Penne e pennivendoli molisani

lunedì, 26 febbraio 2007

La diffida di Michele Iorio


Questo blog aveva già segnalato alcune debolezze linguistiche dei comunicati ufficiali del nostro Governatore, ma fino ad oggi non aveva mai evidenziato un infortunio grammaticale come quello in cui Michele Iorio è incappato in merito alla vicenda del suo presunto coinvolgimento nell’indagine giudiziaria black hole.

Michele Iorio ha reclamato la sua "totale estraneità ai fatti", precisando:

"Ad ogni modo diffido chiunque sin da ora a diffondere notizie sull’argomento false, prive di fondamento o mirate a sollevare illazioni o dibattiti impropri fuori dagli ambiti competenti”.

E "Il Tempo" del 25 febbraio 2007 ha fatto sua la formula e ha rilanciato:

La domanda che mi sono posto e che ho posto su Cavalli Sanniti, proprio al fine di sollevare un mini dibattito circoscritto nel competente ambito linguistico, è questa: - È corretto scrivere "diffido a diffondere", piuttosto che "diffido dal diffondere" o "diffido a non diffondere"?

La risposta piena alla mia domanda, piuttosto retorica, devo ammetterlo, è arrivata da Michele Tuono, in termini che non ammettono replica.

Scrive Tuono:

***

Certamente, può anche essere considerata una questione di lana caprina, ci mancherebbe. Ognuno può dare alla lingua italiana l’importanza che vuole. A quanto ne so, “diffidare a” è un’espressione del linguaggio giuridico, e significa “intimare di”. Questo è un esempio di uso abbastanza classico, appunto nel linguaggio giuridico.

Tanto premesso, con la presente, da valere quale formale atto di messa in mora, Vi invito e diffido a restituirmi la somma da me impegnata per l'acquisto della obbligazione ecc. ecc.

Questo è un articolo di una legge regionale della Toscana.

Qualora la Provincia non adotti i provvedimenti di propria competenza nel termine di cui all’ottavo comma dell’art. 3, la Giunta regionale può diffidare a provvedere assegnando un termine perentorio di 30 gg. ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 9 della L. 30-4-1973, n. 30.

Un altro esempio è dato dai prefetti, quando scrivono ai sindaci e li diffidano a provvedere all’approvazione del bilancio, o altre incombenze di questo genere.

C’è poi una circostanza molto drammatica, in cui è stata usata questa espressione.

«Per questa ragione, per una evidente incompatibilità, chiedo che ai miei funerali non partecipino né Autorità dello Stato né uomini di partito. Chiedo di essere seguito dai pochi che mi hanno veramente voluto bene e sono degni perciò di accompagnarmi con la loro preghiera e con il loro amore. Cordiali saluti
24-4-78
Aldo Moro

On. Benigno Zaccagnini
P.S. Diffido a non prendere decisioni fuori dagli organi competenti di partito».

In pratica (parlo dal punto di vista meramente linguistico), adoperata in quel modo nel comunicato di Iorio, l’espressione significa l’esatto contrario di ciò che si intende dire.

***

Fin qui Michele Tuono che ringrazio. Cosa aggiungere? Non mi era ancora capitato di evidenziare una dichiarazione formale, come questa, che invita a fare quello che intenderebbe proibire. Per fortuna di Iorio e malgrado la sua diffida/invito, "diffondere notizie false" è di per se stesso un reato...

Giacomo Donati 10:12 |
politici e amministratori, giornali tv e web

venerdì, 16 febbraio 2007

Sono un uomo libero, parola di Enzo Luongo


Assumendo l'incarico di direttore di "Primopiano Molise", Enzo Luongo ha somministrato ai lettori un editoriale infaricito di frasi fatte. Un campionario di cui davvero non si sentiva la necessità. Tra l'altro, ha scritto il neo direttore, al quale vanno comunque i migliori auguri:

"Ho imparato che vi sono tre possibilità per chi fa questo mestiere, tre categorie alle quali un giornalista può iscriversi: quella dei “servi”, di coloro che sono allineati al potere e sono al servizio dei potenti; quella degli ignavi, che fanno finta di nulla tirando a campare; quella degli uomini liberi, che vogliono raccontare la società in cui vivono senza paraocchi, senza imposizioni, senza distorsioni, senza bugie e senza mezze verità. Io ho scelto di stare in quest'ultima categoria anche perché nella prima e nella seconda, negli ultimi tempi, sembra esserci c'è molto affollamento".

Uomo libero, quindi. E c'è da credergli, ammesso che interessi qualcuno. Ma, secondo lui e i lettori, c'è o ci sarà mai un giornalista che presentandosi alla "guida" di un giornale non si iscriva di autorità nella categoria degli uomini liberi, e preferisca presentarsi come servo o ignavo? C'è o ci sarà mai chi confessando di vivere con paraocchi e soggetto a imposizioni, si dica pronto a distorcere la verità pubblicando bugie o mezze verità? E se non c'è, come credo non ci sarà mai nessuno a farlo, a che servono questi proclami di rivendicata nobiltà?

Giacomo Donati 14:10 |
giornali tv e web

martedì, 13 febbraio 2007

Pasquale Damiani, a che gioco giochiamo?


Pasquale Damiani, nell'articolo Ci sa proprio fare! ("Quotidiano del Molise" 12 febbraio 2007), si concede alcune riflessioni sul rumore sollevato dal racconto di Manuela Petescia, Tutte le volte che mi sono venduta. Riflessioni alla buona, buon senso e luoghi comuni. Magari riproposti alla rinfusa, come capita capita. Così il vecchio detto: - Contare come il due di briscola, o, se si vuole, Contare come il due di picche, per indicare persone senza autorità e valore, diventa nella versione di Damiani: - Contare come l'asso di coppe .

Scrive infatti Damiani, a proposito anche dei suoi trascorsi a Telemolise: "Di li a poco Manuela fu nominata direttore responsabile del TG., prendendosi tante rivincite ma attirandosi anche molte invidie da parte di chi nella vita conta come l’asso di coppe".

Non sappiamo che giochi prediliga Damiani. Ma a scopa, a scopone, a quindici, a tressette, a calabresella, a briscola, a flussi, a primiera, insomma in tutti i giochi tradizionali con le carte napoletane, l'asso di coppe (o di spade o di bastoni o di denari) non è l'ultima delle carte, e nemmeno una scartina qualsiasi, ma una delle carte più pregiate. Nella briscola, addirittura, e in tutte le varianti del tressette, l'asso è la carta più importante. Come ben sanno la manica dei bari e il linguaggio corrente che ne ha fatto un sinonimo di campione, fuoriclasse.

Sottigliezze? Certamente. Solo che Pasquale Damiani, sostituendo l'asso di coppe al due di briscola, ha definito persone di valore e autorità quelle che forse (l'avverbio a questo punto è d'obbligo) voleva etichettare come insignificanti.

Giacomo Donati 13:02 |
giornali tv e web