cinquantenario dalla morte di uno dei protagonisti della vicenda di allora, Eugenio Cirese. Il Molise, anche se non senza qualche distrazione, l’ha ricordato, come del resto hanno fatto gli altri suoi luoghi di vita e di studio, Avezzano e Rieti. E qui, nella sua terra, mi è caro ringraziare, anche a nome dei miei, quanti hanno dato voce alla memoria: la gente di Castropignano e Fossalto, suoi luoghi amati, e la Scuola intitolata a Igino Petrone; Roberto Barone e il suo spettacolo musicale Com’a fiore de miéntra, il blog di Giacomo Donati e il romanzo di emigrazione di Frank Salvatore, lo scritto di Sebastiano Martelli e gli interventi di Pietro Clemente; ed infine la ristampa del libro Gente buona avviata per iniziativa e cura della della Biblioteca provinciale di Campobasso "Pasquale Albino".

Gli altri di allora non sono qui. Lasciate che chiuda questo mio saluto coi loro nomi: il nome di Giorgio Nataletti, lieto e amicale stimolatore di ricerche, come altri poi non ce ne è stato; il nome di Diego Carpitella, fraterno amico, la cui figura si ravviva oggi nel libro per una mia foto di lui ad Ururi, a lungo dimenticata, e per il singolare ricordo che della sua presenza ad Ururi in quel giorno di ricerca ha segnato nel libro Rosolina Cirese, moglie di Nicola Savino; ed il tuo nome infine, carissimo Nicola, che ci resta nel cuore assieme al passo dei buoi ed al suono delle ruote dei carri in corsa del tuo paese come tu, poeta, nei tuoi versi li cogliesti:

Rotolano carri, alla luce calante
sul polveroso tratturo,
e copre lo zoccolo arcuato
la soffice terra
di Ururi.

E infine qui di nuovo mi torna il pensiero alle mille volte che con Diego ci ridicevamo:

Scale scalone…

E’ l’ultimo dei canti che registrammo a Ururi, numero 48: una ‘conta’ infantile:

Scale scalone
La punta del piccione
La punta del pavone
Ti su per ca toca a te…ja
Ti su per ca toca a te…ja

Voce di bambina che ci rimase nel cuore. Dove sarà ormai?
Grazie.

Alberto Mario Cirese

Giacomo Donati 19:16 |
letteratura, contributi di terzi, tradizioni

venerdì, 16 dicembre 2005

A la speranza
(Un inedito di Eugenio Cirese)


Uocchie spalazzate,
guaglione attuorne a lu presepie,
nu cante da nen ze sa do’:
pasce pasce la pecurella,
guarda guarda lu pecurare,
sciacqua sciacqua la lavannare,
cerca cerca lu puverielle …

Chiama chiama lu Bambinielle
c’appena è nate tè le vraccia ‘n croce.
So sempre chille attuorne a Te,
lu vove e l’asenielle,
pasture, lavannare e puverielle
nnanze a la magnatora ‘ngenucchiate …
E tutte quante l’atre donda stanne?



EUGENIO CIRESE, PRESEPE INEDITO NUM. 3, 1954

ALLA SPERANZA. – Occhi spalancati, bambini attorno al presepio, un canto da non si sa dove: pasce pasce la pecorella, guarda guarda il pecoraio, lava lava la lavandaia, cerca cerca il poverello… Chiama chiama il Bambinello che appena è nato tiene le braccia in croce. Sono sempre quelli attorno a Te, il bove e l’asinello, pastori, lavandaie e poverelli dinanzi alla mangiatoia inginocchiati… E tutti quanti gli altri dove stanno?

Natale 2005   (Alberto Mario Cirese)

Giacomo Donati 18:26 |
letteratura, contributi di terzi

mercoledì, 14 dicembre 2005

Lo strumento di Iorio

erba volant - "La nostra identità storica è strumento di crescita per un futuro migliore".

Aforisma di Michele Iorio, stampato sulla gigantografia Festa del Molise 2005 - 42° anniversario della Regione Molise.

Giacomo Donati 18:48 |
politici e amministratori

mercoledì, 07 dicembre 2005

I pellegrini dei berlingozzi


Bruegel - Danza di contadini


La decadenza delle aspettative escatologiche era ormai evidente, nonostante la fortuna incontrata da voci isolate come Brigida di Svezia o Angela da Foligno. Ciò appare chiaro allorché si confronta la devozione popolare dei bianchi propagatasi nell'Italia settentrionale e centrale alla fine del secolo (1399), con il moto dei flagellanti di più di un secolo prima. I bianchi, scalzi, vestiti di abiti di lino candido, muovevano a piccole tappe per le campagne, entravano nelle città accolti e benedetti dal clero, facevano paci, ponevano fine alle discordie cittadine; la flagellazione era ridotta a proporzioni quasi simboliche.Era certo una devozione eccezionale che rompeva il ritmo consueto della vita quotidiana - ma si trattava di un'eccezionalità controllata e priva di tensioni.

Dal minuzioso elenco delle spese per il vitto e per l'alloggio sostenute al seguito dei bianchi, e dal "ricordo" redatto in quella occasione dal mercante pratese Francesco Datini, emerge addirittura l'immagine di una pacifica scampagnata. Per un uomo come il Datini, questo pellegrinaggio era anzi un'occasione per fare sfoggio di liberalità e magnificenza con amici e clienti, e quindi di consolidare il proprio prestigio. Dopo aver nominato coloro che l'avevano accompagnato al seguito dei bianchi, concludeva, infatti, compiaciuto:

 

Somma, in tutto, uomini dodici: i quali, come detto è, tutti vennono meco in mia compagnia, per avere il perdono del detto pellegrinaggio: e io feci a tutti le spese di mangiare e di bere e di  ciò che bisognava loro; come sarà iscritto ordinatamente in questo libro innanzi. E per avere ciò che ci bisognava da vivere, io menai meco le mie due cavalle e la muletta da cavalcare; in sulle quali bestie mettemo un paio di forzeretti piccoli da soma, in che furono più scatole di tutte ragioni confetti, e gran quantità di ciera in torchietti e candele, e formaggio d'ogni ragione, e pane fresco e biscottato, e berlingozzi zuccherati e non zuccherati, e più altre cose che s'appartengono alla vita dell'uomo...

Certo non tutti i bianchi si saranno recati al pellegrinaggio mangiando berlingozzi zuccherati e non zuccherati, ma il tranquillo distacco con cui il Datini parla della sua partecipazione è comunque degno di nota. Non era, quella dei bianchi, una devozione che richiedesse preliminarmente un difficile rinnovamento interiore. Chi vi partecipava poteva raggiungere senza fatica l'illusione di un apacificazione con se stesso e con il mondo.

(da Carlo Ginzburg, Folklore, magia, religione in Storia d'Italia, XIV vol., Einaudi, Torino 1972)

 

Giacomo Donati 09:02 |
politici e amministratori