venerdì, 10 febbraio 2006
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Un vestito per Flavio Brunetti |
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venerdì, 21 ottobre 2005
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Addio, padre Giantonino |
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arte e artisti
venerdì, 10 dicembre 2004
La Biennale perduta, secondo Borrelli | ||
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arte e artisti
sabato, 04 dicembre 2004
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Risveglio culturale? | ||
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arte e artisti
venerdì, 03 dicembre 2004
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A carte coperte | ||
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arte e artisti
sabato, 13 novembre 2004
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Aspettando Godot: | ||
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arte e artisti
venerdì, 08 ottobre 2004
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Tra Sinistra e Destra non corre che picciol passo | ||
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arte e artisti
venerdì, 30 aprile 2004
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San Leo nelle xilografie di Romeo Musa | ||
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arte e artisti
martedì, 23 marzo 2004
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"Virgilio" scopre le foto di Alfredo Trombetta | ||
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arte e artisti
sabato, 20 marzo 2004
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Sant'Antonio e il demonio del qui pro quo |
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Certo, la perenne e vittoriosa lotta del santo eremita nel deserto egiziano contro i demoni che assumono le forme più strane e orride di serpenti, leoni, tori, lupi, basilischi, scorpioni, leopardi e orsi costituisce da sempre fonte privilegiata di ispirazione artistica. Ed ha elevato Sant’Antonio Abate a personaggio centrale dell’empireo della fede contadina di una volta, affidandogli l’incarico di protettore di tutti quegli animali che il diavolo aveva profanato, assumendone le sembianze.
I capolavori più antichi insistono sull’atrocità, sulla patente fisicità dei tormenti che le creature demoniache infliggono al santo.
Alla multiforme potenza demoniaca il santo eremita oppone l’arma vincente della “letizia spirituale” e la “continua memoria e baldanza di Dio”.
I tormenti di Sant’Antonio rappresentano un emblema riconosciuto ovunque delle fiamme infernali che i predicatori medievali non dimenticavano mai di evocare dal pulpito per atterrire i fedeli, chiamati a scansarle con una vita per quanto possibile virtuosa, devota e, naturalmente, spesa all’ombra del tempio e dei suoi ministri.
L’importanza delle “tentazioni” come tema pittorico sembra aver subito un declino durante il diciassettesimo e il diciottesimo secolo (nonostante le notevoli eccezioni delle opere di Salvator Rosa e Pietro Longhi).
Ai molisani è cara l’ulteriore eccezione costituita dal carro del Di Zinno: il mistero della “donzella” che si pavoneggia allo specchio, senza curarsi delle lusinghe seducenti del diavolo, anticipa in qualche modo la rinnovata voga che le tentazioni di Sant’Antonio conosceranno nella seconda metà del diciannovesimo secolo, grazie alla pubblicazione del capolavoro di Gustave Flaubert.
Il demonio flaubertiano del diciannovesimo e del ventesimo secolo perderà molto della primitiva forza terrificante, guadagnando in cambio un’inesorabile capacità di irretire con l'oro, la lusinga dell'ambizione…
E, soprattutto, con l'arma devastante della lussuria.
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La festa di Sant’Antonio resiste ancora in molti paesi del Molise, tra cui Campobasso, e in alcuni di essi si rinnova in quel giorno il rito della benedizione degli animali. Ma già i canti della vigilia, hanno perso ogni riferimento specifico al Santo per proporsi come semplici canti di buon augurio e di questua. E sono secoli che la tradizione popolare di alcuni centri molisani (clero e frati francescani promotori o almeno consenzienti) ha accantonato l’uso di accendere i falò in onore del santo eremita il 17 gennaio (i fuochi di/a Sant’Antonio), per instaurarne uno analogo nelle prime tredici sere del mese di giugno, questa volta in onore del santo patavino.
A implicita dimostrazione di quanto sia stato incisivo l’assalto della devozione a Sant’Antonio di Padova ai danni della millenaria devozione a Sant’Antonio Abate, anche grazie alla omonimia, trascriviamo una vecchia pagina di Renato Lalli sugli usi e costumi del Molise.
“Spesso si vedono le vie dei nostri paesi – testimonia Lalli – percorse da maiali con le orecchie mozzate. Sono i cosiddetti maiali di S. Antonio. La gente li chiama con il nome del Santo. Tutte le porte ad essi sono aperte e tutti si preoccupano di dar loro del cibo. I maiali, ingrassati a pubbliche spese, vengono poi venduti e il ricavato va a coprire parte delle spese per festeggiare degnamente il Santo di Padova [corsivo nostro]”.
“Nel giorno di S. Antonio – continua Lalli – e in quelli immediatamente precedenti quasi tutti i comuni del Molise presentano un aspetto suggestivo. Focherelli scoppiettanti occhieggiano qua e là per le vie e la gente gira attorno intonando canti in onore del Santo. Suggestivo è lo spettacolo soprattutto per i paesi le cui case sono sparpagliate nelle frazioni. Tutta la campagna appare punteggiata da tanti piccoli punti rossi che interrompono il buio fitto della notte. Anche nelle strade di Campobasso, soprattutto nella parte vecchia della città, si accendono fuochi vicino ad altarini che vengono adornati con lampioncini variopinti e sui quali fa spicco un quadretto che raffigura il Santo. La sera, attorno al fuoco, crepitano girandole e mortaretti, con spavento molte volte dei passanti ignari”.
“A San Giovanni in Galdo – è sempre Lalli a informarci – nel giorno di S. Antonio, gli animali del paese vengono portati in uno spiazzale posto in alto, su un colle da cui si domina l’intero paese. Per l’occasione ogni stalla rimane vuota. Il passaggio degli animali dura qualche ora. Si sentono per le vie ragli, muggiti, belati. Gli animali vengono messi tutti in circolo. Il prete si mette nel mezzo e li benedice tutti”.
Se dovessero sussistere dubbi sulla portata dell'operazione di sincretismo culturale che ha interessato i due santi, si consideri che le notazioni di Renato Lalli sono poste cronologicamente dopo gli usi e i costumi molisani relativi alla festa di Santa Lucia, 13 dicembre, e prima di quelli del Carnevale.
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Se ne è andato. Nel silenzio del mattino autunnale, a Toro, convento di Santa Maria di Loreto. 




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