Penne e pennivendoli molisani

venerdì, 10 febbraio 2006

Un vestito per Flavio Brunetti


"Un vestito di sillabe e suoni", ricerca letteraria, minuziosa ed attenta ma piena d'entusiasmo e d'amore, che si materializza in una serie di appasionanti incontri -  racconti con l'autore, questa volta interprete di poeti che hanno segnato la vita e lo spirito di ognuno di noi: Wthmann, Rimbaud, Delfini, Baudelaire, Dickinson, solo per citarne alcuni.

La poesia chiede silenzio e partecipazione. Così Flavio Brunetti non ha voluto, ora, un teatro e pubblico folto, ma uno spazio "altro", congeniale, immerso nei libri dove incontrare poche persone per sera, e, a loro, in un'atmosfera affascinante, cantare e recitare un percorso poetico sulle semplici note della sua chitarra. In una intimità colta, desiderosa delle onde dei versi, rompere i quotidiani e banali vincoli e farsi trasportare dalla corrente del fiume sino ad immergersi nel poema del mare. Attraverso le note semplici di una chitarra e i versi dei più grandi poeti di sempre, dei nostri poeti.



La poesia, esitazione prolungata
tra suono e verso

scrive Valery, ed è a questo pensiero che Brunetti si è ispirato per mettere in mettere in scena la sua nuova performance nella quale raccontare al pubblico come dalla poesia possa nascere la canzone.

Giacomo Donati 17:25 |
letteratura, arte e artisti

venerdì, 21 ottobre 2005

Addio, padre Giantonino

Chiostro del Convento di Toro: San Francesco e San Domenico, affresco XVIII secolo Se ne è andato. Nel silenzio del mattino autunnale, a Toro, convento di Santa Maria di Loreto. Padre Giantonino Tromba, 61 anni: piccolo anello, tra i tanti che hanno srotolato la catena francescana fino ai giorni nostri. Sorriso rassicurante, eloquio semplice e toni dimessi, padre Giantonino ha esercitato il suo ministero sacerdotale tra Puglia e Molise. Diceva: "A noi frati basta poco per testimoniare la fede. Basta fare il proprio dovere di sacerdote con gioia. Già camminare per le vie del mondo col nostro povero saio è testimonianza per questo nostro mondo inquieto".

Si rammaricava della pochezza dei politici, degli amministratori, che invitava a volare alto, ben sapendo che non può volare alto chi ha le ali tarpate da interessi ruspanti.

Volava alto lui, padre Giantonino. Fede robusta e anima d'artista. Attento ai fermenti della Chiesa d'oggi. Bibliotecario della provincia monastica, docente di teologia. Musicista. Nel suo cognome il DNA della sua vita. Padre Giantonino Tromba ha rivestito di melodie semplici ma efficaci i passi sempre suggestivi delle fonti francescane. Ai fioretti di san Francesco, a frate Leone, pecorella di Dio, a fra Masseo, alle sorelle di santa Chiara, le melodie di padre Giantonino hanno dato una nuova veste. Anche grazie a un gusto per la parola scabra, non ridondante. E sono state accolte e diffuse nei più disparati angoli d'Italia e del mondo.

Stamani, nel silenzio autunnale del chiostro di Toro, il frate poeta, il frate musicista ha fatto risuonare la nota finale della sua vita terrena. È tornato a Dio chi è di Dio. Ascolterà risuonare in qualche sperduta chiesetta molisana, o pugliese, o africana o dell'America Latina il suo inno e lo canterà insieme agli angeli:

"Scendeva la sera su Emmaus,
la gente era triste per te, Signore"…

Giacomo Donati 20:10 |
arte e artisti

venerdì, 10 dicembre 2004

La Biennale perduta, secondo Borrelli

Paolo Borrelli, VUOTO IMMANENTE, moneta unica, acrilico, legno, 1997 - Paolo Borrelli, artista, operatore culturale, scrittore e critico d’arte, come spiega tutto questo interesse attorno alla Biennale a Campobasso?
- Con “Sensi contemporanei”, titolo della serie di mostre allestite durante quasi tutto il 2004 nelle regioni del Sud d’Italia, volute dall’Ente Biennale e dai ministeri dell'Economia e delle Finanze e dei Beni e le Attività Culturali, si è dato vita a un progetto ambizioso, non solo per l’orginale idea di portare la Biennale di Venezia in sette regioni centro-meridionali, ma soprattutto perché alla base c’è un obiettivo fondamentale: dotare il Meridione di luoghi espositivi, contenitori da ristrutturare e fornire di attrezzature che consentono di ospitare importanti manifestazioni d’arte contemporanea. Strutture che, dopo l’esperienza “Biennale”, saranno lasciate a disposizione delle regioni e delle città che sono state interessate dall’evento.

- Non sono mancati giudizi negativi sull’operazione…
- In questi mesi sono state molte le critiche al progetto complessivo, in qualche caso si è parlato di “riciclaggio di una biennale già abbondantemente consumata”, o ancora di trattare il Sud come “una colonia dell’impero”, critiche nelle quali c’è sicuramente un fondo di verità, ma che non tengono conto, ad esempio, del reale contesto in cui il labile tessuto culturale molisano, e di altre realtà analoghe, lentamente, giorno dopo giorno, assiste alla propria inesorabile decomposizione.

- Soprattutto, non sono mancati giudizi negativi sull'operazione molisana in particolare...
- Il Molise, coinvolto nel progetto, non riesce a far decollare quello che in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Puglia, Campania e Sicilia si è colto al volo, vale a dire per l’occasione ristrutturare, ammodernare, o addirittura riconvertire spazi spesso poco utilizzati. Un’idea che vedrebbe l’intero meridione incamminarsi nel tentativo di ridurre il notevole ritardo nella dotazione di contenitori per l’arte nei confronti delle regioni del Nord.

- Cosa è successo in Molise? Perché, diversamente dalle altre realtà meridionali, il Molise, come dice lei, “non riesce a far decollare” il progetto?
- In questa congiuntura favorevole e strategica per l’arte contemporanea molisana (non si dimentichi la recente apertura del Maci ad Isernia), la regione Molise, partner del progetto nazionale, per motivazioni di mera contrapposizione politica, ignora l’offerta di collaborazione avanzata dall’Amministrazione Provinciale di Campobasso, e quindi la possibilità di ristrutturare per l’occasione la “Pinacoteca Dinamica” di via Milano, e decide di fare tutto da sola, affidando l’organizzazione dell’evento nelle mani d’improbabili “consulenti”, nominati in gran fretta. A questi, strada facendo, si sono poi aggiunti quelli che, in un primo momento, hanno imbracciato “la penna-fucile” contro l’intera operazione solo perché rimasti fuori del giro e dalle consuete spartizioni.

- Lei sta puntando il dito contro la Regione Molise. Può essere ancora più dettagliato nelle sue osservazioni critiche? -
È dai primi mesi del 2003 che si parla del progetto “Sensi contemporanei”, reso concreto nel Protocollo “per la promozione e la diffusione dell’arte contemporanea e la valorizzazione di contesti architettonici e urbanistici nelle regione del Sud d’Italia”, firmato il 27 giugno a Roma. Dopo sopralluoghi effettuati dai tecnici e dagli allestitori incaricati dall’Ente Biennale è stato individuato per Campobasso il “Capannone di via Sant’Antonio Abate”, pubblicizzato in pompa magna su quotidiani e riviste nazionali; ebbene lo stabile a tutt’oggi non è stato né ristrutturato, né adeguato alle esigenze richieste per la mostra “Movimenti/Movimenti”, causando lo slittamento dell’inaugurazione dal 2 ottobre 2004 (data comunicata alla stampa) a non si sa ancora quando, infatti la sezione del video e della produzione d’arte contemporanea curata dal critico d’arte Francesco Bonami, prevista per il Molise, a tutt’oggi è ancora in forse [in forse, qualche settimana addietro, dopo il fallimento dell’appuntamento rilanciato per il 12 novembre, e prima dell’aggiornamento previsto per il 19 dicembre, ndr].Farsi sfuggire un’occasione del genere non è solo un delitto per le possibilità economiche sprecate (507.293,30 euro di cui ben 332.293,30 assicurati dal Cipe con delibera n. 17/03) nell’ambito del più ampio finanziamento per l’intero programma di 5 milioni di euro, messo a disposizione dai due ministeri, ma è anche l’ennesima dimostrazione dell’inconcludenza e dell’incapacità di gestire tempi e lavori di un progetto partito ormai da circa due anni.

- Eppure, proprio dalla Regione sono arrivati negli ultimi mesi annunci e proclami reboanti, in “pompa magna” come diceva lei…
- Solo agli inizi d’ottobre 2004, il presidente della Regione Molise Michele Iorio, per tentare di porre rimedio a una situazione completamente sfuggita di mano e salvare la mostra, oltre che la faccia, ha pensato di chiamare Gino Marotta a rimettere in piedi la possibilità di organizzare in modo decente l’evento. Questa volta, vista ormai l’impossibilità di utilizzare il “capannone” inizialmente individuato e mai ristrutturato, si è pensato di dirottare l’esposizione negli spazi ormai onnicomprensivi dell’Università del Molise, mancando definitivamente l’unico obiettivo che sta davvero a cuore ai molisani e agli operatori del settore della città di Campobasso: avere finalmente anche nel capoluogo molisano uno spazio dedicato all’arte contemporanea.

- Insomma, Paolo Borrelli non ha dubbi: a prescindere dalla valenza artistica dell’evento ancora in cantiere, la Biennale a Campobasso si risolve in uno scacco per il Molise e per i molisani. Gli interlocutori istituzionali la penseranno diversamente…
- Sulla scorta di queste riflessioni mi è sembrato naturale porre alcune domande a Gino Marotta ed all’Assessore alla Cultura della Regione Molise De Matteis, il primo non ha risposto ed il secondo ha tristemente chiesto di soprassedere per il momento…

***

N.B.
L’intervista è un’intervista sui generis, un artificio stilistico ottenuto dal frazionamento della prima parte dell’articolo di Paolo Borrelli,
La Biennale a Campobasso, Il Molise perde comunque, “il bene comune” novembre 2004. Con semplici domande didascaliche sono stati scanditi alcuni aspetti del suo “accorato j’accuse nei confronti della Regione Molise e di quanti hanno contribuito al disastroso deragliamento dell’evento 'Sensi contemporanei' previsto per gli inizi d’ottobre a Campobasso” e ancora in gestazione.

Giacomo Donati 10:56 |
arte e artisti

sabato, 04 dicembre 2004

Risveglio culturale?

Torre di RicciaVa di moda la cultura in TV. Mentre Lino Venditti a Telemolise invita i suoi ospiti a delineare un possibile sviluppo della cultura in regione (vedi post precedente), Giovanni Minicozzi a TLT si muove sulla falsariga e in uno scoppio di ottimismo arriva a ipotizzare un risveglio culturale in atto.

 

E un risveglio culturale in atto è quello che hanno certificato i suoi interlocutori in studio: Rosario De Matteis, assessore regionale al ramo, ricordando questa o quella iniziativa per promuovere il nome e l’immagine del Molise, a Paestum piuttosto che altrove; Ernesto Saquella, illustrando il programma delle imminenti manifestazioni collegate alla Biennale di Venezia a Campobasso, con appendici a Termoli e a Isernia; Gianfranco De Benedictis, ragguagliando sull’attività e sulle pubblicazioni dell’Iresmo, che hanno meritato riconoscimenti e recensioni su riviste specializzate.

 

Non si discute, sono tutte cose buone e giuste, che però acquisiscono pienezza di senso se riescono a incidere sul Molise e sui molisani e, per riflesso, su alcuni primati regionali e nazionali. Non dimentichiamo – ammoniva un paio di mesi addietro Adriano Petta – che “in questo momento siamo la nazione al mondo dove c’è più corruzione, e siamo la nazione europea con il più alto tasso di analfabetismo: e le due cose non sono fenomeni separati, bensì una figlia dell’altra”. Né dimentichiamo – continuava Petta – che “tolto il Portogallo, tutti gli altri popoli europei utilizzano la cultura come un’arma di difesa e di crescita”. Ben vengano, dunque, le promozioni turistiche, le mostre, i concerti, le pubblicazioni storiche...

 

Sennonché, mentre gli ospiti di Giovanni Minicozzi giurano sul roseo futuro della cultura molisana, dal notiziario della stessa TV arrivano segni contraddittori. Nel TG cartaceo on line dell’emittente molisana non c’è nessun accenno allo scandalo di Venafro, né alla conferenza stampa dei carabinieri, che hanno confermato il coinvolgimento nell'inchiesta della criminalità organizzata calabrese e di esponenti delle forze dell’ordine (tanto per rimanere in ambito corruzione), ed hanno spiegato il sequestro dello smisurato cantiere con la necessità di salvaguardare l’incolumità pubblica. Niente. Della notizia del giorno e dei suoi inquietanti risvolti nel TG on line di TLT non ci sono tracce.

 

In compenso vi è documentata la “proposta di gemellaggio tra Riccia e il paese siciliano di Chiaramente Gulfi [sic]”, che “è partita dall’Università delle Generazioni di Agnone per ricordare la figura della sfortunata regina di Napoli, Costanza di Chiaramente [sic]”, che fu “ripudiata nel 1392 da re Ladislao di Durazzo” e “data in moglie al conte Andrea De Capua, che aveva un castello a Riccia, dove l’ex regina Costanza visse fino alla morte avvenuta nel 1422”.

 

A parte il tragicomico battesimo impartito ex novo a Costanza e alla cittadina siciliana, ben vengano anche le ricerche e le legittime rivendicazioni araldiche. Ma da un organo di informazione come TLT, che ipotizza il risveglio della cultura molisana, è lecito attendersi che per quanto le compete faccia per intero la sua parte per il rinnovamento morale e civile della regione.



Giacomo Donati 12:27 |
arte e artisti

venerdì, 03 dicembre 2004

A carte coperte

La Reproduction Interdite by Rene Magritte, 1939Anche dopo che è scoppiato “il caso Venafro”, sta continuando a tenere banco l’incarico affidato a Gino Marotta per far partire la Fondazione “Molise Cultura” della Regione Molise.

 

Ieri sera, al tavolo verde di Lino Venditti a Telemolise, si sono confrontati lo sconfinato ottimismo del marottiano da sempre, Adalberto Cufari, secondo il quale le sorti magnifiche e progressive della cultura molisana sono ormai segnate con la discesa in campo di Gino Marotta, il pessimistico realismo di Enzo Rosati, assessore alla Provincia di Campobasso, che ci ha tenuto a rivendicare i passi fin qui fatti da lui e dall’ente da lui rappresentato, e l’indifferenza mal dissimulata di Maurizio Tiberio, capogruppo di Forza Italia al Comune di Campobasso, che ha dato l’impressione di essere capitato lì per caso.

 

“Cultura, dove va il Molise?”: questo il titolo del dibattito, che rientra nella serie “A carte scoperte”.

 

- Da nessuna parte!
È la risposta che sgorga immediata se si considera che neppure in presenza di un conclamato avviso di garanzia, alcuni organi di stampa molisani si sono potuti concedere il lusso (perché tale appare) di fare nomi e cognomi. Fino a quando nella nostra regione si continuerà a fare uso delle formule “noto giornalista” o “noto uomo politico” o quello che sia, invece delle generalità degli indagati, la cultura e la società molisane non andranno da nessuna parte. Con buona pace dei taumaturghi chiamati dai lungimiranti governatori a operare miracoli.




Giacomo Donati 12:28 |
arte e artisti

sabato, 13 novembre 2004

Aspettando Godot:
la Biennale di Venezia a Campobasso

Giorgio De Cesario, ASPETTANDO GODOT (2000) tecnica mista, tela cm.50x60Dopo secoli di isolamento, assicurato dai ghiacciai del Matese e delle Mainarde ad ovest, dalle vorticose rapide del Trigno, a nord, e del Fortore a sud, e dalle acque perigliose dell’Adriatico ad est, sembra finalmente arrivata l’ora del Molise che si affaccia al mondo. O meglio, del mondo che si affaccia sul Molise. La montagna viene a Maometto: la Biennale di Venezia a Campobasso. Almeno è ciò che promettono gli strombazzamenti di rito, secondo i quali, anzi, a Campobasso sarebbe già approdata l’ultima tappa della mostra itinerante “Sensi contemporanei” sezione d’arte contemporanea della cinquantesima Biennale di Venezia (12 novembre 2004 - 13 gennaio 2005).

 

Benché il 12 novembre sia passato senza botti artistici e senza nessun riverbero veneziano all'ombra del Monforte, gli ottimisti ad ogni costo possono comunque brindare, tanto più che prima o poi a far da mallevadore all’evento ripetutamente annunciato ci penserà il maestro Gino Marotta, coadiuvato da due valide spalle: Antonio Picariello e Ernesto Saquella.

 

Sul primo, il critico d’arte Picariello, non occorre spendere altre parole: proprio in questi giorni ha tagliato un altro prestigioso traguardo, sbarcando alla corte di re Ruta (l’Artù degli anagrammisti di casa nostra), come responsabile alla cultura della Margherita molisana.

 

Invece, anche a costo di apparire irriverenti, qualche parola va spesa su Saquella che, per nostra fortuna, qualche anno addietro ha affidato alle stampe un testo foriero di informazioni sul suo conto.

 

Il libro, intitolato Verso il millennio virtuale (Il quadrato e la luce, Termoli 1994), fin dalla nota di copertina, promuove l’autore “tra i primissimi operatori culturali italiani ad aver approfondito le potenzialità offerte dalla multimedialità, dal cyberspazio, dalla realtà virtuale”. Saquella ci tiene a precisare che nel volume non si parla mai di Campobasso, del Molise, o dei suoi abitanti. Vi si fa semplicemente una riflessione culturale che, sempre a dire dell'autore, può essere esportata altrove (pensa a Milano e non a Roccapipirozzi, tanto per intenderlo) senza alcuna difficoltà.

 

A dire il vero, il libro cerca di fare i conti con gli sconvolgimenti operati dalla rivoluzione di portata planetaria innescata dalla rete sempre più fitta e sofisticata di computer e strumenti di comunicazioni in genere. Il lettore è messo in guardia: il futuro è già qui. Inderogabile la scelta: sentirsi ed essere protagonisti o condannarsi al ruolo di comparse. Sulle nostre teste pesano, e peseranno sempre più, i condizionamenti riconducibile all'uso passivo delle risorse multimediali. Saquella è categorico, invita ad attrezzarsi. Sul piano culturale ed estetico. Diversamente saremo annichiliti e ridotti al rango di “nuovi barbari”, schiavi della volgarità dilagante, del penultimo grido emesso e amplificato dai mass-media.

 

Improvvisa, a questo punto, arriva una frattura. Il discorso di Saquella lascia il sentiero della riflessione per continuare sulla strada dell'aneddoto e condurci al vezzo tipico degli intellettuali di casa nostra. Si legge nel libro di una passeggiata in un paesino mediterraneo, ma non marittimo (Roccapipirozzi?), in un afoso pomeriggio di agosto. “Vestivo un comodo bermuda”, scrive Saquella, “una camicia fiorata e mi riparavo dal sole con un panama. Il bermuda, più in particolare, mi era stato regalato da un amico che lo aveva acquistato di recente in un negozio di New York”. Di certo ignari di quest'ultima circostanza, “alcuni indigeni [nostro il corsivo] non provavano neanche a dissimulare lo sbigottimento soprattutto per la strana foggia dei bermuda. Il riso affiorava spontaneo sulle labbra, un riso malizioso...”.

 

Eccoli, dunque, i “nuovi barbari”. L'autore li identifica in coloro che si permettevano di deridere un abbigliamento di fresca importazione statunitense e (si vendica Saquella) non si accorgevano di quanto a loro volta fossero ridicoli nelle vesti imposte loro da una moda di accatto e di terza o quarta mano: “costume plastificato a bermuda..., scarponcini e calzette, rigorosamente corte, giallo limone..., canottiera da pallacanestro verde fosforescente, etc.”. Saquella picchia ancora più duro, poco oltre, quando commenta: “uno spettacolo non diverso di quello che si sarebbe potuto vedere in un paese del Terzo Mondo africano”.

 

Basta così. Non occorre insistere per precisare la natura del vezzo di cui si diceva: un vezzo molto diffuso, il vezzo di apparire. Di ergere se stessi a misura delle cose. E relegare, come fa l'autore, i “nuovi barbari” da una parte, e se stesso dall'altra. Pronto a stigmatizzare il comportamento altrui e a compiacersi del proprio.

 

Sull’onda dell’entusiasmo cybernetico, di lì a poco Ernesto Saquella allestiva a palazzo San Giorgio a Campobasso una mostra sulla contaminazione arte-computer, ricordata a distanza di anni da una leggenda metropolitana. Si racconta di ignari visitatori, allietati da una graziosa pantomima: estimatori dell’artista, appellandolo con il titolo di “maestro”, ne reclamavano insistentemente la presenza per abbeverarsi alla fonte del suo sapere artistico e godere di una interpretazione autentica dei capolavori in mostra.




Giacomo Donati 12:12 |
arte e artisti

venerdì, 08 ottobre 2004

Tra Sinistra e Destra non corre che picciol passo

La notizia è di quelle ghiotte. Alla lettera, di quelle che permettono agli interessati di leccarsi i baffi. Una volta tanto carmina dant panem. E anche qualche tenero agnelletto.

 

Gino Marotta si è visto affidare dal presidente della regione Michele Iorio “il coordinamento delle attività Regione-Ministero dei Beni Culturali finalizzati alla salvaguardia e promozione dell’immenso patrimonio storico, artistico, archeologico e culturale del Molise”. Non sappiamo se abbia battuto ciglia. Sappiamo che ha accettato, tacitando gli scrupoli di chi, non va dimenticato, è stato candidato con i Verdi nel Girasole alle ultime Politiche del 2001. E tacitando anche gli scrupoli di Iorio & C., che non molto tempo addietro si scagliavano contro il presidente della provincia, Augusto Massa, per il progetto, poi naufragato, di affidare a Marotta la soprintendenza artistica del teatro Savoia di Campobasso.

 

E allora ha ragione il presidente della regione quando scrive che la “storia personale e le indiscusse capacità artistiche di Gino Marotta ne fanno l’uomo giusto, al posto giusto, nel momento giusto, per fare sintesi dei tanti programmi ed interventi della Regione per dare al Molise la visibilità che merita nel panorama culturale europeo”.

 

Siamo contenti per Marotta, siamo contenti per Iorio e i suoi compagni che dopo le performance della Carlucci possono esibire anche i metacrilati all’occhiello. Siamo contenti, infine, per qualche piccolo sponsor di Marotta, cui almeno una caramella e un leccalecca non dovrebbero essere negati.



Giacomo Donati 12:09 |
arte e artisti

venerdì, 30 aprile 2004

San Leo nelle xilografie di Romeo Musa

Romeo Musa, Sande Lé, bbenediciu  Ssammartine!

I bambini della V A e V B della Scuola Elementare dell’Istituto Comprensivo di San Martino in Pensilis hanno dato vita ad una ricostruzione cinematografica della leggenda di San Leo, il santo patrono. Si tratta di un intelligente riadattamento della “Storie de Sande Lé”, il poemetto in vernacolo del poeta sammartinese Domenico Sassi. Documento d’arte e interazione fra i bambini e gli insegnanti, con la supervisione del regista teatrale Ugo Ciarfeo e la sensibilissima regia di Luigi Garofalo, 'A Legende de Sande Lé” è un’opera di vero cinema, di tenerissima poesia.


La ribalta della cronaca (fonte: Caterina Sottile, “Primonumero” 26 febbraio 2004) ci offre l'occasione per ripresentare le belle xilografie del professor Romeo Musa (1882-1960) che hanno impreziosito il poemetto di Domenico Sassi nell’edizione della Rivista del Molise Editrice, datata Campobasso 1927.


Romeo Musa, AutoritrattoNativo di una piccola frazione di Begonia (Parma), Musa è forse il maggior incisore italiano su legno del Novecento. I soggetti raffigurati con grande vigore e forza espressiva spaziano dalla vita quotidiana al sacro, al fantastico delle favole. L’artista ha raffigurato volti e costumi del Molise, dove ha lavorato per un decennio a cavallo degli anni Trenta, e di altre regioni italiane, privilegiando con occhio curioso e attento le montagne emiliane. Come pittore, capace di rappresentazioni ricche ed intense, Musa ha lasciato una larga messe di tele di vita tradizionale nell’aula magna del Convitto “Mario Pagano” e alcuni affreschi nella cattedrale di Campobasso.

 

I

 

Romeo Musa, 'A vite de Sante Lé

 

A vite de Sande Lé. Leo, sacerdote e monaco benedettino, entrato nel convento di San Felice, non lontano dalle terre di Cliternia, vive santamente, predicando e guarendo molti malati:

 

... U Segnore che tutte véd' e ssènte
Pe premeiarlu de sta granda féde
Vevènt' ancor' a Ssande Lé putènte

De fà grazie e meracuele cuengède.

 

Proclamato santo dal popolo e dal vescovo di Larino, Leo muore un 2 maggio attorno all'anno mille ed è sepolto nello stesso convento di San Felice, che però non molti anni dopo sarà abbandonato per le continue invasioni barbariche e per i frequenti terremoti.

 

II

 

Romeo Musa, 'A schepérte du corpe sande

 

'A schepèrte du corpe sande. Il corpo del Santo rimane più di un secolo sepolto sotto l'altare finché un giorno, durante una battuta di caccia, il Conte di Loretello, Roberto di Bassavilla, fra il 1154 e il 1182, non scopre una lapide che porta incise queste parole: “Qui giace il corpo del Beato Leone”. Sotto la pesante pietra, trova un'urna, circondata da un'aureola di luce abbagliante, che contiene intatte le ossa del santo. Roberto e i nobili cavalieri che lo accompagnano s'inginocchiano e ringraziano Iddio della scoperta. Ma, ognuno di loro vuole avere per il proprio paese le preziose reliquie, per cui si accende una aspra contesa, e sul tumulo del santo si mette mano alle spade. Ma,

 

Viste ch' 'a cose ce mettéve male,

U Conte du Retiélle, coccia fine,

Te cacce 'na preposte geniiale...

Decederrai' u Véscheve da Rine.

 

III

 

Romeo Musa, Sande Lé ngopp' a nu carre vé Ssammartine

 

Sand Lé mgopp’ a ‘nu carre vé Ssammartine. Il vescovo di Larino propone di aggiogare due buoi a un carro con l'urna preziosa e lasciarli correre liberamente. Sarà San Leo stesso a guidarli al paese prescelto. I buoi, fra le grida e le preghiere dei cacciatori, iniziano una corsa precipitosa per le circostanti colline. Una dopo l'altra attraversano le terre dei nobili convenuti alla caccia. Rotello, Ururi, Chieuti, Campomarino dischiudono festanti le porte per accogliere le reliquie; ma il carro passa oltre. Il giorno trenta d'aprile gli abitanti di San Martino in Pensilis vedono arrivare il carro in paese. Si riversano in piazza e fra canti di giubilio lo vedono fermare davanti alla chiesa di Santa Maria.

 

Mo chiagnene pa ggioie tutt' i ggènte
N'ciéle cchiù bèlle sta lecènn' u sole...

E stu paiése 'cclame Pretettore
Sande Lé nostre cu cchiù grand' unore!

 

A perpetua memoria dell'avvenimento, da allora i sammartinesi, il trenta aprile d'ogni anno, con carri tirati da buoi, si recheranno a visitare la fossa in cui giaceva San Leo, per poi tornare in paese ripercorrendo la strada fatta dal carro con le sacre reliquie. Lungo la via spesso si accenderanno gare di velocità. Forse nascerà così la tradizionale corsa dei carri di San Martino in Pensilis.

 

***

 

Romeo Musa, 'Nu meraquele de sande Lé

 

'Nu meraquele de Sande Lé. A Buenos Aires un emigrante sammartinese, devoto di San Leo, cade gravemente ammalato, gettando nella disperazione la moglie e i sette figli. Si raccomanda a San Leo...

 

E l'uocchie a vi du cièle avezanne

'Nu ragge d'ore véde a ccape u lètte

Ch' u selléve da tanta pén' e ffanne!

Ieve Sande Lé nostre benedétte

Ch' a vi de quillu povere guardanne,

De luce nghiéve tutte lla casétte

E redènn' i decéve nghempedènze:

"Nde scueraggì... ca Sande Lé ce pènze!".

 

Il raggio d’oro e l’esortazione a non scoraggiarsi preannunciano la guarigione miracolosa.

 

E nzì che dur' u pan' e dur' u vine
Ebbiva Sande Lé de Sammartine!


(Nota bene: il testo, già inserito sotto la data di domenica 7 marzo, è stato qui riprodotto per onorare la carrese e la festa di San Leo protettore di San Martino in Pensilis).









Giacomo Donati 12:36 |
arte e artisti

martedì, 23 marzo 2004

"Virgilio" scopre le foto di Alfredo Trombetta

Nessuno è profeta in patria. Così quando una decina d’anni fa il Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari di Firenze acquisì ciò che restava dell’archivio fotografico di Antonio e Alfredo Trombetta (negativi su lastra, stampe fotografiche originali, fotopitture, autocromie e documenti manoscritti e bibliografici vari), ci fu tra i campobassani chi strizzò l’occhio con aria saputa, sentenziando : - Hanno invitato al banchetto il parente povero! - come per suggerire che si trattava di una graziosa liberalità che l'istituzione fiorentina aveva concesso alla memoria dei fotografi molisani.

Ovviamente si sbagliavano i soloni nostrani e avevano ragione gli intenditori e, una tantum, la Regione Molise, e la Provincia e il Comune di Campobasso che avevano voluto patrocinare la mostra allestita per l'occasione e il catalogo Cento anni di fotografia nel Molise. Lo studio Trombetta, Alinari, Firenze 1994.

 

Antonio Trombetta, 1865

 

Antonio Trombetta (Napoli, 1831- Campobasso, 1915), “peritissimo e rinomato fotografo”, come lo definisce Angelo Tirabasso nel Dizionario Biografico del Molise, era nato a Napoli, ma attorno al 1860 già operava a Riccia e quindi di lì a qualche anno a Campobasso. Francesco D’Ovidio lo ricorda come “Pittore fotografo, per cinquant’anni benemerito dell’arte sua e per tutta la lunga vita cultore insigne d’ogni virtù civile e domestica, lustro della regione…”.

 

Alfredo Trombetta, Autoritratto, 1930

 

Di Alfredo Trombetta (Campobasso, 1879 – 1962), figlio di Antonio e protagonista del movimento fotografico nazionale, ci limiteremo a sottoscrivere il giudizio del Tirabasso che parla di “impareggiabile artista dell’arte fotografica”, ben precisando che fu “anche un forte storico e critico dell’arte”.

 

Che si sbagliassero i soloni nostrani lo dimostrano i premi e i riconoscimenti che Alfredo Trombetta ebbe in vita. E lo dimostra ancor più una circostanza piccola piccola, al confine della banalità, ma appunto per questo tanto più indicativa. I redattori di un portale come Virgilio, nel proporre una galleria di Foto storiche (1850 – 2000), in buona parte provenienti dal Fondo Alinari, hanno selezionato quattro foto di Alfredo Trombetta, che noi riproduciamo pari pari. Tre di esse testimoniano dell’attenzione riservata dal fotografo campobassano ai costumi e alle tradizioni popolari.

 

Donne in costume tipico di Roccasicura, Foto Alfredo Trombetta, 1929

Donne in costume tipico di Roccasicura

Foto Alfredo Trombetta, 1929

 

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Giovane coppia in costume di Letino, foto Alfredo Trombetta, 1929

Giovane coppia in costume tipico di Letino

(la donna armeggia con una sorta di telaio portatile)

Foto Alfredo Trombetta, 1929

 

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Zampognari, Foto Alfredo Trombetta, 1930

Coppia di zampognari

Foto Alfredo Trombetta, 1930

 

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La quarta fotografia, 1940 ca., è frutto tardivo dell’uomo ormai avviato sul viale del tramonto, che aveva pagato duramente il conto con il destino, avendo perduto nel 1939, il figlio Antonio, unico erede maschio di ventisei anni.

 

Ristorante a Campobasso, Foto Alfredo Trombetta, 1940 ca.

Ristorante a Campobasso
Foto Alfredo Trombetta, 1940 ca.




Giacomo Donati 21:24 |
arte e artisti

sabato, 20 marzo 2004

Sant'Antonio e il demonio del qui pro quo

 
Non occorre scomodare gli specialisti delle scienze delle comunicazioni per dare senso ai qui pro quo ruotanti attorno a due dei santi più amati della devozione popolare. Basta una ricerca on line per verificare come anche siti autorevoli rimpinguino gli esempi delle fortune pittoriche delle
tentazioni di Sant’Antonio Abate (III-IV secolo) con altrettanto celebri illustrazioni di episodi della vita dell’omonimo Santo di Padova (XIII secolo).

Martin Schongauer. The Temptation of St. Anthony. c. 1480-90. Engraving. The Metropolitan Museum of Art, New York, USA.

 

Certo, la perenne e vittoriosa lotta del santo eremita nel deserto egiziano contro i demoni che assumono le forme più strane e orride di serpenti, leoni, tori, lupi, basilischi, scorpioni, leopardi e orsi costituisce da sempre fonte privilegiata di ispirazione artistica. Ed ha elevato Sant’Antonio Abate a personaggio centrale dell’empireo della fede contadina di una volta, affidandogli l’incarico di protettore di tutti quegli animali che il diavolo aveva profanato, assumendone le sembianze.

 

Bernardo Parentino (aka Parenzano), 'Temptations of St Anthony', c. 1494, oil on panel, Galleria Doria-Pamphili, Rome.

 

I capolavori più antichi insistono sull’atrocità, sulla patente fisicità dei tormenti che le creature demoniache infliggono al santo.

 

Hieronymus Bosch, Temptation of St. Anthony, ca. 1505-1515, Oil on panel. Museo del Prado, Madrid, Spain.

 

Alla multiforme potenza demoniaca il santo eremita oppone l’arma vincente della “letizia spirituale” e la “continua memoria e baldanza di Dio”.

 

Matthias Grünewald, The Temptation of Saint Anthony, 1515, Panel from the Isenheim altarpiece: Musee d'Unterlinden, Colmar.

 

I tormenti di Sant’Antonio rappresentano un emblema riconosciuto ovunque delle fiamme infernali che i predicatori medievali non dimenticavano mai di evocare dal pulpito per atterrire i fedeli, chiamati a scansarle con una vita per quanto possibile virtuosa, devota e, naturalmente, spesa all’ombra del tempio e dei suoi ministri.

 

Eugène Isabey, The Temptation of St. Anthony, ca. 1869, oil on canvas, Musée d'Orsay, Paris.

 

L’importanza delle “tentazioni” come tema pittorico sembra aver subito un declino durante il diciassettesimo e il diciottesimo secolo (nonostante le notevoli eccezioni delle opere di Salvator Rosa e Pietro Longhi).

 

Il mistero di Sant'Antonio Abate a Campobasso

 

Ai molisani è cara l’ulteriore eccezione costituita dal carro del Di Zinno: il mistero della “donzella” che si pavoneggia allo specchio, senza curarsi delle lusinghe seducenti del diavolo, anticipa in qualche modo la rinnovata voga che le tentazioni di Sant’Antonio conosceranno nella seconda metà del diciannovesimo secolo, grazie alla pubblicazione del capolavoro di Gustave Flaubert.

 

Paul Cézanne, The Temptation of Saint Anthony, ca 1870; Oil on canvas; E. G. Buhrle Collection, Zurich.

 

Il demonio flaubertiano del diciannovesimo e del ventesimo secolo perderà molto della primitiva forza terrificante, guadagnando in cambio un’inesorabile capacità di irretire con l'oro, la lusinga dell'ambizione…

 

Félicien Rops, The Temptation of St Anthony, 1878.

 

E, soprattutto, con l'arma devastante della lussuria.

 

 

Salvador Dalí, The Temptation of St. Anthony, 1946.

 

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La festa di Sant’Antonio resiste ancora in molti paesi del Molise, tra cui Campobasso, e in alcuni di essi si rinnova in quel giorno il rito della benedizione degli animali. Ma già i canti della vigilia, hanno perso ogni riferimento specifico al Santo per proporsi come semplici canti di buon augurio e di questua. E sono secoli che la tradizione popolare di alcuni centri molisani (clero e frati francescani promotori o almeno consenzienti) ha accantonato l’uso di accendere i falò in onore del santo eremita il 17 gennaio (i fuochi di/a Sant’Antonio), per instaurarne uno analogo nelle prime tredici sere del mese di giugno, questa volta in onore del santo patavino.

 

A implicita dimostrazione di quanto sia stato incisivo l’assalto della devozione a Sant’Antonio di Padova ai danni della millenaria devozione a Sant’Antonio Abate, anche grazie alla omonimia, trascriviamo una vecchia pagina di Renato Lalli sugli usi e costumi del Molise.

 

“Spesso si vedono le vie dei nostri paesi – testimonia Lalli – percorse da maiali con le orecchie mozzate. Sono i cosiddetti maiali di S. Antonio. La gente li chiama con il nome del Santo. Tutte le porte ad essi sono aperte e tutti si preoccupano di dar loro del cibo. I maiali, ingrassati a pubbliche spese, vengono poi venduti e il ricavato va a coprire parte delle spese per festeggiare degnamente il Santo di Padova [corsivo nostro]”.

 

“Nel giorno di S. Antonio – continua Lalli – e in quelli immediatamente precedenti quasi tutti i comuni del Molise presentano un aspetto suggestivo. Focherelli scoppiettanti occhieggiano qua e là per le vie e la gente gira attorno intonando canti in onore del Santo. Suggestivo è lo spettacolo soprattutto per i paesi le cui case sono sparpagliate nelle frazioni. Tutta la campagna appare punteggiata da tanti piccoli punti rossi che interrompono il buio fitto della notte. Anche nelle strade di Campobasso, soprattutto nella parte vecchia della città, si accendono fuochi vicino ad altarini che vengono adornati con lampioncini variopinti e sui quali fa spicco un quadretto che raffigura il Santo. La sera, attorno al fuoco, crepitano girandole e mortaretti, con spavento molte volte dei passanti ignari”.

 

“A San Giovanni in Galdo – è sempre Lalli a informarci – nel giorno di S. Antonio, gli animali del paese vengono portati in uno spiazzale posto in alto, su un colle da cui si domina l’intero paese. Per l’occasione ogni stalla rimane vuota. Il passaggio degli animali dura qualche ora. Si sentono per le vie ragli, muggiti, belati. Gli animali vengono messi tutti in circolo. Il prete si mette nel mezzo e li benedice tutti”.

 

Se dovessero sussistere dubbi sulla portata dell'operazione di sincretismo culturale che ha interessato i due santi, si consideri che le notazioni di Renato Lalli sono poste cronologicamente dopo gli usi e i costumi molisani relativi alla festa di Santa Lucia, 13 dicembre, e prima di quelli del Carnevale.

 

Gildone, Oratorio di Sant'Antonio Abate, Madonna di Loreto tra i santi Antonio Abate e Antonio da Padova, tela 1542.

 

 


 

 

Giacomo Donati 20:46 |
letteratura, arte e artisti